Vademecum per i giovani. DI FRONTE alla morte.

Posted on luglio 12, 2013

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il Borghese Luglio 2013_Copertina

Vademecum per i giovani_Di fronte alla morte_il Borghese Luglio 2013_SCACCHI Mauro

Vademecum per i giovani. Di fronte alla MORTE.        (su il Borghese, luglio 2013)

La Morte è una signora temuta di cui non piace parlare per paura di evocarla. Di fronte alla morte non sappiamo reagire, non conoscendone la funzione né dove eventualmente potrebbe condurre. Il materialismo impone una visione del mondo che si limita all’apparenza, all’estetica dell’esistenza, agli agi e ai disagi esperibili fisicamente. In un quadro del genere la morte non può e non deve trovare posto e quando bussa alle nostre porte percettive ci trova impreparati.

La nostra sensibilità ne viene urtata e sconvolta, perciò meglio far finta di nulla finché è possibile. L’Occidente finge che la morte non esista, la morte col suo carico di simboli e di significati sacri qui s’intende. Però la morte arriva per tutti, quindi come fare per impedire al popolo di vederla senza davvero guardarla, senza che ne rimanga scioccato? Le tradizioni, specie quelle orientali e quelle misteriche occidentali, hanno compreso nei secoli lontani che bisognava inserire la morte nello stesso contesto della vita, come una fase di passaggio che addirittura andava veicolata e compartecipata al fine di renderla non già spaventosa e crudele, quanto essa stessa fonte di sapere. La psiche umana considerava la morte, e in certe dottrine è ancora così, un’occasione per scorgere delle realtà differenti poste oltre il velo dei cinque sensi. L’indifferenza, che significa non prestare la giusta attenzione a un avvenimento, non era nemmeno pensabile di fronte al cosiddetto trapasso. Ora, giacché l’Occidente ha preferito percorrere un’altra via, quella dell’impoverimento spirituale, rimane arduo rapportarsi alla fine della vita terrena. L’inevitabile, però, non si può scansare, e rimane dunque aperto il problema di come accogliere la morte senza che ciò vada a turbare le nostre menti ottuse.

La soluzione, in parte, è stata trovata. Da tabù, la morte si sta velocemente trasformando in scarna notizia di cronaca ripetuta a più riprese. La televisione si è assunta il compito di farcela vedere ogni giorno ai telegiornali, specie quella violenta, inducendo dapprima terrore e poi assuefazione. Di fronte alla morte l’umanità moderna reagisce con indifferenza e poi ci si stupisce quando non si hanno strumenti culturali per accettarla quando arriva. Di ciò va ringraziata l’informazione spiccia. L’informazione, come ogni altra cosa del nostro tempo, viaggia veloce e rapida arriva nelle nostre case assumendo i contorni di una sintesi storica; presto consumata e buttata via, viene subito soppiantata da un’altra notizia che dura quanto un battito di ciglia.

Si arriva al paradosso: la morte resta ancora un tabù ma se ne vede sempre di più. Il fine è abituare l’opinione pubblica all’idea che la morte, specie quella dovuta a massacri o comunque cercata e voluta, per sé o per gli altri, non sia più che uno dei tanti inconvenienti che disturbano la nostra quotidianità. La morte viene esorcizzata invece che capita. Questo sistema è frutto del consumismo usa e getta caratteristico del più becero materialismo storico.

A Milano il ghanese Kobobo ammazza a picconate tre persone. A Londra due uomini di colore al grido di «Allah è grande!» decapitano con un machete un militare di venticinque anni nel bel mezzo di una pubblica via; dopo l’efferato omicidio, con le mani ancora lorde di sangue e impugnando l’arma con cui è stato compiuto il delitto, uno degli assassini viene tranquillamente intervistato. A Roma un nostro connazionale spara contro dei carabinieri davanti Palazzo Chigi con la motivazione che avrebbe voluto colpire i politici, ma evidentemente ha poi optato per i due servitori dello Stato in uniforme.

C’è sempre una notizia, riportata più volte su più reti e nei giornali, per un momento pare sia l’unica notizia meritevole di attenzioni ma poi non se ne parla più, sbiadisce e cade nell’oblio. Dopo un primo attimo di costernazione le persone iniziano ad incamerare l’informazione in modo asettico e freddo ponendosi in uno stato emotivo passivo; la massificazione dell’informazione e il materialismo come linea guida dell’esistenza stanno trasformando gli esseri umani in automi distanti e vuoti, pronti a divenire opinionisti da bar senza davvero «sentire» ciò di cui si discute.

Si sta vaccinando l’umanità allo scopo di renderla insensibile alle atrocità di cui è testimone e attrice. I giovani d’oggi si ritengono più svegli dei loro vecchi ma ciò di cui essi dispongono, semmai, è la capacità razionale di creare connessioni logiche e un maggior numero d’informazioni soprattutto prese da Internet; questo fatto non è sinonimo di maturità. La maturità è vissuto, sofferenza e analisi non soltanto razionale ma soprattutto interiore delle sensazioni esperite nella vita. La maturità è coscienza critica, ma appunto è coscienza innanzitutto. Stiamo vivendo un nuovo Illuminismo, ma se un tempo alla Ragione si affiancava altro (filosofia, alchimia, teologia, ecc.) ora alla Ragione si affianca una freddezza mai vista. Si osserva il mondo con disincanto e si commentano fatti atroci come se si stesse facendo una lettura in classe a voce alta.

La necessità di vincere passioni ed emozioni, tipica delle discipline orientali, non va confusa con lo straniamento superficiale che contraddistingue la nostra epoca. Bisogna recuperare ciò che ci rende umani, non il lato bestiale ma quello divino. Il lato bestiale è quello mostrato dal musulmano di Londra, alla cui freddezza fa da contraltare la freddezza dei tanti che hanno ricevuto la notizia in modo distratto. Questa seconda freddezza è peggiore della prima poiché non è nemmeno quella delle bestie ma, come s’è detto, quella di un automa. Serve ripristinare un ordine antico, una gerarchia di valori senza paura di sembrare intolleranti.

La cultura della tolleranza infinita ha mostrato il suo lato oscuro, ha partorito i suoi mostri. Si finisce per non avere pensieri precisi né posizioni ideologiche, morali e spirituali riconoscibili, per non avere più carattere. Senza carattere diventiamo tutti più controllabili e miseri.

Mauro Scacchi

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