Vademecum per i giovani. LAVORO senza CULTURA.

Posted on agosto 8, 2013

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Il Borghese agosto-settembre 2013_Copertina

 

Vademecum per i giovani_Lavoro senza Cultura_Il Borghese ago-set 2013

Vademecum per i giovani. LAVORO senza cultura.

Mauro Scacchi

La crisi economica che ha investito il mondo della finanza, della produzione e dei consumi, com’è tristemente noto ha generato una corrispondente crisi nel mondo del lavoro. Chi ha volutamente causato la destabilizzazione dei mercati e imposto procedure di prestito forzato ai Paesi in difficoltà, con relativi tassi usurai, è proprio al settore occupazionale che mirava. Che si tratti delle grandi banche, di blasonati brand d’investimento o delle potenti lobby di cui spesso si è parlato, prima di tanti altri, proprio qui sul Borghese, ebbene il loro scopo di togliere certezze e garanzie ai lavoratori ha causato il primo ‒ ovviamente voluto ‒ paradosso: chiedere agli stessi personaggi che hanno “accompagnato” la crisi, o ai loro amici, di trovare una soluzione, nuovi modi per incrementare lo sviluppo produttivo, far rifiatare le imprese, favorire l’inserimento o il reinserimento nel medesimo mondo del lavoro sbriciolato dalle politiche quanto meno oscure portate avanti in maniera gemellare dall’Ue e dagli States.

L’esempio Fornero ha palesato non già l’incompetenza del soggetto, come molti altri dotato di un curriculum a prova di bomba, quanto il protocollo operativo adottato da questi signori, che può tradursi pressappoco in questa maniera: “prima creo la crisi e poi ti dico che la risolverò, invece prendo tempo e la peggioro per arrivare a un punto critico di sopportazione; dopodiché fingo di darti aria, ti comunico belle notizie e tanti buoni propositi ma sul piatto metto poca roba, proposte misere, incomplete e assolutamente inidonee a ridarti l’agognata felicità, ma tu le accetterai perché inizierai a pensare che anche un miglioramento infinitesimo sarà meglio di niente”.

Se la Fornero ha causato il fenomeno degli esodati e un incremento della disoccupazione spaventevole, se ha in certo qual modo ostacolato piccole e medie imprese al punto che tra le varie conseguenze si è registrato un numero di suicidi tanto elevato da doverli nascondere all’opinione pubblica (parlandone sempre meno sui media asserviti), il Decreto Legge 76/2013, approvato in Consiglio dei Ministri il 26 giugno scorso ed entrato in vigore due giorni dopo, assolve al compito accennato sopra: quello di fornire un intervento minimo e pregno di sperequazioni che, però, sarà da molti interpretato come il “meglio poco che niente”, aggiungendo così un piolo alla scala in discesa della nostra ricchezza, della nostra grandezza nazionale, della nostra dignità sociale. Una scala, quella in continua costruzione, verso l’inferno, l’abisso della nostra storia, dove piolo dopo piolo ci si allontana vieppiù dalla luce che dovrebbe per noi tutti significare identità, competitività, esempio per gli altri, guida delle genti, forza interiore e recupero deciso dell’animus etrusco-romano, della tensione trascendente e ricca di azione dei nostri comuni avi indo-arii (e questo non lo disse solo Evola, ripreso poi da Rauti, lo dice il buon senso e un certo spirito eroico, per chi ce l’ha ancora).

Nel Decreto già noto come “nuovo decreto lavoro” o “decreto Giovannini” (dal nome del Ministro del Lavoro Enrico Giovannini), salta subito all’occhio il tentativo di equilibrare i provvedimenti poco incisivi (quelli finalizzati a risollevare le sorti dei nostri disoccupati) con altri all’apparenza più illuminati e benigni, in modo da far seguire almeno un mezzo sorriso alla smorfia di disappunto che immancabilmente dovrebbe comparire sul volto di chiunque se lo andasse a leggere.

Sul fronte dell’occupazione le misure finora prese prevedono l’utilizzo di 1miliardo e mezzo di euro, di cui quasi 800milioni stanziati come incentivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato stando al Decreto Giovannini. Di questi 800milioni, quasi 500 andranno a favore del Mezzogiorno. Le perplessità nascono in merito alle categorie che verranno incentivate. Nel comunicato del Consiglio dei Ministri, in seduta 26 giugno, si legge: «…assunzioni di categorie deboli della societàGli interventi previsti dal decreto legge rappresentano solo il primo passo della strategia del Governo per aumentare l’occupazione, specialmente giovanile, ridurre l’inattività e attenuare il disagio sociale», e fin qui il nobile intento, che però si traduce in «incentivare l’assunzione di lavoratori in età compresa tra i 18 e i 29 anni e che godano di almeno una di queste condizioni: a) Siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi; b) Siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale; c) Siano lavoratori che vivono da soli con una o più persone a carico.

L’incentivo per il datore di lavoro è pari a un terzo della retribuzione lorda imponibile ai fini previdenziali complessiva per un periodo di 18 mesi e non può superare i 650 euro per lavoratore. Se, invece, il datore di lavoro trasforma un contratto in essere da determinato a “indeterminato” il periodo di incentivazione è di 12 mesi. Alla trasformazione deve comunque corrispondere un’ulteriore assunzione di lavoratore.»

Orbene, fermo restando che è sacrosanto aiutare le categorie deboli, si dovrebbe cominciare a ragionare su quali siano, oggi, le categorie deboli. Non sono deboli, forse, le decine di migliaia di operai senza più lavoro a causa del fallimento dell’azienda per cui lavoravano? Over 30, 40 e anche 50 che non vivono da soli e hanno una famiglia a carico, diplomati e laureati che si trovano a casa da pochi mesi ma che negli ultimi anni hanno vissuto il dramma del precariato saltando da un’agenzia di lavoro interinale all’altra? La risposta del governo verso di loro è, detto in parole spicce: chissenefrega. I giovani e meno giovani a un passo dalla laurea, per la quale hanno dato fondo alle proprie sostanze, alle proprie energie e al proprio tempo in vista di un’occupazione futura che potesse prospettargli una vita migliore, a loro cosa risponde il governo? Chissenefrega.

Senza contare che la frase «Alla trasformazione [da determinato a “indeterminato”] deve comunque corrispondere un’ulteriore assunzione di lavoratore» fa sorgere un altro dubbio: quale azienda è disposta ad assumere, di fatto, due persone quando a stento ne aveva assunta una? Gli incentivi previsti la convinceranno a compiere questo dispendioso passo?

S’incentivano coloro che hanno la terza media, è giusto, ci mancherebbe, ma mentre prosegue la fuga di cervelli italiani in Germania e altrove, da noi si coltivano le braccia, i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training), termine alla moda ‒ anglosassone, come sbagliarsi? ‒ per indicare i famigerati “fannulloni”.

Italiani gente di cultura? Giammai! L’Italia deve diventare Paese contenitore di forza lavoro, recipiente d’individui che a testa china dovranno faticare per rendere più confortevoli le vacanze degli stranieri facoltosi in visita alla nostra terra, la «Saturnia tellus» de noantri che, storditi, siamo ormai dimentichi delle nostre stesse origini; origini che, se non divine, sono sicuramente epiche e invidiate da tutti i popoli della Terra.

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