“Doctor Sleep” di Stephen King. Nel sequel di “Shining” Danny, il piccolo sensitivo, è cresciuto.

Posted on febbraio 24, 2014

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Doctor Sleep_CronacaQui 20022014_Scacchi

 

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Doctor Sleep (Stephen King; Sperling & Kupfer, Milano 2014; pp. 528, € 19,90) recensione sul quotidiano torinese CronacaQui, 20 febbraio 2014

Quando Stephen King iniziò a scrivere, l’horror era un genere minore. Il suo terzo romanzo, “Shining” (1977), venne considerato un pulp, thriller a buon mercato un po’ visionario e violento; uscì in Italia nel ‘78 pei tipi di Sonzogno con l’indecente titolo “Una splendida festa di morte”. Da allora di acqua ne è passata sotto i ponti, un fiume di titoli che, messi assieme, hanno raggiunto 400milioni di copie vendute. Dopo trentasei anni arriva l’attesissimo sequel, “Doctor Sleep” (2013; Sperling & Kupfer, 2014), preannunciato fin dal 2009. Un’opera che concilia il vecchio King con il nuovo (“Joyland”), ma soprattutto chiude il cerchio lasciato aperto con la fuga del piccolo Danny Torrance e sua madre Wendy dall’Overlook Hotel in fiamme. In un’intervista rilasciata a Npr, network di radio pubbliche americane, il Re ha dichiarato «volevo rincontrare alcune delle persone che ho conosciuto nel mio Shining». La versione cinematografica di Kubrick del 1980, con Jack Nicholson nei panni di Jack Torrance, padre di Danny, a King non è mai piaciuta. In “Doctor Sleep” Dan è cresciuto, per tre decenni ha vagato portandosi dietro il suo dono, la luccicanza o shining, come una maledizione finché non s’è fermato nel New Hampshire a lavorare in un ospizio dove aiuta i pazienti ad affrontare la morte. Alcolizzato come Jack, ha trovato una via d’uscita negli alcolisti anonimi. La vera star è la giovane Abra Stone pure lei dotata di qualità paranormali; in contatto telepatico con Dan fin dalla nascita gli chiede aiuto quando una setta di immortali (il Vero Nodo, «True Knot»), guidati dalla malvagia Rose, inizia a darle la caccia. Da sempre questi vampiri psichici torturano i bambini che hanno lo shining per assorbirne lo «steam», sostanza prodotta al momento del decesso. I cattivi però non fanno così paura, dimessi e pietosi come sono. Il bene vince sul male per un King sempre più spirituale e meno truculento, che alla mattanza preferisce l’incanto commovente dei rapporti umani.

Mauro Scacchi

Doctor Sleep_CopertinaStephen King dalla quarta di copertina di Joyland

 

Copertina e foto dell’autore

Di seguito, per i curiosi e gli appassionati, una delle bozze dell’articolo in fase di ultimazione

Quando Stephen King iniziò a scrivere, l’horror era visto come un genere di serie “b”. Il suo terzo romanzo, “Shining” (1977), venne considerato un pulp, un thriller a buon mercato un po’ visionario e un po’ violento, il giusto prodotto della mente di un alcolista; uscì in Italia nel 1978 pei tipi di Sonzogno con l’indecente titolo “Una splendida festa di morte”. Dopo ben trentasei anni arriva il sequel, “Doctor Sleep” (2013; Sperling & Kupfer, 2014), preannunciato dal 2009 e atteso da miriadi di fan. Si tratta di un’opera matura che tenta di conciliare il vecchio King con il nuovo (quello di “Joyland”, “22/11/’63” e “The Dome”), ma soprattutto intende chiudere il cerchio lasciato aperto con la fuga del piccolo Danny Torrance e sua madre Wendy dall’Overlook Hotel in fiamme. In un’intervista rilasciata a Npr, network di radio pubbliche americane, il Re ha dichiarato «Volevo ritornare a scrivere sul personaggio di Danny per vedere com’era diventato una volta cresciuto. Credo, in fondo, che tutti noi abbiamo questa sorta di desiderio di riconnetterci con amici che appartengono alla nostra gioventù», specificando poi «volevo rincontrare alcune delle persone che ho conosciuto nel mio Shining». Già, perché la mirabile versione cinematografica di Kubrick del 1980, con l’indimenticabile Jack Nicholson nei panni di Jack Torrance, padre di Danny, a King non è mai piaciuta, discostandosi non poco dal romanzo. In “Doctor Sleep” Dan è cresciuto, per decenni ha vagato portandosi dietro il suo dono, la luccicanza o shining, come una maledizione finché non si è fermato nel New Hampshire a lavorare in un ospizio dove aiuta i pazienti ad affrontare la morte grazie ai suoi poteri. Come il padre Jack anche lui è alcolizzato ma ha trovato una via d’uscita negli alcolisti anonimi. La coprotagonista, vera star del libro, è la giovane Abra Stone anche lei dotata di poteri paranormali tra cui la telecinesi; in contatto telepatico con Dan fin dalla nascita gli chiede aiuto quando una setta di esseri immortali, il Vero Nodo («True Knot»), inizia a darle la caccia. Dalla notte dei tempi queste creature torturano i bambini dotati di shining per assorbirne lo «steam», sostanza prodotta al momento del decesso. La malvagia e bellissima Rose The Hat, capo di tali vampiri psichici (per nulla simili a quelli che Dan Simmons tratteggiò in “Danza macabra”), ingaggerà battaglia con la stessa Abra che si rivelerà più potente anche di Danny. I cattivi, a dirla tutta, non fanno così paura, dimessi e pietosi come sono. Il bene deve vincere sul male per un King sempre più spirituale e meno truculento, che alla mattanza preferisce l’incanto commovente dei rapporti umani, il superamento dei problemi interiori e l’importanza della paternità. Non mancano, affianco all’inner space dei protagonisti, azione e colpi di scena, il tutto narrato con grandissima maestria.

Mauro Scacchi

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