Vademecum per i giovani. ITALIA in saldo.

Posted on ottobre 17, 2013

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il Borghese Ottobre 2010 Copertina

Vademecum per i giovani. ITALIA in saldo. (su il Borghese, Ottobre 2013)

I sacerdoti della tecnica e i loro accoliti assurgono sempre più con prepotenza al ruolo di padroni. La diretta emanazione del Bilderberg di casa nostra riesce ancora a strappare consensi (mai alle urne, però) facendo vedere, agli occhi spenti di una popolazione vessata, ciò che vuole la religione tecnocratica della globalizzazione. Di certo, Ernst Jünger ci aveva preso.

Mentre si toglie l’Imu e s’inventa una nuova tassa, mentre si parla di ripresa e intanto s’intende prolungare il blocco contrattuale ai pubblici dipendenti (forze dell’ordine incluse) fino alla fine del 2015, chissà come mai la gente muore di fame, i clandestini approdano a migliaia sulle nostre coste e inizia a mancare anche il lavoro precario. Mentre Marchionne promette la risurrezione di Mirafiori e a un tiro di schioppo da qui la Siria infiamma il dibattito sui limiti etici della guerra, resta il problema della cassaintegrazione e dei Marò non si parla più (salvo che in pochi luoghi, come sul Borghese), così come sono ormai nel dimenticatoio i miliardi spesi per comprare aerei militari statunitensi inaffidabili.

Gli esodati rimangono esodati, al cantiere valsusino della Tav continuano gli assalti dei perdigiorno sociali, figli di papà armati come guerriglieri; le persone continuano ad ammazzarsi e ad ammazzare con serena disperazione, rumeni ed extracomunitari ubriachi inchiodano al suolo con auto intestate a Dio solo sa chi giovani innocenti e stuprano a destra e a manca in preda a una frenesia tribale. Alcuni ci assicurano, però, che l’economia è in ripresa, che tutto sommato va benone. C’è da stare allegri. La ripresa, certo, ma di chi perdiana!? Forse delle mafie, se si pensa al caso delle slot machine in cui su 98miliardi di euro evasi, dovendone ridare due al fisco non ne hanno ridato indietro nemmeno uno. Forse della Chiesa, che col Papa giusto al momento giusto ha saputo rilanciare un’immagine di sé edulcorata e più umana, nonché simpatica, e tutti gli scandali che la riguardavano son stati messi pressoché a tacere.

Gli Italiani, quelli comuni non ammessi ad alcuna tavola rotonda d’alto bordo, soffrono e sono stanchi. Colpa loro, anche, questa deriva contro-nazionale: a fare i buoni, i pazienti, i comprensivi, alla fine sono giunti, come si suol dire, alla frutta, e non è che il conto glielo paghi qualcun altro.

Le aziende della terra che fu sacra agli dèi chiudono o si svendono al miglior offerente straniero. Come già accaduto per la Grecia, un’altra patria della spiritualità occidentale viene ora aggredita, annebbiata prima dai fumi del materialismo per poi sottrarle da sotto l’illusorio sgabello del benessere fondato su beni superflui e valori inconsistenti. In Italia accanto alla piaga delle delocalizzazioni c’è, ormai, la moda di cedere al primo barbaro di turno interi pezzi del nostro mondo industriale, azione blasfema prodromica alla perdita inevitabile di ricchezza. La qualità ed ogni altro segno distintivo della nostra produzione interna si sbriciolano davanti ai soldi dell’invasore, dando inizio anche e soprattutto a una perdita d’identità senza precedenti. L’insieme delle fabbriche italiane può essere visto come un corpo, e come una puttana da strada questo corpo viene venduto e di tale nefandezza sono corresponsabili tanto gli acquirenti quanto chi crede che fare soldi facili e subito sia una soluzione da perseguire. Un suicidio socio-economico senza eguali.

La Gens Italica dovrà elemosinare qualcosa inchinandosi a potentati orientali, franchi, anglosassoni e svizzeri. Chiunque va bene per spennarci. I nostri marchi pregiati vanno in vacanza permanente all’estero, a volte come proprietà, altre volte in ogni senso scomparendo fisicamente dallo Stivale. Un elenco, seppur incompleto, di quelli passati a miglior vita non può che aiutare chi legge a comprendere meglio la gravità della situazione.

Bulgari e Loro Piana sono ormai della Lvmh francese (Louis Vuitton Moët Hennessy), il Gruppo Coin e Findus appartengono rispettivamente agli inglesi Bc Partners e BirdsEye Iglo Group, la Ducati è diventata proprietà della tedesca Audi, la Ferretti Yacht della cinese Weichai Group, Parmalat della francese Lactalis (come già Galbani, Invernizzi e Locatelli) e Valentino veste la bandiera del Qatar giocando per il Mayhoola for Investment. Ma non finisce qui: le cucine Berloni a fine luglio scorso sono passate ai cinesi Hcg di Taiwan, la Pernigotti in mano al gruppo Toksoz di Istambul, la Star è detenuta a maggioranza dalla barcellonese Agroalimen così come lo storico marchio Gancia lo è dalla russa Rustam Tariko; Sasso agli spagnoli del gruppo SOS (al pari delle svendite più recenti, Carapelli e Bertolli), Peroni alla sudafricana SABMiller fino a San Pellegrino, Buitoni e Perugina acquistati dalla svizzera Nestlé. Il dissanguamento, come si vede, è un fiume in piena.

Abbiamo detto marchi ma dovremmo dire brand, dato che si dice Made in Italy… altro intollerabile controsenso nonché vilipendio per la nostra bellissima lingua. Possiamo riprenderci la nostra autonomia e proteggere sul serio le nostre radici e le nostre produzioni? Soltanto se si possiede qualcosa è possibile rimanere a giocare al tavolo dei grandi per decidere i prezzi di beni e servizi e quindi della vita di decine di milioni d’Italiani. Personalità forti per leggi forti, ecco cosa occorre trovare. Personalità che sappiano imporre con forza, poi, quelle leggi. Leggi che impediscano anche ai privati di delocalizzare se ciò va a scapito dei lavoratori Italiani, che vietino di svendere e fare i bagagli nel contempo mettendo a punto un piano di sostegno per gli imprenditori in difficoltà. Soltanto in questo modo i nostri giovani non lasceranno, borsone in spalla, il Belpaese.

Controllo. Controllare che le difficoltà delle imprese siano reali e non inventate con la scusa della crisi (sappiamo che questo è un fenomeno assolutamente da combattere e da distinguere dalle moltissime aziende sinceramente in ginocchio). Tutto ciò che stava in Italia deve tornare in Italia e all’Italia per arricchire gli Italiani (tutti gli Italiani, senza livellare ma neppure ritrovandosi con differenze di stipendio tra operai e amministratori delegati di oltre 400 volte); se altri possono lucrare con le nostre cose, perché noi non possiamo? Non siamo in grado? Mi rifiuto di credere che si sia giunti a tali abissali livelli di deficienza.

Il mito degli stranieri che mandano avanti le nostre fabbriche è in caduta libera. Gli stessi extracomunitari, quelli con la voglia di lavorare, se ne vanno altrove. Addirittura molti cinesi stanno tornando a casa. Gli immigrati che a poco prezzo raccolgono pomodori sono sempre di meno, si tratta di realtà limitate che non possono rientrare in una seria discussione che verta sul come risollevare le nostre sorti; sono sempre di più, invece, gli immigrati che delinquono. Gli Italiani non sono schizzinosi, sono stati fregati ed è tutta un’altra faccenda.

Mauro Scacchi

Italia in saldo_il Borghese Ottobre 2013_SCACCHI

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