Vademecum per i giovani. DISTOPIA mondialista.

Posted on novembre 7, 2013

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il Borghese Novembre 2013 Copertina

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Vademecum per i giovani. DISTOPIA mondialista(il Borghese, Novembre 2013)

L’utopia è di norma considerata un’ideale astratto di perfezione, derivato dal nome coniato da Thomas More all’inizio del Cinquecento per l’omonima isola, da lui inventata, governata da un re ma di fatto amministrata da magistrati. L’etimologia greca permette una traduzione ambivalente, tale che utopia può significare tanto «felice luogo» che «non-luogo». L’ideale di perfezione, dunque, si scontra con la constatazione che una sua applicazione nella realtà non possa esistere. Forzare la mano a un ideale, si sa, è pericoloso. Il tentativo di dar vita a un sistema di governo utopico equivale, immediatamente, a decidere quali comportamenti debbano essere imposti alla popolazione. Poiché l’umanità è varia, non tutti si allineerebbero con una precisa etica resa obbligatoria per tutti.

Si pensi alla stessa opera del More: la proprietà privata non esiste e la tolleranza religiosa è ai massimi livelli, se non fosse che ogni cittadino deve credere comunque alla Provvidenza di Dio. Le prime contraddizioni dell’utopia, perciò, si trovano nello stesso testo cinquecentesco. Thomas More non fu l’unico a immaginare una terra pacifica, senza guerra, senza criminali e in cui tutti vivono in armonia: sono da ricordare almeno La città del Sole (1602) di Campanella, Christianopolis (1619) di Johannes Valentinus Andreae e La nuova Atlantide (1624) di Francis Bacon. Il primo che descrisse un governo utopico fu però Platone ne La Repubblica (387 – 366 a.C.), uno Stato ideale al vertice del quale l’ateniese pose i filosofi.

Messo da parte il tipo di governo considerato di volta in volta il migliore, nel tempo fu chiaro che per funzionare un sistema utopico avrebbe necessitato della condivisione e dell’accettazione totale da parte dei governati. Il teologo ceco Jan Amos Comenius nella sua Didactica magna (1633 – 1638) ebbe l’intuizione geniale che occorresse una «pansofia», una «scienza universale e valida per tutti gli uomini» (Enciclopedia Italiana, Roma 1957), e che «modificazioni sociali nel senso voluto avrebbero preso piede solo in conseguenza di un indottrinamento controllato di tutti i cittadini fin dall’infanzia» (come spiega Epiphanius in Massoneria e sette segrete, 1990; Controcorrente, Napoli 2008). Si tratta della nascita del mondialismo, di una globalizzazione in nuce ancor più delineata nella comeniana Panorthosia (1644), in cui si gettano i semi di un consiglio culturale internazionale, di una chiesa unica per tutta l’umanità e di un tribunale politico che vegli sulla pace comune. Letterati, sacerdoti e politici formerebbero per Comenio tre classi cui tutti sono tenuti ad obbedire, sopra le quali vi sarebbe un capo supremo, Ermete Trismegisto. Chiarissimi i richiami all’ermetismo e al rosicrucianesimo, ma qui non si parla di magia alchemica da quattro soldi bensì di un progetto a lunga scadenza che trovò accettazione da parte di organismi sovranazionali come l’Unesco. Lo svizzero Jean Piaget (1896-1980), l’allora direttore del «Bureau International d’Education» dell’Unesco, nella prefazione ad un libro su Comenio elencò i fini che il teologo intendeva perseguire attraverso il suo programma, tra cui quello di un «coordinamento politico ad opera di una direzione d’istituti internazionali aventi come scopo il mantenimento della pace fra i popoli». Julian Huxley, fratello del più celebre Aldous (quello de Il mondo nuovo del 1932, per capirci), nel 1946 fu nominato primo Direttore Generale dell’Unesco e si fece promotore delle idee di Comenio; va ricordato che Julian frequentò membri influenti della Golden Dawn, famoso circolo occultistico-magico, come il poeta Yeats e lo scrittore H.G. Wells.

Queste apparenti lungaggini sono servite per mettere in chiaro una cosa: la globalizzazione, o mondialismo che dir si voglia, non è un’idea recente e i suoi teorici si mossero in campi poco limpidi a cavallo tra l’esoterismo puro (che di per sé non va condannato ma studiato, in quanto elemento caro alla Tradizione) e l’occultismo venato di pretese tiranniche. Il pensiero nemmeno tanto celato di questi signori è lo stesso che va per la maggiore al giorno d’oggi: trasformare ogni realtà individuale e nazionale in forme pensiero omologate e in organismi internazionali il cui compito è imporre diktat non negoziabili a quelli che un tempo erano Stati sovrani. Per farlo si stravolge il senso delle parole e del linguaggio a partire dai concetti che ne stanno alla base, come quello di democrazia. Beninteso, qui non si sta discutendo se la democrazia sia o no una bella idea, anzi oseremmo dire che non lo sia se paragonata agli antichi fasti imperiali; si sta dicendo che oggi coloro che hanno in bocca questa parola sono i primi a relegarla a pura dialettica, con lo scopo di convincere le persone che qualsiasi governo imposto dall’alto sia comunque rappresentativo del popolo e quindi democratico. Una stortura che, però, sta attecchendo nei deboli animi di un’umanità degenerata e vergognosamente rassegnata a chinare il capo.

Essendo più difficoltoso creare una sola religione mondiale, nonostante la Chiesa stia provando ad andare in questa direzione, e in considerazione del fatto che gli atei prolificano e che il laicismo in Occidente è diventato una condizione necessaria per esercitare il potere secolare tra le genti, il piano mondialista ha previsto e generato nuove figure di sacerdoti: i Tecnici. Alti burocrati, banchieri e scientisti di chiara fama concorrono alle posizioni di vertice in Europa e non solo. La fede nella Tecnocrazia è, a ben vedere, la linfa di una nuova religione o, per dirla con Guénon, di una forma controtradizionale più che antitradizionale: la religione della Tecnica (Jünger docet).

Infatti, per convincere il maggior numero di persone a seguire tacitamente ordini che abbassano il loro tenore di vita e di benessere, l’unica strada è quella della fede. Per fede si accetta tutto, si muore, anche. Era meglio un Dio uranico nell’alto dei Cieli, a questo punto, eppure l’Occidente ad esso ha preferito una serie di divinità minori (s’ironizza, s’intende), parodie demiurgiche, che all’Empireo preferiscono le lobby finanziarie, la Trilaterale et similia. Questi tecnici pseudo-demiurghi hanno pretese belle e buone, anzi cattive: la globalizzazione, invenzione dell’Occidente, deve valere per tutto il globo terracqueo. Chi non è d’accordo va attaccato, fatto schiavo inconsapevole (per mezzo di guerre molto democratiche) o annientato. «La parte dell’inconsapevole sarà ancora più importante di quella della coscienza» scriveva Jünger in Maxima-Minima (Guanda, 2012), e l’inconsapevole ricorda molto da vicino l’«indottrinamento controllato di tutti i cittadini fin dall’infanzia». Se sei indottrinato credi che il tuo pensiero t’appartenga, quando invece ti è stato inculcato da qualcun altro in modo inconsapevole.

Un mondo, quello che vogliono costruire per noi, fatto di teste non pensanti, o meglio pensanti solo il pensiero comune, imposto e inoculato ad arte. Masse d’individui spersonalizzati come nel film Metropolis di Fritz Lang, ma convinti di avere loro idee e sogni. Ecco il futuro da temere, da impedire, da esorcizzare. Miliardi di atomi con le gambe che incrociandosi non sapranno più riconoscersi in una comunità, ed allora rispunta l’iniziale non-luogo, l’utopia che ha già in sé la distopia, il futuro terribile e tragico, la morte di Dio e di ogni metafisica. Abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che se la perfezione è utopia, l’imperfezione camuffata da utopia terrena già esiste, la stanno costruendo da secoli: è la distopia mondialista, un super governo falsamente sacro e falsamente democratico in cui i poteri tradizionali spirituale e temporale (le due aquile o, se si vuole, i due tagli dell’ascia bipenne) vengono ambedue sovvertiti e stravolti in un colpo solo!

Se l’Occidente sprofonderà in questo inganno ben tessuto, che almeno i giovani che ci leggono possano salvaguardare nel loro animus la consapevolezza di ciò che accade oggidì, per restare comunque fieri e garantire la luce in mezzo a tante tenebre.

Mauro Scacchi

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