“Braccialetti Rossi”, il commovente libro che ha ispirato l’omonima serie su Rai Uno

Posted on marzo 13, 2014

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Braccialetti Rossi (Albert Espinosa; Salani Editore – Rai Eri, Milano 2014; pp. 176, € 12,90), recensione sul quotidiano di Torino CronacaQui, 13 marzo 2014

“Braccialetti Rossi” (2008; Salani – Rai Eri, 2014), sottotitolo “Il mondo giallo. Se credi nei sogni, i sogni si creeranno”, è uno di quei libri che, una volta letti, non si scordano più. Si tratta di un testo che parla d’una malattia terribile, il cancro, scritto da chi l’ha conosciuta, combattuta e vinta. I braccialetti rossi sono quelli identificativi ricevuti durante gli interventi chirurgici. Non è un diario né un saggio di auto-aiuto, ma una proposta di gioia. In cima ad ogni classifica ha ispirato l’omonima serie televisiva andata in onda su RaiUno. Una serie che, all’ultima puntata, ha tenuti incollati allo schermo 7 milioni di telespettatori. Albert Espinosa, nato a Barcellona nel ‘73, ingegnere, sceneggiatore e regista, narra la sua esperienza trasformandola in un inno alla felicità. Di primo acchito parrebbe una contraddizione eppure l’autore vi riesce. Colpito da osteosarcoma a quattordici anni, guarisce a ventiquattro dopo aver perso per strada una gamba, un polmone e una parte del fegato. L’aforisma di Nietzsche «ciò che non uccide, fortifica» tratto da “Ecce homo” sembra fatto apposta per lui. Espinosa realizzò che la malattia gli aveva lasciato in eredità lezioni che potevano essere applicate alla vita d’ogni giorno; lui le chiama «scoperte» e sono 23, frasi brevi ma potenti (come «prima di reagire a una brutta notizia aspetta trenta minuti») che gli hanno permesso di scoprire un mondo migliore. Un mondo giallo, cioè «un modo di vivere, di vedere la vita, di nutrirsi delle lezioni imparate nei momenti brutti e in quelli belli». Un’opera magica e delicata che non vuole assolutamente istruire su come superare il cancro, tiene a precisare lo scrittore. In questo percorso «i compagni di stanza sono fondamentali. Noi ragazzi malati di cancro avevamo stretto un patto: ci saremmo divisi la vita di quelli che non ce l’avrebbero fatta. Un patto indimenticabile, straordinario; comunque fosse andata, avremmo continuato a vivere attraverso gli altri».

Mauro Scacchi

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Copertina del libro e foto dell’autore spagnolo

Per i curiosi e gli appassionati, di seguito una bozza di preparazione all’articolo finale

“Braccialetti Rossi” (2008; Salani Editore – Rai Eri, 2014), sottotitolo “Il mondo giallo. Se credi nei sogni, i sogni si creeranno”, è uno di quei libri che, una volta letti, non si scordano più. Andando dritti al sodo, si tratta di un testo che parla di una malattia terribile, il cancro, scritto da chi l’ha conosciuta, combattuta e vinta. Non è un banale libro di memorie, né un libro di auto-aiuto. Albert Espinosa, nato a Barcellona nel 1973, riesce a narrare la sua esperienza personale trasformandola in un inno alla felicità. Di primo acchito parrebbe una contraddizione, eppure Espinosa vi riesce. Ingegnere, sceneggiatore e regista molto apprezzato in Spagna, ha all’attivo altri tre romanzi: “Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te” (2011), “Se mi chiami mollo tutto… però chiamami” (2012) e “Bussole in cerca di sorrisi perduti” (2013), tutti usciti per la casa milanese. Colpito da osteosarcoma a quattordici anni, guarisce a ventiquattro dopo aver perso per strada una gamba, un polmone e una parte del fegato. L’aforisma di Nietzsche «ciò che non uccide, fortifica», tratto da “Ecce homo”, sembra fatto apposta per lui. All’incredibile successo di vendite di “Braccialetti Rossi” (in originale “El Mundo Amarillo”), in cima ad ogni classifica, è seguita la serie televisiva “Pulseras rojas”, approdata in Italia grazie all’adattamento di Campiotti e Petraglia e andata in onda sulla Rai fino ai primi di questo mese. Una serie che, all’ultima puntata, ha tenuti incollati allo schermo oltre 7 milioni di telespettatori, tanto che già si pensa a un sequel. Espinosa, una volta guarito, ha realizzato che le lezioni che la malattia gli aveva lasciato in eredità potevano essere applicate alla vita di ogni giorno. Lui le chiama «scoperte» e sono 23, sono frasi brevi ma potenti che gli hanno permesso di vedere il mondo in maniera diversa, migliore. Un mondo giallo, cioè «un modo di vivere, di vedere la vita, di nutrirsi delle lezioni imparate nei momenti brutti e in quelli belli. È fatto di scoperte e in particolare di scoperte gialle». Tra queste: «il dolore non esiste», «la cosa difficile non è accettare se stessi ma tutti gli altri» e «prima di reagire a una brutta notizia aspetta trenta minuti». Divisa in quattro parti, con prologo dell’attore Eloy Azorín e tradotta da Patrizia Spinato, è un’opera magica e delicata che non vuole istruire su come superare il cancro perché, come lo stesso Espinosa afferma, «Non c’è un metodo per vincere il cancro, non c’è una strategia segreta. Devi solo entrare in contatto con la tua forza, dare forma al tuo modo di lottare e lasciarti guidare». In questo percorso «I compagni di stanza sono fondamentali. Noi ragazzi malati di cancro avevamo stretto un patto: ci saremmo divisi la vita di quelli che non ce l’avrebbero fatta. Un patto indimenticabile, straordinario; comunque fosse andata, avremmo continuato a vivere attraverso gli altri».

Mauro Scacchi

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