Un racconto di foreste e uomini in uniforme. Certe cose cambiano, altre no.

Posted on maggio 14, 2014

1



Fall Color in Northern Italy's Val di Funes

IL VECCHIO BRACCONIERE

un racconto di Mauro Scacchi

 

Il paese, uno dei tanti della catena alpina, si stava risvegliando.

Guido era tornato lassù per rimirare ancora, con gli occhi del Forestale d’una volta, le vallate ricoperte di larici e il bianco d’una neve immota capace di elargire quella sana malinconia che, a onta d’ogni tristezza, lo sapeva ricaricare.

Erano passati più di vent’anni da quando aveva preso servizio in quel luogo dimenticato da Dio. Poteva ricordarsi il timore dei primi mesi, la nostalgia del mare, della casa natale, il malessere di doversi confrontare ogni giorno con la gente del posto, che parlava italiano solo per compiacergli usando di norma, invece, un linguaggio strano, più affine all’idioma oltre confine. Ma poteva rammentare anche come, con il passare degli anni, s’era affezionato alla gente di montagna, a quei caratteri rocciosi che nascondevano animi semplici e fluenti come i venti, sinceri come la natura, che mai tradisce per cattiveria ma solamente sorprende colui che nulla conosce delle stagioni e dei climi. Poi fu chiamato in città, nel nucleo investigativo del Corpo Forestale dello Stato.

Il mondo era cambiato, specchiare i tronchi e marchiarli col martello forestale, per legittimarne il taglio, non era più compito suo. Non più salire tra i borghi appollaiati sulle cime, per dar sostegno ai pochi vecchi che avevano scelto di morire assieme alle quattro pietre che chiamavano casa, a un tempo in declino che forse nessuno più avrebbe rimpianto. Era sceso in città ed era diventato un investigatore. Aveva scoperto le aule dei tribunali, i corridoi della Procura, le indagini complesse sui rifiuti, gli appostamenti, le intercettazioni. Aveva eseguito perquisizioni, sequestri e addirittura un arresto. S’era fatto anche un nome nell’ambiente: lo chiamavano, simpaticamente, il Superforestale.

Il mondo stava cambiando un’altra volta. Soldi, in Italia, non ce n’erano più. Molti Comandi stazione della Forestale stavano chiudendo e, prossimo nella lista, sarebbe toccato alla casermetta che lo accolse proprio vent’anni prima, lassù fra i monti, gli stambecchi e i malgari. Non aveva tenuto contatti da quando era sceso in città; tra le montagne rimanevano le sensazioni e l’universo immaginifico di una mente allora giovane, e Guido sentiva di doverli recuperare tutti assieme prima che fosse troppo tardi, prima che quella fase della sua vita entrasse davvero nella storia. Perciò era tornato là, aveva camminato tra i vicoli stretti e tra le piazzette. S’era inerpicato su uno dei tanti sentieri che, strano a dirsi, erano rimasti tal quali da sempre, fino a giungere in una radura priva di neve, ché quella era rimasta agganciata alle chiome spioventi di maestosi abeti. Poco distante, un ruscello ghiacciato sembrava uscito da un quadro di Federico Ashton. A costeggiare il torrentello, un’abitazione bassa e greve, fatta di pietre e legno.

Guido, inconsapevolmente, s’era recato dove abitava Tommaso Lampi, il bracconiere. Da fuori, la costruzione si mostrava decrepita e i segni dell’incuria erano presenti ovunque. Niente legna spaccata, niente secchi a raccogliere l’acqua piovana, niente vestiti ad asciugare. Tommaso era già vecchio in passato, probabilmente era morto e la casa abbandonata. Quando fosse tornato in città, a fare gli ultimi sopralluoghi di verifica per un’indagine su alcuni smaltimenti illeciti, Guido avrebbe lasciato dietro di sé un paese ormai del tutto svuotato degli elementi che costellavano la sua memoria di uomo e di forestale.

«Credi di restare in piedi come uno sciocco ancora per molto?». Una voce spezzò il silenzio, bassa ma non cavernosa, tutt’al più ferma e con il tono di chi non ha mai avuto fretta. Quasi un controsenso con quanto aveva appena profferito, in effetti.

Guido si girò, ruotando con il busto prima da una parte, poi dall’altra, a piedi fermi, come si fa in certi esercizi di ginnastica. Non era riuscito a capire donde la voce provenisse.

«I monti guardano te, ma tu non sai più come guardarli», riprese la voce, e stavolta Guido avrebbe scommesso di leggervi un filo d’ironia.

«Perché, sei forse un monte tu? Dove sei, in casa?», chiese Guido all’aria.

«Sul retro, fai il giro.»

Rasente la parete che dava sul bosco, Guido arrivò a un piccolo spiazzo erboso, macchiato di rugiada. Al centro stava un pozzo, che aveva conosciuto tempi migliori. Un casottino senza porta lasciava intravvedere attrezzi da lavoro appesi al suo interno.

Tra il pozzo e il casottino, su una sedia a dondolo malconcia, sedeva un uomo anziano dalla lunga barba grigia. Le palpebre chiuse, i piedi arroccati nel terreno, le vesti logore, un fucile sulle ginocchia.

«Vuoi spararmi, per caso? Non è tempo di andare a caccia, questo.»

Una risata proruppe dalle labbra socchiuse.

«Vedo che sei ancora il solito forestale piantagrane!»

Guido non aveva con sé la Beretta d’ordinanza, ma se il vecchio avesse tentato di alzare il fucile, lui avrebbe avuto tutto il tempo per una dignitosa ritirata.

«Stai tranquillo, Guido», disse, marcando il nome per far intendere che sapeva perfettamente chi fosse. E proseguì: «Sono passati tanti, troppi anni da quando giocavamo a guardia e ladri.»

«Tommaso?», domandò il forestale.

«Quel che ne rimane». Il vecchio alzò un sopracciglio e una pupilla viva e mobile sbirciò di sottecchi il tutore dell’ordine.

«La casa sembra in rovina. Non abiti più qui?»

«Ci torno quando ho voglia di ripensare ai bei tempi andati, dormo da mia sorella, giù in paese.»

«Vogliono chiudere la Stazione, la Forestale se ne va.»

«L’ho sentito. Il Comandante pare contento, non è uno di queste parti…»

«Neanche io lo ero…»

«Ma lo sei diventato. Sarà stata la figlia del malgaro a metterti nelle vene un po’ della nostra anima». Tommaso si riferiva a una vecchia storia, mai compresa dai paesani.

«Come no. Storia antica, comunque.»

«Si è sposata, sai? Con un alpino. Dovevano piacergli le aquile. Senza martello, però.»

«I martelli forestali sono solo un simbolo ormai, nessuno specchia più le piante, né vi appone il sigillo con il retro del martello.»

«I simboli sono duri a morire, me lo ricordo quel giorno che ti facesti tutto il monte perché potessero distruggere gli alberi e costruire l’impianto di risalita…»

«Non mi è mai piaciuto sciare, eseguivo gli ordini, e poi se non fosse stato per quegli impianti questo paese sarebbe morto già da un pezzo.»

«Vero, vero, è vivissimo infatti, adesso». Il vecchio spalancò entrambi gli occhi e puntò il suo sguardo dritto in quelli di Guido.

«Ma facevate anche cose buone, io non le capivo, ora sì.»

«Per esempio?»

«Prima del tuo arrivo, qui, mio padre poté mettere su famiglia coi soldi che gli davate voi, a lui e a tutti gli altri, per piantare alberi, fare verdi le nostre cime.»

«Hai detto bene, io nemmeno c’ero, forse nemmeno ero nato.»

«Tu hai portato le regole, le facevi rispettare, avevi dei nemici ma quando coi tuoi uomini uscivi di pattuglia si sentivano tutti più sicuri, più protetti.»

«Anche il nuovo Comandante ha lavorato bene. Ha fatto mettere i lucchetti a una ditta che inquinava il fiume, più a valle, e impedito lo sterminio incontrollato dei cervi…»

«Un bravo soldato, sì, ma non è di qui», concluse Tommaso. I montanari erano tutti così, potevi fare bene il tuo dovere, ma te lo avrebbero sempre riconosciuto a metà. Anche con Guido fu lo stesso, ma evidentemente l’occhio della memoria ricorda le cose come pare a lui, perché l’età dell’oro deve per forza brillare. Questo è il privilegio di diventar vecchi, pensare che in passato ogni cosa fosse migliore, e magari lo era davvero.

«Tommaso, dovresti essere contento. Ora che chiudono la Stazione forestale, chi potrà più venirti dietro, vecchio bracconiere?»

«Caro ragazzo», iniziò il montanaro, e dire che ormai Guido stava sui cinquanta, «è da molto che non sparo più e il fucile, qui, è solo un amico che porto con me, come un bastone fedele.»

«Per tagliare le piante non serve più la nostra autorizzazione, i bracconieri stanno diventando una razza estinta, e in caso di valanghe o alluvioni saremmo comunque troppo pochi per dare una mano efficace.»

«Tu dici? Sbagli», per un attimo lampeggiò come una luce negli occhi del vegliardo. La sedia a dondolo iniziò a muoversi.

«Ti sbagli, Guido. Io non sparo più e magari del posto, a farlo, son rimasti in pochi, ma oramai vengono da fuori, anche dall’estero, perché sanno che non c’è più chi li controlla. Il giovane Comandante è troppo preso a fare il poliziotto, come nei film, neppure fosse in città, per correr dietro ai cacciatori di frodo.»

«Non ci sono solo le vette innevate, i sentieri degli animali e i laghi che sfiorano il cielo, Tommaso. Incendi a parte, il nostro lavoro è cambiato. Nuovi reati, nuove procedure…»

«L’altro giorno i tuoi colleghi eseguivano controlli su strada, come i Carabinieri, ti sembra normale questo?»

«Siamo troppo pochi, lo siamo sempre stati. Anche quando c’ero io, a percorrere tutta la giurisdizione ci volevano settimane, capitava di non vedermi per mesi in uno stesso posto, a volte. Senza contare che le scorte di carburante sono sempre di meno, tutto oggi è ancora più caro…»

«Non m’interessa, sono scuse», decise il vecchio caparbio.

«Ma scuse vere», rispose Guido, avvicinandosi alla sedia e mettendo una mano sulla spalla nodosa di Tommaso.

«La montagna verrà abbandonata, ma altri prenderanno il nostro posto: le guardie provinciali, quelle regionali, e poi pare che i comuni si siano consorziati e vogliano istituire una loro forza di polizia locale…»

«Balle!», esplose l’altro, «troppi galli nel pollaio, non si capisce chi riuscirà a cantare come si deve!». Lentamente, Tommaso si alzò, si diresse al ruscello, chiuse le mani a coppa e le riempì di acqua cristallina che poi bevve piano, come per assaporarne la fragranza rara, l’incontaminata freschezza. Guido lo imitò e si ritrovarono chini, sui talloni, accanto al nastro azzurro che rimandava loro l’immagine mobile di due uomini non più giovani, accomunati da stanchezza e pena.

«Hai ragione, Tommaso, dovremmo restare. Per farlo, però, dovremmo essere almeno ventimila in tutta Italia. Sai, le leggi, le nuove competenze, le polizie locali che si moltiplicano… Si chiama decentramento, lo Stato non arriva più dappertutto.»

«Bella cosa. Sono vecchio ma non sono rimbambito. Guardo anch’io la televisione, ogni tanto, e al bar so ancora ascoltare cosa mormora la gente».

«E cosa mormora?», chiese Guido adagiando i palmi sulla superficie trasparente del piccolo torrente.

«Che quando gli ultimi nostri figli se ne andranno, che quando noi vecchi moriremo, qui non resterà più nessuno.»

«La natura si riprenderà tutto, allora, come forse è giusto che sia.»

«La città ti ha rimbambito, amico mio». Era la prima volta che lo chiamava amico. Si erano presi anche a pugni, tanti anni prima. «Verranno a costruire alberghi più grandi, a bucare le montagne, a mettere fabbriche, lasciando pochi spazi per quelli come me, guardati da guardie che a differenza tua non si saranno fatte un solo giorno di corso, che se ubbidiranno al capetto di turno riceveranno pure dei galloni e un aumento di stipendio senza il rischio di fare la trottola in giro, come invece hai fatto tu…»

Guido si fece taciturno. Stava pensando agli anni complessivamente trascorsi a Cittaducale, vicino Rieti. Prima Sovrintendente, poi Ispettore, lontano da casa, durante e dopo i vari corsi, sempre assegnato a un posto diverso e sempre, tra mille difficoltà e anni di attesa, infine tornato dove aveva deciso che fosse la sua dimora, lì tra i monti e poi in città, città che non era quella dov’era nato, beninteso. Le polizie locali mostravano orgogliosamente stelle e stelline sulle spalle, ma non sapevano cos’era quel tipo di sacrificio, di rinuncia. E guadagnavano più di lui, su questo c’erano pochi dubbi.

«Non possiamo cambiare il mondo, Tommaso, proprio non possiamo. Quello che conoscevamo va scomparendo, ma non significa che le cose debbano per forza peggiorare…»

Un rumore si fece strada tra i rami, sorvolò la radura, passò accanto alla casa e li raggiunse. Un motore che Guido avrebbe riconosciuto ovunque: un fuoristrada della Forestale. Gli anni passavano, ma quei modelli restavano. Si sentirono le ruote arrancare sulla strada sterrata, schizzando con forza neve ai lati. Sbuffando, la macchina stava giungendo alla radura. Probabilmente, pensò Tommaso, avrà qualcosa come duecentomila chilometri sul groppone, per fare tanto casino.

Il motore si spense. Passi ovattati, di almeno due persone.

«Ispettore!», esclamò mettendosi sull’attenti il sovrintendente Maloscia. Al suo fianco una ragazza, uno degli ultimi arrivi, direttamente dall’esercito. Ormai, per entrare nel Corpo, dovevi necessariamente aver fatto il militare per qualche anno, i concorsi cosiddetti esterni non c’erano più, non per gli Agenti almeno.

«Riposo, Sovrintendente. Non sono qui in servizio. Diciamo che sono venuto qui a trovare un amico.»

«Non sapevamo di trovarla qui», sottolineò Maloscia, scostandosi dalla fronte un ciuffo ribelle. «Io e l’Agente Ràgana siamo venuti fin quassù per ispezionare la casa di questo signore…»

Tommaso, che nel frattempo, come Guido, si era alzato pur rimanendo vicino al ruscello, mise su un’espressione sinceramente sbigottita.

«E perché mai?», chiese, lanciando un’occhiata preoccupata al fucile adagiato ai piedi della sedia a dondolo. Era visibilmente in preda all’ansia, forse era suscettibile alle uniformi da campagna, pistola alla cintola, pasubio calcato sulla testa e tutto il resto. Eppure nella vita ne aveva viste di divise, anche più minacciose di quelle.

Maloscia, anziché rispondere al vecchio, parlò all’Ispettore: «Abbiamo fondato motivo di ritenere che nella casa del signor Lampi si trovino le carcasse di alcuni ungulati…»

«Calunnia!», urlò Tommaso, quasi uscito di senno. «Controllate il fucile, è lì per terra», e lo indicò con un dito tremante, «saranno dieci anni che non ammazzo una bestia!»

L’Agente Ràgana sembrava in difficoltà, aveva un ordine preciso e doveva entrare nella casa, ma lì davanti a lei c’era l’Ispettore, quello famoso, quello bravo, il migliore dicevano, e non stava dando molto peso a quello che diceva il Sovrintendente. Decise quindi di restarsene zitta, e vedere cosa sarebbe successo.

«Tommaso, tu non avresti mai fatto una fesseria simile, nascondere le carcasse a casa tua…», fece Guido al vecchio bracconiere.

«Che Iddio mi sia testimone, no di certo! Mi vuoi offendere?»

Maloscia era come inebetito, aveva ordini precisi ma ora, di fronte a un suo superiore gerarchico, stentava a prendere una decisione. Fu lo stesso Ispettore a liberarlo dai dubbi.

«Sovrintendente, se deve ispezionare, ispezioni, ma qualsiasi cosa ci sia là dentro non tragga conclusioni affrettate», disse parlando a Maloscia ma continuando a guardare il vecchio.

Maloscia si diresse all’ingresso, mosse la porta tarlata che s’aprì quasi da sola ed entrò, seguito a pochi passi dalla Ràgana. Da dentro l’abitazione la voce del Sovrintendente uscì forte e chiara.

«C’è un congelatore! Lo apro!»

Tommaso alzò entrambe le sopracciglia e si avvicinò a Guido, come a riceverne protezione. L’Ispettore, dal canto suo, era diventato di marmo, fermo e immobile, in attesa di udire ciò che ormai appariva scontato.

«Caprioli!», gridò Maloscia. Si udì un tonfo quando il congelatore venne richiuso.

I due Forestali uscirono dalla casa e si piantarono davanti al vecchio.

«Deve venire con noi, in caserma, dobbiamo fare un verbale…», iniziò a dire il Sovrintendente.

La giovane Agente era appena dietro di lui e non staccava gli occhi di dosso a Tommaso.

Guido si rivolse al vecchio, quasi un sussurro, una preghiera, perché l’inflessibilità doveva cedere almeno un poco all’umanità, in questa particolare circostanza: «Tu non ne sapevi nulla? Caprioli in un congelatore a casa tua?»

Il vecchio, rattristato, scosse la testa e i capelli radi ondeggiarono al pari della barba, come se la testa fosse il centro di un’ipotetica esse. «Tutto vero, mi avete beccato, certi vizi sono duri a morire…»

«Venga con noi». La Ràgana s’era fatta coraggio e iniziò a condurlo verso il fuoristrada. Maloscia pure s’avviò, poi sostò un momento e si girò a guardare l’Ispettore.

«Mi dispiace, ma lei lo sa bene, è il nostro lavoro.»

«Certo, è il nostro lavoro, avete svolto un buon servizio, ora andate».

Quando lo stridio delle ridotte si allontanò, quando non si udirono più le gomme scivolare sul suolo bagnato, Guido si sedette sulla sedia a dondolo. Il fucile l’aveva preso Maloscia. Era un tipo a posto, il Sovrintendente. Chissà, forse era stato proprio Tommaso a bracconare un’ultima volta. Tutto sommato, Guido non poté non sorridere ripensando allo sguardo furbo del vecchio mentre si dirigeva verso la macchina verde militare. Ricordò, anzi, che Tommaso aveva un figlio, un vero diavolo. Quasi certamente era lui il bracconiere, il vecchio lo stava solo coprendo. Maloscia l’avrebbe scoperto? Tra le montagne bisogna viverci per capire le persone che vi abitano. Ma, forse, la Stazione avrebbe chiuso i battenti prima della fine dell’indagine. E nessuno sarebbe più tornato lassù per cercare, tra le cime innevate, un anziano signore acciaccato dai ricordi e dai rimpianti.

Luglio 2012

Annunci
Posted in: RACCONTI