“Mulino Nero”. Le poesie di Ennio Onnis tra nichilismo e introspezione psico-carnale.

Posted on settembre 12, 2014

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Mulino Nero_CronacaQui 11092014_Scacchi Mauro

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Mulino Nero (Ennio Onnis; Torino, 2014; pp. 48, € 10), recensione sul quotidiano di Torino CronacaQui, 11 settembre 2014

La poesia nasce in un “Mulino nero”. Carne come grano, città divoratrici di vita.

Ennio Onnis, torinese classe ’41, è un pittore molto noto. Le sue tele ottengono tuttora molteplici consensi; meno conosciuti al grande pubblico i suoi versi oggi raccolti in “Mulino Nero” (Torino, 2014), con postfazione di Ivan Fassio. Il titolo è quello della prima composizione che a sua volta richiama l’olio su cartoncino “La ruota della Costellazione del Mulino Nero”, riprodotto sulla copertina: la macina oscura che tritura la carne vita dopo vita scandendo in modo inesorabile il tempo dell’umanità. Questo è il mulino di Onnis, che fa venire in mente quello leggendario di Amlodi narrato dal de Santillana. Un mulino che gira e schiaccia in un continuo riversarsi di nascite destinate alla morte, organismi da ridurre in farina «per le ricette segrete del celeste Mugnaio». Un modo intelligente per accostarsi alle 34 poesie di Onnis presenti nel libro è leggerle osservando al contempo le sue opere pittoriche, come proposto nel sito ennioonnis.it. La poesia diviene allora voce narrante al pari d’una didascalia del cinema muto. Onnis canta il dramma di un’esistenza sottomessa alla carne, della città «divoratrice d’uomini e di stelle» dove a sognare di tempi antichi resta la testa mozza d’un vitellino che, appeso in macelleria, preferisce pensare a sacri templi, numi e odore d’incenso. Il gratta e vinci è il santo patrono dei disperati che, all’”Uscita di scena”, tornano alla terra lasciandosi dietro un flebile fuoco fatuo. Per Onnis non c’è, al termine di tutto, una luce salvifica ma una pastoia che impedisce ogni volo divino; l’omologazione sociale occorre in vita per distrarre dal fine ultimo ch’è divenire materia da riciclare. Un pessimismo cosmico nasconde aneliti sospinti da una rabbia legittima. Torino, grazie a Onnis, si riconferma patria d’artisti.

Mauro Scacchi

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Copertina del libro e foto dell’autore

Per gli appassionati, di seguito si riporta la bozza lunga della recensione ricca di ulteriori considerazioni

Serve, a volte, dissetarsi a un libro di poesie. Scorrere i versi soffermandosi ad assaporarne il suono cercando la sintonia con l’animo che li ha prodotti, equivale a divenire testimoni compartecipi di un atto di creazione. Ennio Onnis, torinese classe ’41, è un pittore molto noto. Le sue tele, definite di «rara potenza» da Jean Vilmont, ottennero e ottengono tuttora molteplici consensi, mentre meno conosciute al grande pubblico sono le poesie oggi raccolte nel volume “Mulino Nero” (Torino, 2014), con postfazione di Ivan Fassio. Il titolo è quello della prima composizione che a sua volta richiama l’olio su cartoncino “La ruota della Costellazione del Mulino Nero”, riprodotto sulla copertina del volume. La macina oscura e ancestrale che tritura la carne vita dopo vita, scandendo in modo spietato e inesorabile il tempo dell’umanità come d’ogni singola esistenza. Questo è il Mulino di Onnis. Un mulino che gira e schiaccia in un continuo riversarsi di nascite destinate alla morte, organismi che alla fine diverranno farina «per le ricette segrete del celeste Mugnaio». Il Mulino è un simbolo potente e antico. Come ci ricorda de Santillana, la leggenda islandese di Amlodi, più tardi noto come Amleto, narra di una macina cosmica, e a qualcuno non sarà sfuggito il film “Die schwarze Mühle” (1976), cioè “Il mulino nero” di Bleieiss tratto da un racconto di Yuri Brezan, ispirato a una fiaba soraba pure alla base del romanzo “Il Mulino dei dodici corvi” (1971) di Preussler, messo in pellicola in “Krabat” (2008) di Kreuzpaintner. Un modo intelligente per accostarsi alle poesie di Ennio Onnis è quello di leggerle osservando allo stesso tempo le sue opere pittoriche, come lui stesso propone nel sito http://www.ennioonnis.it. Alcune poesie, come “Mercati di sterminio” e Dogma rettiliano”, sono state dall’autore modificate nel passaggio dal sito web alla carta, segno di una continua trasformazione verso l’impossibile perfezione. La poesia diviene voce narrante laddove il quadro acquista il sembiante d’un fermo immagine, di cui si può intuire un dinamismo intrinseco tanto residuo di una vagheggiata scena precedente quanto segnale abbozzato del suo possibile sviluppo successivo; si genera così un moto apparente capace di comunicare un messaggio veicolato e rafforzato dai versi scritti, in modo simile a una didascalia del cinema muto. Pittura e poesia, due forme d’arte che si coniugano a beneficio dei sensi di chi rimira e legge. La prima perfora la scorza razionale delle nostre capacità critiche assecondando la costruzione di pensieri intimi ed immediati, la seconda piega la ragione facendo assumere alle parole una dimensione trascendente all’interno della mente. In entrambi i casi il punto d’inizio sembra costituito da forme materiali e oggetti sensibili, che si trasmutano nel tempo in più rarefatti, a volte nichilistici, enti, per tornare sovente a rivestire una consistenza fisica ormai pregna delle epifanie malinconiche sperimentate su un piano superiore della coscienza. Le 34 poesie di Onnis cantano il dramma di un’esistenza sottomessa alla carne, la perdita di valori antecedenti la bassezza terrena, di città «divoratrice d’uomini e di stelle» dove a sognare di tempi antichi resta una testa mozza di un vitellino, che non può credere d’esser morto per essere appeso in una vetrina di macelleria e preferisce pensare a sacri templi, numi e odor d’incenso. Il gratta e vinci come santo patrono di un’umanità di disperati che, all’”Uscita di scena”, tornano alla terra lasciando come unico ricordo di sé un flebile fuoco fatuo. Per Onnis non c’è, al termine di tutto, una luce salvifica ma una pastoia che impedisce ogni tipo di volo divino, e l’omologazione sociale occorre in vita per distrarre dal fine ultimo, ch’è diventare soltanto materia da riciclare. Un pessimismo cosmico che, però, nasconde barlumi di speranza, aneliti sospinti da una rabbia legittima per chi sa coglierli. Lasciano il segno, i versi di Onnis, al pari delle sue pitture. Torino con lui si riconferma, senza alcun dubbio, patria d’artisti.

Mauro Scacchi

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