“Ragnarök” di A. S. Byatt. Una bimba e la fine del mondo, tra una guerra mondiale e il crepuscolo degli dèi.

Posted on giugno 30, 2014

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Ragnarok_CronacaQui 26062014_Scacchi Mauro

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Ragnarök (Antonia Susan Byatt; Einaudi, Torino 2013; pp. 152, € 17,50), recensione sul quotidiano di Torino CronacaQui, 26 giugno 2014

Ricorre quest’anno il centenario della Grande Guerra; su Rai 4 spopola la serie “Vikings” sulla vita di Ragnar Lothbrok. Questo accostamento all’apparenza stravagante ci fornisce il pretesto per introdurre un libro che nasce proprio dall’incredibile connubio tra una guerra mondiale e la mitologia nordica. Non un libro qualsiasi ma vera poesia. Stile altissimo, elegante, essenziale. Antonia Susan Byatt ci regala un gioiello di narrativa a cavallo tra il realismo e la dimensione mitica, “Ragnarök” (2011; Einaudi, Torino 2013), dimostrando come due temi all’apparenza antitetici possano intrecciarsi e fondersi in maniera sublime. La Byatt nasce a Sheffield, Inghilterra, nel 1936; vincitrice del Booker Prize con “Possessione” (1990), ha all’attivo numerosi romanzi e racconti. “Ragnarök”, tradotto da Anna Nadotti e Fausto Galuzzi, prende spunto da una lettura giovanile dell’autrice, “Asgard e gli dèi”; la Byatt rivela sé stessa attraverso il suo alter ego letterario, una bambina magra fuggita con la madre da Londra per andare a vivere in campagna durante la seconda guerra mondiale. La madre le regala, non a caso, “Asgard e gli dèi”, compendio di miti norreni con Odino il guercio, Thor il bellicoso, Frigg l’incantatrice e soprattutto l’affascinante Loki, intelligente, truffaldino e dalle molte forme. Le avventure di cui la religione vichinga è intessuta fanno il paio con la cruda realtà, con un padre aviatore che non tornerà, con i rumori e i colori della guerra vera; soprattutto la fine degli dèi, il Ragnarök, l’ultima battaglia combattuta senza speranza, nella mente della bambina esorcizza le paure di quei giorni tristi. Una tragedia fantastica per scalzarne via una reale. Le divinità di Asgard sono votate al sangue: scompariranno uccidendosi tra loro, conoscono il proprio destino ma non faranno nulla per impedirlo. La scrittrice inglese canta la morte di potenze antiche affamate di gesta epiche come monito a un’umanità spesso incline all’autodistruzione. Capolavoro.

Mauro Scacchi

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Copertina del libro e foto dell’autrice

Per gli addetti ai lavori e per gli appassionati, di seguito una bozza lunga di preparazione all’articolo

Ricorre quest’anno il centenario della Grande Guerra; su Rai 4 la serie “Vikings” sulla vita del norvegese Ragnar Lothbrok sta spopolando. Questo accostamento all’apparenza stravagante ci fornisce il pretesto per introdurre un libro che nasce proprio dall’incredibile connubio tra una guerra mondiale e la mitologia nordica. Non un libro qualsiasi, ma vera poesia. Stile altissimo, elegante, essenziale. Ancora una volta Antonia Susan Byatt ci regala un gioiello di narrativa a cavallo tra il realismo e la dimensione mitica, “Ragnarök” (2011; Einaudi, Torino 2013), dimostrando come due generi all’apparenza antitetici possano non soltanto convivere in armonia bensì intrecciarsi e fondersi in maniera sublime. La Byatt nasce a Sheffield, Inghilterra, nel 1936; vincitrice del Booker Prize con “Possessione” (1990), ha all’attivo numerosi romanzi e racconti. Dei primi, qui si ricorda la tetralogia iniziata con “La vergine nel giardino” (1978) e terminata con “Una donna che fischia” (2002), mentre per la narrativa breve c’è soltanto l’imbarazzo della scelta: “Tre storie fantastiche” (1997), che include il superbo “Il genio nell’occhio d’usignolo”, e “La cosa nella foresta” (2007) sono raccolte emblematiche della predilezione dell’autrice per scenari fiabeschi in cui tenebre e luce si contendono l’animo umano. Alcune sue opere sono state dapprima pubblicate per il Melangolo, poi dai primi anni Novanta la casa torinese Einaudi ha mandato in stampa la maggior parte dei suoi lavori pressoché tutti tradotti da Anna Nadotti e Fausto Galuzzi. “Ragnarök” prende spunto da una lettura giovanile della Byatt, “Asgard e gli dèi”; la scrittrice inglese rivela sé stessa attraverso il suo alter ego letterario, una bambina magra fuggita da Londra per andare a vivere in campagna con la madre durante la seconda Guerra Mondiale. La bambina ogni giorno percorre tre chilometri a piedi per andare a scuola e inizia a leggere presto. La madre le regala, non a caso, “Asgard e gli dèi” e un mondo fatto di esseri superumani ma dai vizi più che umani gli si schiude innanzi: è la mitologia norrena, con Odino il guercio, Thor il bellicoso, Frigga la potente signora e soprattutto Loki, l’unico davvero affascinante, poliedrico, maligno come un trickster, truffaldino e dalle molte forme. Oltre a questo testo, la bambina legge anche “Il viaggio del pellegrino” di John Bunyan, ma è il doppio mondo di Asgard, città divina, e dell’umana Midgard che si srotola ai suoi piedi che la avvince e la fa sognare, facendole vedere durante le sue lunghe passeggiate una realtà che sfuma continuamente tra il concreto e l’immaginifico. Le avventure di cui la religione vichinga è intessuta fanno il paio con la cruda realtà, con un padre aviatore che non tornerà, con i rumori e i colori della guerra vera; soprattutto la fine degli dèi, il Ragnarök, l’ultima battaglia combattuta senza speranza e di cui l’epilogo è già scritto, nella mente della bambina riesce ad esorcizzare le paure di quei giorni tristi. Una tragedia fantastica per scalzar via la tragedia reale. Le divinità della città di Asgard, ai cui piedi si srotolano le terre umane di Midgard, sono truci e votate al sangue; cesseranno di esistere uccidendosi tra loro e non per mano d’una differente religione o per il sopraggiungere di un materialismo d’accatto. Conoscono il proprio destino e non fanno nulla per impedirlo. Una fine diversa da quella cantata a più riprese dal nostro Luigi De Pascalis, dove il crepuscolo del mondo classico è dovuto all’alba di un mondo e di una fede nuovi. Qui non c’è testimone che venga passato, c’è soltanto infuriare d’armi, circolare inganno e oblio. La Byatt canta la morte di guerrieri e potenze antiche lasciano nel cuore di chi legge l’eco di gesta grandiose e terribili, spesso insensate e brute ma pur sempre epiche. Un monito a un’umanità spesso incline all’autodistruzione. Capolavoro.

Mauro Scacchi

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