Quando i romani rinunciarono alla propria identità

Posted on ottobre 21, 2012

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Quando i romani rinunciarono alla propria identità, su Secolo d’Italia, Domenicale del 21 ottobre 2012

Caracalla è famoso per due cose: le terme romane che portano il suo nome e l’editto che promulgò nel 212 d.C. Egli fu un despota e un fratricida, un mondialista ante litteram che con le sue azioni scellerate pose le basi per la decadenza di Roma. A causa dell’aumento delle spese militari, nelle casse di Roma non rimase più un sesterzio; secondo l’autorevole resoconto del senatore Dione Cassio, fu tale disastrata situazione economica il vero motivo per cui nel 212 Caracalla emanò l’editto Constitutio Antoniniana de Civitate. Si trattava di una delibera che forniva precise istruzioni sul tema della cittadinanza: tutti coloro che vivevano all’interno dei confini dell’Impero (salvo pochissimi casi) divennero di colpo, grazie a questo editto, cittadini romani.
Oggi c’è chi ancora si ostina a scorgere in questo provvedimento un atto liberale, profondamente umanitario e illuminato dal punto di vista sociale. A Caracalla di tutto ciò non importava proprio nulla, a lui interessavano soltanto i soldi (di certo non ottenne la pace sociale, anzi fu odiato al punto che morì assassinato dai suoi stessi uomini nel 217). Come narra Dione Cassio nella sua Historia romana, l’Editto di Caracalla servì per estendere a tutta la popolazione l’obbligo, che fino ad allora avevano solo i cittadini romani, di pagare alcune particolari tasse, come quelle sull’eredità. L’errore, inoltre, sta nel considerare l’Editto come un’anticipazione della moderna globalizzazione. Infatti, la forma non corrispose alla sostanza: nelle province imperiali le tradizioni locali rimasero, fu piuttosto la tradizione romana a soffrirne in quanto divenuta potenziale appannaggio di chiunque. Un’applicazione reale dell’Editto avrebbe comportato, d’altro canto, un paradosso: i romani avrebbero dovuto accettare di vedere i propri diritti in possesso di chi cittadino di Roma in senso stretto non era, e gli stranieri avrebbero dovuto adottare diritti e doveri dei romani in luogo dei propri. In breve, il retaggio di ognuno sarebbe stato vilipeso. La cittadinanza romana, quella del civis optimo iure, non era solo un fatto di diritto esteriore, quanto un simbolo e un segno potente che indicava l’appartenenza a Roma e una filiazione derivata da antenati comuni. Ne Gli “Atti degli Apostoli” si narra di San Paolo che, legato per essere flagellato, chiede se sia mai possibile trattare un cittadino romano in quel modo. Il centurione e i soldati che lo circondano lo slegano e arretrano intimoriti di fronte a quanto stavano per compiere. Questo significava essere romani: essere rispettati, temuti, quasi venerati. Ma a Caracalla, come a molti nostri contemporanei, evidentemente non interessava.

Mauro Scacchi

Bozza originale:

Quando i romani rinunciarono alla propria identità

Il grande Marco Aurelio s’era spento ormai da trent’anni quando salì al soglio imperiale la dinastia dei Severi il cui capostipite, Settimio Severo (193 – 211 d.C), era originario di Leptis Magna nella provincia d’Africa. Pur essendo ancora nell’epoca del Principato già iniziavano a scorgersi gli elementi tipici del Dominato, che si fa iniziare nel 285 d.C. con Diocleziano. Il Senato, custode della tradizione romana, iniziò ad occuparsi solo di questioni secondarie mentre la volontà del princeps divenne la fonte principale del diritto. Secondo Dione Crisostomo il principe era meizon ton nomon, «più grande delle leggi». Settimio Severo puntò decisamente a un tipo di governo incentrato sulla potenza dell’esercito, il cui costo impoverì le finanze e impose un incremento delle tasse. In questo contesto storico, alla morte di Settimio gli succedettero i figli Lucio Settimio Bassiano (che poi si fece chiamare Marco Aurelio Antonino detto Caracalla – dal nome del mantello gallico da lui indossato) e Publio Settimio Geta.

Caracalla è famoso per due cose: le terme romane che portano il suo nome e l’editto che promulgò nel 212 d.C. Egli fu un despota e un fratricida, un mondialista ante litteram che con le sue azioni scellerate pose le basi per la decadenza di Roma. Uccise Geta fra le braccia della loro madre, l’augusta Giulia Domna, e poi si presentò in Senato raccontando di essere stato salvato dagli dèi in quanto era stato Geta ad aver attentato alla sua vita. Trasformò il fratricidio in atto eroico e la spada usata per perpetrare tale gesto ignobile fu addirittura consacrata a Serapide, dio greco-egizio che così fece il suo ingresso nel pantheon romano ad onta di Giove Capitolino. Questo era Caracalla: arrogante, pericoloso, avido. A causa dell’aumento delle spese militari, nelle casse di Roma non rimase più un sesterzio; secondo l’autorevole resoconto del senatore Dione Cassio, fu tale disastrata situazione economica il vero motivo per cui nel 212 Caracalla emanò l’editto Constitutio Antoniniana de Civitate. Si trattava di una delibera che forniva precise istruzioni sul tema della cittadinanza: tutti coloro che vivevano all’interno dei confini dell’Impero (salvo pochissimi casi) divennero di colpo, grazie a questo editto, cittadini romani.

Oggi c’è chi ancora si ostina a scorgere in questo provvedimento un atto liberale, profondamente umanitario e illuminato dal punto di vista sociale. A Caracalla di tutto ciò non importava proprio nulla, a lui interessavano soltanto i soldi (di certo non ottenne la pace sociale, anzi fu odiato al punto che morì assassinato dai suoi stessi uomini nel 217). Come narra Dione Cassio nella sua Historia romana, l’Editto di Caracalla servì per estendere a tutta la popolazione l’obbligo, che fino ad allora avevano solo i cittadini romani, di pagare alcune particolari tasse, come quelle sull’eredità. La maggior parte dei senatori, privi di potere effettivo ma ancora pieni di privilegi, dormicchiavano tra gli agi dimentichi della grandezza e della sacralità di Roma. Alcuni di loro tentarono di opporsi alla Costituzione imperiale che regalava a cani e porci la cittadinanza, ma non servì a nulla. L’errore, inoltre, sta nel considerare l’Editto come un’anticipazione della moderna globalizzazione. Infatti, la forma non corrispose alla sostanza: nelle province imperiali le tradizioni locali rimasero, fu piuttosto la tradizione romana a soffrirne in quanto divenuta potenziale appannaggio di chiunque. Un’applicazione reale dell’Editto avrebbe comportato, d’altro canto, un paradosso: i romani avrebbero dovuto accettare di vedere i propri diritti in possesso di chi cittadino di Roma in senso stretto non era, e gli stranieri avrebbero dovuto adottare diritti e doveri dei romani in luogo dei propri. In breve, il retaggio di ognuno sarebbe stato vilipeso. La cittadinanza romana, quella del civis optimo iure, non era solo un fatto di diritto esteriore, quanto un simbolo e un segno potente che indicava l’appartenenza a Roma e una filiazione derivata da antenati comuni. Ne Gli Atti degli Apostoli si narra di San Paolo che, legato per essere flagellato, chiede se sia mai possibile trattare un cittadino romano in quel modo. Il centurione e i soldati che lo circondano lo slegano e arretrano intimoriti di fronte a quanto stavano per compiere. Questo significava essere romani: essere rispettati, temuti, quasi venerati. Ma a Caracalla, come a molti nostri contemporanei, evidentemente non interessava.

Mauro Scacchi

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