SOTTO I PORTICI. Un breve racconto da brivido.

Posted on maggio 3, 2014

0



I portici di Via Po a Torino

Sotto i portici_SCACCHI Mauro

SOTTO I PORTICI

Mauro Scacchi

I lampioni mimavano le luci dell’Ottocento, quando sulle strade s’irradiava un chiarore soffuso tra la nebbia che si alzava dal selciato e l’aria immota dopo una pioggia pomeridiana. Era notte e i portici nascondevano ombre lunghe e sognanti, mentre pochi veicoli passavano lenti sulla corsia che conduceva alla piazza principale.

Si udì prima uno scalpiccio, suole a pestare piccole pozze ristagnanti, poi un ticchettio dopo un breve silenzio, il tempo di balzare su un pavimento più duro e asciutto. Me ne stavo lì, dietro a una colonna, dall’altra parte della carreggiata, quando decisi ch’era arrivato il momento di sporgermi e dare uno sguardo. Lo seguivo da giorni, un’ombra che mi sfuggiva, un lembo di cappotto svolazzante dietro un muro, una voce nel mezzo di un brusio indistinto in un mercato che stava per chiudere, una mano sporta da un finestrino di una macchina. Non lo beccavo mai, era sempre un passo avanti a me. Dietro, soltanto morti e piste fasulle, condite di oggetti strani, cultuali, forse orientali, ma ci capivo poco di queste cose. Mi ero fatto dare qualche suggerimento da un amico, un noto saggista esperto di esoterismo e magia. Se possibile, ne ero uscito ancora più confuso. Il grosso di ciò che sapevo lo dovevo alle indagini svolte fino a quel momento, e non era granché. Satanisti, poteva darsi. Pazzi amanti di Lovecraft e Poe dediti all’evocazione di qualche mostro cosmico, non era da escludersi.

Allungai il collo, protesi in avanti le pupille come se dagli occhi potessero uscir fuori due fibre ottiche, cercando di non mettere troppo in vista la fronte. Nulla. I passi sotto i portici, a meno di venti metri da me, continuavano, ma qualcosa non quadrava. All’inizio procedevano da destra a sinistra, poi pareva fossero tornati indietro, e poi di nuovo indietro dall’altra parte e così via come quando uno si mette a pensare, mano sul mento, mentre cammina con la testa presa da chissà quali idee facendo su e giù, ogni volta ruotando su se stesso di centottanta gradi. Però non c’era nessuno, nessuna figura sbucava fuori tra una colonna e l’altra, sotto gli archi che mostravano il marciapiede protetto dai portici. Il rumore si fermò, e così il mio respiro. Si bloccò proprio in mezzo, sotto l’arco più grande, quello con sopra la finestrella difesa da inferriate arrugginite. Un momento di silenzio, poi uno scalpiccio. Da asciutto a bagnato, e soltanto la strada era bagnata, tanto più che il suono si avvicinava nella mia direzione. Sgomento, perplesso e, per dirla tutta, completamente terrorizzato, mi rincantucciai dietro la mia colonna, unico bastione a proteggere la mia persona. Drizzai le orecchie fino a sentirle tese e attente, novello Spock in missione su un pianeta sperduto.

Udii, allora, il chiaro seppur lieve segnale d’un piede che, lasciato un piano d’appoggio, si flette e s’appresta a compiere un leggero salto per salire, ad esempio, un gradino. Se stava sul marciapiede significava ch’era lì accanto a me, appena dietro l’angolo. Mi feci coraggio, in pugno la mia fidata Beretta, e uscii allo scoperto; il mio fu un movimento lesto e diagonale per darmi spazio qualora il misterioso individuo avesse tentato di aggredirmi, ma fu uno sforzo inutile: non c’era che aria a ridermi in faccia, e dovevo certo apparire buffo e grottesco, a gambe larghe e arma alla mano a duellare col nulla.

Questo fu prima di ricevere, lungo la curva dell’orecchio destro, la carezza d’una folata di vento, leggera e suadente ma anche un poco fastidiosa, al pari d’una tentazione che giunga inopportuna in un momento in cui il dovere chiama e non si vorrebbe essere disturbati. Comunque, il refolo s’infilò fino al timpano, un tintinnare argentino di risate antiche mi risuonò in testa, poi… …

 

*****     *****     *****

 

… …Poi finalmente se ne sta zitto. Pensieri di un poliziotto di quartiere, non li soffro proprio. Finalmente ho di nuovo un corpo. Già so che lo prosciugherò presto, ma d’altro canto questo è il prezzo che da secoli pagano quelli che s’intromettono nel mio cammino. Piccoli, patetici umani, che nulla capiscono dei miei scopi né sanno chi io sia. È tempo di andare. Mai fermarsi. Quanto è lento questo ammasso di carne e muscoli, devo ricordarmi che qui dentro mente e azione non funzionano come prima, ma mi serve, troppa energia sprecata altrimenti. Poveraccio, quasi quasi mi stava per diventare simpatico. La prima cosa da fare, ora, è chiudere il caso, archiviarlo, così poi potrò fare ciò per cui sono qui. No, no, non ve lo dirò, non mi metterò a cantarvi la mia storia e i miei segreti, ma badate lo faccio per voi, ché poi dovrei venire lì dove siete e come spiffero insolente prendermi il vostro brutto guscio pigro.

Torino, 17 aprile 2014

Annunci
Posted in: RACCONTI