Vademecum per i giovani. Riprendiamoci la Nazione.

Posted on agosto 10, 2014

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Vademecum per i giovani. RIPRENDIAMOCI la Nazione. (sulla rivista mensile il Borghese, agosto-settembre 2014)

Eravamo stati avvisati. Il cinema e la narrativa ci avevano messo in guardia. Film come Metropolis di Fritz Lang (1927), Equilibrium (2002) di Kurt Wimmer fino a The Conspiracy (2012) di Christopher MacBride; romanzi come 1984 (1948) di George Orwell, Noi (1921) di Evgenij Zamjatin ed infine Zodiac (2010) del nostro Errico Passaro; tutte queste opere erano lì a gridarci: aprite gli occhi, svegliatevi! Non occorre neppure scomodare i molti saggi pubblicati sul nuovo ordine mondiale per capire che siamo finiti dritti in bocca al Leviatano di hobbesiana memoria. Il potere è sempre di più in mano a poche persone che per giunta si autolegittimano e tendono ad unificare i poteri dello Stato, se non nella forma almeno nella sostanza lì dove la funzione legislativa e quella esecutiva si confondono nel reiterato utilizzo di decreti legge, disomogenei e senza la connotazione d’urgenza che dovrebbe giustificarli.

Non c’è un complotto. Quello c’era prima, per chi sapeva vederlo. Il complotto è un agire occulto che serpeggia infido alle spalle di vittime ignare; ciò che sta accadendo adesso è già la manifestazione sensibile di quanto il complotto intendeva realizzare. Il mezzo preferito per disorientare le masse, fiaccarle e convincerle della bontà d’idee che in altri tempi non sarebbero state accettate nemmeno entro i confini di un manicomio è la pubblicità mediatica. In pratica, da anni si nota un gigantesco sforzo da parte di chi può permetterselo nel veicolare concetti e principi attraverso tutti i mezzi d’informazione, un pacchetto d’idee che con celerità sta soppiantando le fondamenta delle civiltà tradizionali. Una controtradizione, per dirla con il Guénon, che s’insinua senza tregua nelle nostre case. Lo scopo è quello di cambiare la visione del mondo delle persone ingannando le loro menti, facendogli credere che sia frutto di una loro rinnovata capacità di giudizio e di un prodotto della propria intelligenza.

Laddove c’era un senso etico comune e un diritto naturale accettato per consuetudine adesso c’è una melma grigiastra in cui tutto viene messo in discussione e appositamente confuso in modo che, privi di strumenti conoscitivi adeguati, gli uomini e le donne della nostra società possano accogliere con riconoscenza ogni interpretazione del reale fornitagli dai media. Non vi sono più categorie nobili e tradizionali bensì soltanto deduzioni logiche infinite tese a conclusioni di natura abnorme e deviata, raffiche di pensieri imposti che distolgono l’attenzione dal fatto che siano sprovvisti di un’origine sensata.

La nuova società che viene eretta attorno a noi come una prigione di vetro vive di effetti tralasciando le cause, le quali non vengono rese pubbliche altrimenti non si potrebbe fare a meno di contestarle. Il politicamente corretto, in questo percorso di capovolgimento di valori, è fratello del buonismo democratico e cugino della sovversione linguistica. Le parole perdono di significato, ogni cosa nella neolingua governativa diviene bella e meravigliosa cosicché ciò che di davvero bello e meraviglioso esiste nel mondo si mescola con ciò che in verità è torbido e triste; la disperazione deve farsi bastare la speranza come unico faro progettuale; non si tollera alcuna intolleranza perché ciò darebbe ragion d’essere a leciti disagi e legittime aspirazioni. Gli Italiani possono sognare ma non tradurre in realtà i propri sogni, studiare ma non possedere un pensiero indipendente.

Nell’epoca odierna dove l’informazione circola su Internet e dove tutti si sentono cervelloni, l’inganno non può procedere da un vero analfabetismo ma deve far leva sulla presunzione dilagante distorcendo il concetto stesso di conoscenza, prospettando un futuro nero qualora il nuovo ordine dei poteri forti non sia riconosciuto come unica soluzione alla crisi. La crisi, massima invenzione che purtuttavia ha messo radici nel pensiero comune, è la scusante per antonomasia di ogni lordura che viene perpetrata. La crisi che esperiamo, dalla disoccupazione ai suicidi, dalla vacillante fede religiosa alle famiglie disastrate, altro non è che una forzatura necessaria per addomesticarci. L’Italia deve diventare un Paese occupato, culturalmente, economicamente e politicamente, un “principato” straniero. Mentre all’estero nazionalizzano le imprese qui si privatizzano e poi si vendono. Il mondo anglosassone non ha mai voluto un’Italia forte dal punto di vista energetico e politico-commerciale; Il golpe inglese (Chiarelettere, 2011) di Cereghino e Fasanella l’ha ampiamente dimostrato. Il governo utilizza il populismo per promuovere politiche da cui il popolo non trae né trarrà benefici, buone soltanto per chi sta in alto e governa, non per i governati. Il nuovo ordine si basa sulla finzione esplicita della democrazia e su un popolo che ama plaudire chi poi lo uccide di tasse, gli blocca i contratti e nega un lavoro sicuro (“flessibilità” è la nuova parola che tanto va di moda, cioè precarietà a vita). Stiamo diventando numeri. Numeri utilizzati da chi, pagato per amministrare il nostro Paese, sfrutta la sua posizione per far carriera in organismi sovranazionali. Nel privato, ancora peggio.

Muore la Nazione. Agonizza. Siamo invasi da immigrati, merci contraffatte, religioni straniere e al contempo ci sentiamo di grandi vedute quando siamo d’accordo nel togliere i crocifissi dai palazzi pubblici, mentre chi approda sulle nostre coste porta con sé convinzioni religiose profonde che da noi trovano terreno fertile per prosperare. Andiamo fieri, noi Italiani, di non avere quasi più un’identità, di essere tolleranti mentre altri che sono fermi nella loro fede scalzano, col nostro aiuto, la nostra. Attaccare la Chiesa, che di danni e guai ne ha certo fatti, in questo momento non è una buona strategia, per dire, poiché lascia spazi che altri andranno a riempire, e chi fa tanto l’ateo cosa dirà quando costringeranno i suoi figli a divenire musulmano nella terra di Giano, Giove pluvio e San Francesco? Stiamo barattando l’anima della nostra terra con quella di qualcun altro nell’illusione che ciò ci renda migliori, ma migliori di chi? Mentre facciamo salotto buono tra i bidoni della spazzatura, dove già rovistano i nostri vecchi alla ricerca di qualcosa da mangiare, stiamo diventando tutti uguali, sì, ma verso il basso, ingranaggi umani la cui vita vale sempre meno. Rimbocchiamoci le maniche e smettiamola, allora, di delegare senza mandato chicchessia a reggere le nostre sorti. Ci sono guerre di potere in atto per il controllo dell’Unione Europea; si tratta di una fazione contro un’altra ma in questi scontri verticistici noi, popolo, oltre che a sostenere con soldi e sangue questa gente, cosa ne riceviamo in cambio? Ecco, riflettiamo su questo, torniamo a ragionare delle fondamenta, d’identità e di saccoccia, che è sempre più vuota. Bene, riappropriamoci della Nazione e dei soldi dei nostri padri perché ci sono ambedue, ce li hanno presi e ora tocca, in qualche modo e quanto prima, riprenderseli.

Mauro Scacchi

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