Quella luce in fondo al tunnel. Premorte e viaggi fuori dal corpo tra scienza e Tradizione.

Posted on dicembre 12, 2012

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Area Novembre 2012 copertina

Quella luce in fondo al tunnel_Area Novembre 2012

Quella luce in fondo al tunnel. Premorte e viaggi fuori dal corpo tra scienza e Tradizione. (Area, Novembre 2012)

È notizia recente quanto accaduto al neurochirurgo di Harvard, Eben Alexander. Lo scienziato, a causa di una meningite batterica, è caduto in coma per sette giorni, poi si è risvegliato affermando di aver visto l’aldilà. In realtà questo evento risale al 2008 ma ha deciso di rivelarlo soltanto quest’anno nel suo libro Proof of Heaven, anticipandone i contenuti in una intervista pubblicata l’8 Ottobre sul settimanale Newsweek.

Quasi sessantenne, scienziato fino al midollo, cristiano non cattolico e non praticante, Eben aveva sempre rigettato come fantasticherie le storie sulle esperienze di premorte (o, più esattamente, vicine alla morte, N.D.E., near death experiences). Il suo lavoro l’aveva portato spesso in contatto con soggetti in stato di coma o prossimi al decesso, che raccontavano di aver visitato altri luoghi e altre dimensioni della coscienza. La razionalità scientifica aveva sempre imposto al neurochirurgo di trovare spiegazioni per nulla accomodanti verso qualsiasi teoria metafisica e spirituale del fenomeno. Quando arriva poco ossigeno al cervello l’attività neuronale ridotta produce stati mentali alterati in cui si producono allucinazioni e sogni. Il fatto che quasi tutte queste esperienze narravano di creature di luce e di ambienti aerei, di telepatia e di capacità soprannaturali, derivava dalla cultura propria del soggetto malato. Infatti, le credenze religiose influivano notevolmente sulle descrizioni fatte da queste persone. Eben Alexander credeva alla spiegazione scientifica, molto attento a non cadere nella superstizione e nella credulità popolare e religiosa. Finché non è successo a lui. Batteri di Escherichia coli hanno aggredito la sua neocorteccia disattivandola. La neocorteccia sovrintende a tutte le funzioni di apprendimento, memoria, linguaggio, insomma raziocinanti. In questo stato, documentato dalle Tac, mai nessuno aveva però vissuto esperienze simili. Le spiegazioni scientifiche non bastavano più. Ma ad Eben nemmeno servivano. Egli afferma che quello che aveva visto era reale, la sua coscienza era sveglia nonostante il cervello fosse in totale black out. Ha visto nuvole rosa, udito cori celestiali, volato su ali di farfalla guidato da una fanciulla dai capelli biondi e gli occhi azzurri; ha incontrato creature angeliche ed altri esseri superiori comunicando con loro senza parole, immerso nella più completa beatitudine, sentendosi amato. L’esperienza l’ha radicalmente cambiato, ora vuole riunire altri scienziati per studiare da un punto di vista privo di scetticismo la possibilità che non solo esistano dimensioni molteplici, ma che si possano pure visitare. Più importante ancora, s’è convinto che la vita non finisce con la morte. La morte del corpo fisico è una tappa dopo di cui il viaggio del nostro vero io prosegue. Lui l’ha visto. La comunità scientifica resta diffidente, di sicuro Eben si è fatto un’ottima pubblicità per il suo libro. Eppure non può ridursi tutto ad un’operazione di vile marketing. Sebbene negli ultimi anni si siano moltiplicati libri e film su fenomenologie simili a quella di Eben, la massificazione di queste produzioni è stata un po’ come “gettare le perle ai porci”: a moltiplicarsi sono stati tanto gli scettici quanto gli ingenui (e i ciarlatani), perdendo di vista la serietà dell’oggetto in discussione. Ripercorrendo la storia dei fenomeni di premorte e dei cosiddetti viaggi astrali (che, salvo le cause scatenanti, sono del tutto simili alle NDE), si vedrà che l’esperienza di Eben non è stata la prima e di certo non sarà l’ultima. Uno dei testi più antichi in materia è il lamaico Bardo Tödol, meglio noto come Libro tibetano dei morti, scritto nell’VIII secolo d.C.. Il corpo Bardo è un corpo luminoso di cui quella che, per semplicità, chiameremo l’anima si circonda per vivere in una dimensione diversa da quella materiale e fisica. Più precisamente dopo la dimensione fisica esisterebbe un piano “astrale” (denominazione piuttosto commerciale ma che rende l’idea) che sarebbe il primo a cui si accederebbe dopo la morte del nostro “vestito biologico”. Il Libro tibetano dei morti insegna come affrontare questo stato superiore di coscienza per compiere il passaggio con un minimo di conoscenze e senza paure. Il libro spiega i procedimenti per poter rinascere dopo aver sperimentato quest’altra dimensione. L’ingresso a quest’altro mondo va compiuto con la giusta preparazione, cosa che nell’Occidente tecnologico non viene più tenuta in considerazione. Il Mistero del Fiore d’Oro, opera neotaoista più o meno dello stesso periodo, è invece al riguardo ricco di suggerimenti pratici, che includono la creazione al nostro interno di un embrione di luce in costante movimento rotatorio, che formerà il nucleo energetico del nostro essere quando ci lasceremo alle spalle il corpo fisico. In Occidente sono stati molti i mistici cristiani ad aver avuto visioni estatiche del tutto affini al racconto di Eben, e la stessa cosa può ritrovarsi nella cultura Sufi, in quella Precolombiana, nelle credenze druidiche e perciò, più in genere, sciamaniche, e via dicendo. Il fenomeno è antico quanto l’umanità. A cambiare, ogni volta, era semmai l’interpretazione visiva che si dava a ciò che si incontrava durante il viaggio fuori dal corpo. Per un cristiano una luce azzurra era sicuramente un angelo, per un induista poteva essere Vaju il dio del vento oppure Vishnu, per un buddhista il Buddha in persona. Julius Evola ne La Tradizione Ermetica (1931; Ed. Mediterranee, Roma 2009) chiamava «corpo di luce» il corpo “astrale”, e ne dava una spiegazione utilizzando simboli alchemici in quanto la vera alchimia sarebbe quella spirituale (come argomentò anche Mircea Eliade ne L’alchimia asiatica del 1935, ora in «Il mito dell’alchimia seguito da L’alchimia asiatica», Bollati Boringhieri, Torino 2001). René Guénon, ne L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta (1925; Adelphi, Milano 2009), equipara di fatto il corpo astrale con il linga-sharira induista. Ogni branca della Tradizione ha messo al suo centro questa verità: il corpo fisico è il nostro involucro terreno, buono finché si deve stare su questa Terra ma che viene dismesso (solve) quando si passa ad uno stato di coscienza differente, in cui ci si rivestirà di un altro involucro di diversa fattura (coagula). Ci sono testi più recenti che sono stati indebitamente “accalappiati” dalla New Age, che meritano almeno un cenno. Ne I miei viaggi fuori dal corpo Robert Monroe descrisse negli anni Cinquanta le sue esperienze consapevolmente indotte in stati trascendenti che lui chiamava “Localizzazioni” (Localizzazione 1 era il rimanere nei pressi del mondo fisico a noi noto, visitato in forma “spirituale”; la 2 includeva i piani superiori creati dall’immaginazione e dalle credenze religiose degli esseri umani ‒ qui starebbe il Paradiso, per capirci, e la 3 era un vero mondo parallelo al nostro in cui altri noi stessi starebbero vivendo una vita alternativa). Nel libro ciò che più colpisce è forse l’affermazione che qualunque religione si professi, alla fine l’esperienza sarà uguale per tutti; per rendere oggettiva l’analisi di questa esperienza bisogna scrollarsi di dosso ogni preconcetto e pregiudizio, nonché ogni sovrastruttura fideistica preconfezionata, per evitare di dare un’identità falsata a quanto vedremo e vivremo dall’altra parte.

Tornando ad Eben Alexander, egli avrebbe perciò confermato quanto da secoli, anzi da millenni, viene tramandato dalle dottrine filosofiche più eleganti e profonde che l’umanità abbia mai conosciuto. Eben non ha fatto che sperimentare in prima persona quanto la pioniera sulle ricerche inerenti le NDE, la psichiatra Elizabeth Kübler-Ross, andava dicendo il secolo scorso: «morire è come nascere», e «a seconda di come avremo vissuto assegneremo a noi stessi il paradiso o l’inferno».

Mauro Scacchi

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