“L’infanzia di Gesù” di Coetzee. Un piccolo, grande capolavoro.

Posted on agosto 3, 2014

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L’infanzia di Gesù (J. M. Coetzee; Einaudi, Torino 2013; pp. 256, € 20), recensione sul quotidiano torinese CronacaQui, 24 luglio 2014

Ci sono romanzi scritti bene che si elevano una spanna sopra gli altri. Uno di questi è certamente “L’infanzia di Gesù” (Einaudi, 2013) di John Maxwell Coetzee, premio Nobel per la Letteratura 2003. Esponente del postmodernismo, accademico, scrittore di narrativa e saggi, Coetzee è nato nel 1940 in Sudafrica; ha insegnato letteratura prima a New York e poi a Città del Capo, trasferendosi infine in Australia dove tuttora vive. Tra le sue molte pubblicazioni: “Aspettando i barbari” (1980), “Il maestro di Pietroburgo” (1994) su Dostoevskij, “Infanzia” (1997) e il seguito “Gioventù” (2002), fino allo scambio epistolare con Paul Auster in “Qui e ora” (2014). “L’infanzia di Gesù” ricorda, nella nudità dell’esposizione, “La strada” (Einaudi, 2007) di McCarthy, ma alla crudezza malinconica si sostituisce nell’autore sudafricano una patina di lieve amarezza, non per questo meno spietata. Il grigiore del mondo esterno è specchio della conoscenza incompleta di quello interiore, un inner-space che trae dai rapporti interpersonali la possibilità di riempirsi. Simón è un uomo quasi anziano che sbarca a Novilla assieme a un bambino speciale che sente di dover proteggere come un figlio, Davíd. Del passato rimane in lui «la memoria del ricordo», immagini ed ombre sufficienti a fornirgli convinzioni altrimenti inspiegabili. Sa soltanto che deve trovare la madre del piccolo, tra stenti e sacrifici. Ad accoglierli una società priva di entusiasmi, dove i parametri valoriali dell’esistenza poggiano sul distacco dalle emozioni benché la gente del posto possa apparire buona o cattiva. Un’opera sulla responsabilità, sull’amore che sfida l’assenza di vitalismo e la decadenza dell’anima. Due protagonisti indimenticabili per questa “nuova letteratura della crisi”.

Mauro Scacchi

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Copertina e foto dell’autore

Di seguito, una bozza lunga di preparazione all’articolo finale

Ci sono romanzi scritti bene, che per stile e trama si elevano una spanna sopra gli altri; poi ci sono romanzi come se ne vedono uno su mille, opere che riescono a dialogare con la parte più profonda di noi stessi, che lasciano ammutoliti e grati, scossi e con la sensazione di aver appreso qualcosa d’importante sulla vita, qualcosa che conta ma che non è facile definire. Uno di questi è certamente “L’infanzia di Gesù” (Einaudi, 2013), del premio Nobel per la Letteratura 2003 John Maxwell Coetzee. Esponente del postmodernismo, accademico, scrittore di narrativa e saggi critici, Coetzee è nato nel 1940 in Sudafrica. Linguista e matematico si è occupato d’informatica e ha insegnato letteratura prima a New York e poi all’università di Città del Capo, trasferendosi infine in Australia dove tuttora vive. Tra le sue molte pubblicazioni edite in Italia dalla casa torinese: “Aspettando i barbari” (1980), “Il maestro di Pietroburgo” (1994) su Dostoevskij, “Infanzia” (1997) e il seguito “Gioventù” (2002), fino allo scambio epistolare con Paul Auster, anch’egli uno dei più grandi scrittori viventi, in “Qui e ora” (2014), ricco di riflessioni intellettuali sui più disparati argomenti. “L’infanzia di Gesù” è quindi il suo ultimo romanzo in senso stretto. La nudità dell’esposizione potrebbe ricordare “La strada” (Einaudi, 2007) di McCarthy, ma alla crudezza si sostituisce nell’autore sudafricano una patina di lieve amarezza, non per questo meno spietata: il grigiore del mondo esteriore è specchio di una conoscenza incompleta di quello interiore, un inner-space che trae dai rapporti interpersonali la possibilità di riempirsi. Simón è un uomo quasi anziano che sbarca a Novilla assieme a un bambino, Davíd. L’adulto non ricorda nulla di preciso del loro passato, sa soltanto che deve trovare la madre del piccolo, perché è giusto così. Sorta di immigrati in un paese straniero di cui conoscono a malapena la lingua, s’inseriscono in una società dove i parametri valoriali dell’esistenza sembrano sfuggire al senso comune, dove le emozioni paiono sbiadite e le passioni intense viste come una zavorra da scaricare. L’amicizia con le donne, per Simón, è più ardua da ottenere che non quella degli scaricatori del porto con cui lavora. Intense e senza apparenti vie d’uscita sono le discussioni con questa gente misteriosa. Finché una madre per Davíd viene trovata. Forse è la madre naturale. Simón vive di stenti, lo circonda un’umanità che a tratti lo odia, altre volte lo ama in modo disinteressato e senza entusiasmo. Del passato rimane in lui «la memoria del ricordo», immagini ed ombre che però bastano a spingerlo avanti, verso quel bambino speciale che è un po’ suo figlio un po’ trovatello da accudire. Attraverso Davíd è possibile rinascere una seconda volta, porsi le giuste domande scomode sulla responsabilità e sull’amore che sfida le generazioni. Un romanzo meraviglioso costellato di figure in controluce, personaggi buoni e cattivi utili a porre nel mezzo della scena due protagonisti verissimi e indimenticabili.

Mauro Scacchi

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