“Il mantello di porpora” di Luigi De Pascalis. Ascesa e caduta dell’imperatore Giuliano.

Posted on aprile 18, 2014

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Il mantello di porpora (Luigi De Pascalis; La Lepre Edizioni, Roma 2014; pp. 480, € 18), recensione sul quotidiano di Torino CronacaQui, 17 aprile 2014

«Lo colse la morte purpurea e il Destino violento» cantava Omero della fine di Ipsenore di Troia, e di sangue e tragedia narra anche l’ultimo splendido romanzo di Luigi De Pascalis, “Il mantello di porpora” (La Lepre, Roma 2014), tra i candidati iniziali alla 68° edizione del Premio Strega. Vincitore e finalista di numerosi premi letterari, De Pascalis insegna scrittura creativa ed è anche pittore. Tra i suoi maggiori titoli “La pazzia di Dio” (La Lepre, 2010) e “La morte si muove nel buio” (Mondadori, 2013). Dopo il “Giuliano” (1964) di Gore Vidal e l’ucronìa “Imperium Solis” (2009) di Mario Farneti, l’Imperatore che tentò di frenare il Cristianesimo e ripristinare il culto delle antiche divinità pagane torna alla ribalta grazie a quest’opera imperdibile. Lo chiamarono Apostata e Dragone ma in realtà Flavio Claudio Giuliano, che portò la porpora imperiale fino al 363 d.C., emanò un editto di tolleranza che consentiva la pratica d’ogni religione. Suo zio era Costantino il Grande e la sua famiglia fu trucidata quand’era bambino. La sua vita è raccontata attraverso il finto ritrovamento di due manoscritti, uno del suo segretario Evemero, l’altro, il minore, di suo figlio Mardonio. Filosofo e iniziato ai Misteri fu convinto adoratore di Helios-Mitra. Nominato cesare da suo cugino, il vile Imperatore Costanzo II, andò nelle Gallie per difendere i confini dell’Impero e sconfisse gli Alemanni ad Argentoratum, odierna Strasburgo. Divenuto Imperatore, la guerra con Sapore re dei Persiani gli costò la vita. Tradimenti, amori impossibili, sogni di gloria, c’è tutto in questo romanzo avvincente, personale eppure immenso, in cui ricorre un tema caro a De Pascalis: lo spaccato d’un mondo che sfuma verso il declino mentre un altro sorge e lo rimpiazza. Ciò nonostante «Pan e gli altri dèi e gli oracoli che oggi tacciono sono per sempre. Sono qualcosa che ha a che fare con l’anima e con il bisogno di dare ordine e significato a ciò che ci accade». Un vero afflato d’immortalità.

Mauro Scacchi

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Copertina del libro e due foto dell’autore Luigi De Pascalis

Per i curiosi e gli appassionati, di seguito una lunga bozza di preparazione all’articolo

«Lo colse la morte purpurea e il Destino violento», scriveva Omero cantando la fine di Ipsenore di Troia, sacerdote del dio fluviale Scamandro. Il color porpora è spesso associato al sangue e quindi alla tragedia e di tragedia, oltretutto grandiosa, narra l’ultimo splendido libro di Luigi De Pascalis, “Il mantello di porpora” (La Lepre, Roma 2014), tra gli iniziali candidati alla LXVIII edizione del Premio Strega. De Pascalis è autore notissimo in Italia e negli Stati Uniti (come non ricordare la sua presenza su “The Fantastic Swordsmen” nel ’67 accanto a nomi sacri quali Lovecraft, Howard e Moorcock?), oltreché pittore, sceneggiatore e pubblicista. Vincitore e finalista di numerosi premi letterari, insegna scrittura creativa ed è cofondatore del gruppo romano di autori mistery “Delitto Capitale”. Fonte inesauribile di racconti, è presente con le sue opere in molte antologie del fantastico sia in Patria che all’estero. Tra i suoi maggiori titoli il romanzo di formazione “La pazzia di Dio” (La Lepre, 2010), oggi in versione economica in occasione del centenario della Grande Guerra, lo sci-fi “Il Nido della Fenice” (La Lepre, 2012) e lo storico “La morte si muove nel buio” (Mondadori, 2013) con protagonista Benvenuto Cellini. Dopo il “Giuliano” (1964) di Gore Vidal e l’ucronìa “Imperium Solis” (2009) di Mario Farneti, l’Imperatore che tentò di ripristinare il culto delle antiche divinità pagane torna adesso alla ribalta grazie alla penna del De Pascalis nazionale. Lo chiamarono l’Apostata, il Tiranno, il Dragone, perché volle restaurare le religioni degli dèi classici invisi al Cristianesimo in ascesa. In realtà Flavio Claudio Giuliano, che portò la porpora imperiale per meno di venti mesi fino al 363 d.C. e prima quella di cesare dal 355 d.C., emanò un editto di tolleranza che consentiva la pratica d’ogni culto. Suo zio era Costantino il Grande, la sua famiglia fu trucidata a Costantinopoli quand’era bambino e suo fratello Gallo morì per una congiura ordita da Eusebio, eunuco di corte dell’Imperatore Costanzo II suo cugino. La vita privata e politica di Giuliano è raccontata attraverso l’espediente narrativo del ritrovamento di due manoscritti, uno vergato da Evemero il libico, suo segretario e amico, l’altro, il minore, da Mardonio, suo misconosciuto figlio avuto con la schiava Sophia la Siriana. L’infanzia passata a leggere l’“Iliade” e l’“Odissea”, e poi i “Pensieri” di Marco Aurelio” e il “De bello gallico” di Giulio Cesare fino all’apprendimento dell’arte militare grazie a Veriniano presso Makellon. Riflessivo e convinto adoratore di Helios-Mitra, nominato cesare da Costanzo partirà per le Gallie a difendere i confini dell’Impero dimostrando grande abilità strategica. Sconfiggerà gli Alemanni ad Argentoratum, odierna Strasburgo, e le legioni lo acclameranno infine Imperatore, alla morte del cugino. Arriverà all’estremo nord, dove Roma sbiadisce nelle foreste barbare, avrà la visione del Genius Publicius che gli svelerà il suo futuro nel bene e nel male, tanto che quando giungerà a guerreggiare con Sapore re dei Persiani troverà la morte ad attenderlo, a soli 32 anni. Tradimenti, passioni teurgiche (Massimo d’Efeso lo iniziò ai Misteri), amori veri e impossibili (la bella Areté) o di opportunità (Elena, sorella di Costanzo) e sogni di gloria. C’è tutto in questo romanzo, che lascia aperta la domanda «Giuliano avrebbe potuto cambiare il corso della storia?». Tra i suoi amici v’erano il prefetto Salustio, il medico Oribasio, lo storico Ammiano Marcellino, Anatolio e tanti altri che di lui riferirono le gesta o ne presero parte. Anche Chateaubriand riconobbe in lui uno spirito superiore a quello di Costantino, ma la Chiesa preferì relegarlo nell’oblio per ovvi motivi e Gregorio di Nazianzo esultò del suo decesso. Un romanzo avvincente, personale eppure immenso per la vastità di ciò che narra e per la potente nostalgia che trasmette ai sensi di chi ama leggere anche con il cuore. Tema caro a De Pascalis, lo spaccato di un mondo che sfuma verso il declino, mentre un altro sorge e lo rimpiazza. Non c’è posto per gli epigoni e per il riconoscimento di eroiche imprese in un’epoca che al mito solare preferì quelli del crepuscolo, del pentimento e della punizione. Il mondo della cultura ellenica venne schiacciato da una romanità che mise al bando le proprie radici classiche, e in ciò ritroviamo un nesso con l’attuale situazione europea e specialmente della Grecia, cui il libro è dedicato. Eppure il passato non può essere davvero cancellato perché «Dicono che Pan stesso sia morto quando Cristo è diventato sovrano del soprannaturale, ma non è così, sai? La morte di Pan significherebbe anche la morte di Cristo», in quanto «Pan e gli altri dèi e gli oracoli che oggi tacciono sono per sempre. Sono qualcosa che ha a che fare con l’anima e con il bisogno di dare ordine e significato a ciò che ci accade». Una difesa quindi del paganesimo visto come la parte immortale del nostro retaggio culturale, già visitato ne “Il labirinto dei Sarra” (La Lepre, 2010). «Le vette cercano sempre gli abissi, così come gli abissi cercano sempre le vette; in questo continuo cercare, germoglia e cresce la solitudine del cuore». Una solitudine che arricchisce come avverrà per chi, immergendosi ne “Il mantello di porpora”, scoprirà che vulgata e verità non sempre coincidono.

LA PAZZIA DI DIO Incorniciatobig

La pazzia di Dio in edizione economica (2010; La Lepre, 2014) per il centenario della Grande Guerra. La recensione di questo libro superlativo si trova qui:

https://mauroscacchi.wordpress.com/2010/11/30/la-pazzia-di-dio-di-luigi-de-pascalis/

e qui

http://magna-carta.it/content/pazzia-di-dio-di-luigi-de-pascalis-libro-essenziale-restare-se-stessi-mondo-che-cambia

 

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