Vademecum per i giovani. Comunità umana e disumanità finanziaria.

Posted on agosto 26, 2012

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Comunità umana e disumanità finanziaria_Il Borghese agosto-settembre 2012

Giano Accame soleva dire che la speculazione finanziaria internazionale e l’economia reale nazionale sono in contrapposizione, e solo la seconda ha il fine di sostenere e promuovere il benessere di un popolo. Non si tratta di due facce della stessa medaglia, ma di due medaglie diverse. La prima, appuntata sul petto dei manovratori dell’alta finanza per i quali termini come Patria e Nazione non significano nulla, interessando loro soltanto i quattrini, nemmeno quelli veri e tangibili, ma quelli virtuali, eterei eppure non per questo meno efficaci, anzi; la seconda consegnata a chi, almeno in teoria, dovrebbe declinare ogni discorso economico a beneficio del proprio Paese, con ciò intendendo uomini e donne reali, che hanno bisogni e sogni, diritto di poterli realizzare e dovere di ricambiare con i propri sforzi lo Stato, promotore e intermediatore del loro benessere.

Si capisce bene che, secondo queste linee guida, lo Stato assume il ruolo di “condottiero” delle esigenze del popolo, senza scambiare questa funzione per quella deviata di “servo” del popolo: lo Stato conduce e viene seguito e difeso quando si fa interprete delle necessità della gente, necessità ovviamente che a sua volta lo Stato deve riconoscere come giuste e irrinunciabili.

L’orgoglio nazionale non è uno slogan dei bei tempi andati, è la conditio sine qua non per sopravvivere a questi giorni oscuri. Come chiamare lo scempio che si sta compiendo sotto tanti occhi chiusi dalle cataratte dell’intontimento collettivo? Capitalismo? Liberismo? Comunismo capitalista? Magari condendo il tutto con un prefisso che attesti lo stato di peggioramento della situazione, la fase avanzata di questo ripugnante processo, tipo post-liberismo? Volendolo poi inserire in un contesto più ampio, individuando con una parola il periodo storico, potremmo definirlo post-modernismo, o magari post-industriale? Ogni vocabolo che richiami alla mente lo stato attuale in cui versa la società, prima quella italiana, poi quella globale, va bene. L’importante è che si accosti ancora un significato, più o meno condiviso, alle parole usate. L’inganno del nostro tempo parte da qui, dalla comunicazione menzognera, dal lavaggio del cervello propinato non per vie misteriose presso chissà quali laboratori segreti, bensì quotidianamente attraverso i discorsi pubblici e le dichiarazioni di tanti politici e, ormai, soprattutto di tanti “tecnici”. Si finisce per non ascoltare più veramente queste persone, figurine in televisione che al telegiornale serale ripetono tante cose buone e giuste ma poi, chissà come mai, va sempre tutto peggio. Capita di non ascoltarle più con le orecchie ma i neuroni registrano frasi e ragionamenti e inconsciamente ne veniamo tutti, bene o male, condizionati, liquidando ogni questione politica e di rilevo sociale nazionale con un’alzata di spalle, tanto non cambierà mai nulla, tanto noi cosa ci possiamo fare? E lì ti volevano, lì a voltarti per seguire il tuo tran tran quotidiano lasciandoli a gestire la tua vita tra sghignazzi e intrallazzi, strafottenza e cinico calcolo, a seguito del quale prima o poi potresti finire nel sistema-tritacarne anche tu. Un uomo (o una donna, è chiaro) che alza le spalle lo fa perché si sente inerme e solo, e la propria impotenza ad agire, che potrebbe brutalmente virare in vigliaccheria, al più è fonte d’imbarazzo e vergogna solo per se stessi. Siamo bravi a convivere con le nostre vergogne. Le giustifichiamo in un baleno. Più uomini assieme, invece, salvo alcuni senza un minimo di dignità, amor proprio e positivo orgoglio, anziché alzar le spalle inizierebbero almeno a sussurrarsi dubbi, confidarsi pensieri e paure (non tremebondi ma risoluti, anche se a bassa voce, per stanare il problema e abbatterlo). La consapevolezza non può più appartenere a pochi filosofi, qui si tratta di vita reale, di disagi concreti; la presa di coscienza deve essere comune ed è improcrastinabile ormai. Ne va del nostro futuro prossimo. Serve tornare a ragionare come una «comunità umana» che si opponga alla «disumanità finanziaria». L’Italia, ci dicono, è allo sfascio. Ha un debito pubblico elevatissimo e un interesse sul debito che ci impone di pagare tasse su tasse, una spesa pubblica insostenibile, una percentuale di disoccupazione preoccupante, uno sviluppo economico ridicolo e un altro nella ricerca scientifica altrettanto risibile. Questo lo stato dell’arte, che troppi politici politicanti nell’arco di decenni hanno generato, inoltre regalandoci (così dice la vulgata, e pertanto potrebbe con facilità non essere vero) un tenore di vita sopra le nostre possibilità che ora non è più possibile sostenere. Fermo restando quanto suddetto, ecco che l’Italia, come bene illustrato nel piccolo ma preziosissimo saggio Il Grigiocrate Mario Monti (Fuorionda, 2012), scritto da Augusto Grandi assieme a Daniele Lazzeri e Andrea Marcigliano, si è prestata come banco di prova per un nuovo sistema di governo pensato all’estero. Lì dove la politica, cioè colei che dovrebbe rappresentare le istanze del popolo, ha fallito, ci è stato raccontato che altri avrebbero fatto bene, avrebbero rimesso in carreggiata il nostro amato Paese. Come dimenticare lo strombazzo generale a lode e gloria di Monti, fin da prima che s’insediasse come primo ministro, a onta di qualsivoglia volontà sovrana popolare? E quindi ad onta della stessa Costituzione che, ora, nessuno pare voglia più difendere, mentre finché bisognava cacciare Berlusconi i cantori della sinistra facevano a gara per decantarne le virtù? Come dimenticare gli osanna a Supermario, già un eroe prima ancora che gli italiani sapessero chi fosse e donde venisse? Senatore a tempo record, ogni giorno televisioni e quotidiani “pesanti” ce lo descrivevano come la ricetta giusta, l’opposto del mascalzone e imbroglione che c’era toccato in sorte prima (ma scelto attraverso elezioni popolari)? Monti è sobrio, è diritto, è credibile all’estero, piace agli americani, piace agli inglesi, piace all’Unione Europea. E noi abbiamo ascoltato, assorbito, e qualcuno s’è detto che Monti era, in effetti, una buona soluzione: egli era già dentro quello stesso sistema economico finanziario internazionale che ci stringeva la gola, ne conosceva certamente i meccanismi e ciò avrebbe favorito una ripresa economica buona per tutti. Che inganno favoloso. Si sarebbe potuto pensare: già dentro quel sistema, lavorerà dunque per quel sistema, non per noi. Invece no, siamo italiani, ci siamo fidati, abbiamo creduto. Tasse e tagli, tagli e tasse, esodati, minaccia di licenziamenti nella pubblica amministrazione, di riduzione degli stipendi, di blocco o slittamento delle tredicesime e blocco contratti a oltranza, di ulteriore innalzamento dell’Iva, ecc.; la soluzione alla crisi pare quindi banale, per proporre queste soluzioni bastava davvero chiunque! Ma queste non sono soluzioni, bensì “dissoluzioni” di strati sociali operate con la scusa della crisi. I politici hanno dato carta bianca ai “tecnici” perché se di tagli e tasse si deve parlare, meglio lo faccia qualcun altro, ché altrimenti loro, i politici, avrebbero perso consenso (in molti l’hanno perso egualmente), e poi in Parlamento chi ce li avrebbe mandati più? Giovani italiani, non fatevi fregare. Senza andare a cercare complotti e cospirazioni, guardiamo la realtà per quello che è: stanno mettendo gli italiani contro gli italiani. Chi non ha lavoro, chi è precario e da anni salta da un lavoro interinale a una collaborazione a progetto, è “incazzato” nero, passatemi la volgarità che ogni tanto aiuta a render meglio l’idea. Se sei un cassaintegrato, un disoccupato o un precario e ti dicono “bisogna tagliare nel pubblico impiego”, quasi quasi sei contento, ci godi come se ti avessero reso giustizia: basta con i privilegiati, gli scrocconi con il posto fisso e sicuro, bisogna essere tutti uguali. Ecco, se la pensi così ti hanno dato le catene e te le sei già legate ai polsi da solo. Se tu non hai, non è togliendo agli altri che otterrai qualcosa. Ti dicono che funziona così, qualcuno potrebbe azzardare un’ipotesi sulla ridistribuzione della ricchezza ma è una balla, una super bugia. Tagliano per pagare gli interessi sul debito pubblico, per trovare i soldi che le banche ci prestano e che rivogliono indietro considerevolmente rimpolpati. Tagliano, anche, per inondare di moneta le banche stesse, perché sopravvivano (strano a dirsi, ma alcune sono pure male in arnese), anche se poi le stesse banche pianificano di licenziare migliaia d’impiegati mentre, contemporaneamente, danno liquidazioni milionarie ai “grandi capi”. Tu non beccherai un soldo, figurarsi un posto di lavoro. Si chiama «livellamento verso il basso». Saremo tutti uguali (e già l’idea è aberrante), nel senso che saremo tutti più disgraziati e poveri. La massima da seguire, senza se e senza ma, dovrebbe invece essere: chi ha qualcosa, se lo tenga stretto, a chi non ha niente o ha molto poco venga dato il necessario per arrivare a stare nelle stesse condizioni di coloro che hanno qualcosa. Se dobbiamo essere tutti uguali, livellati, ebbene non possiamo accettare di esserlo su un piano ribassato, giammai, sarebbe l’inizio della fine, stavolta sul serio. Saremmo come immigrati a casa nostra, manovalanza a basso costo (prima o poi anche senza fissa dimora, e qualcuno già si trova in queste condizioni); saremo sfruttati e senza più argomenti e strumenti per opporci, troppo infiacchiti e fuori forma a furia di stare curvati, a testa bassa, in ginocchio di fronte a nuovi padroni per i quali l’Italia sarà sì e no una macchia oblunga su una carta geografica. Davvero ci siamo convinti che le agenzie di rating possano decretare la fine di un Paese, che lo spread possa interpretare il malessere di un’economia nazionale? No. Da strumenti utili per leggere il polso di un’economia, sono diventati portavoce di una dittatura finanziaria mondiale. La Grecia è pro-euro? Le borse migliorano, sono tutti contenti. Se non lo fosse più? Di certo arriverebbero le mazzate, perché l’Europa la ostracizzerebbe. Tutti noi dobbiamo fare ciò che dice e vuole l’Europa, che spesso è come dire ciò che vuole e dice l’America. Allora vi dico: cos’è l’Europa? Una Comunità di Stati, cioè di uomini e di donne, cioè noi, e cioè anche voi cari giovani. Se voi non vorrete stare sotto il giogo di un’Europa che crea e asseconda banche, non ci starete. Sono le banche sovranazionali che mettono in crisi i Paesi, che dicono di aiutarli dopo che, come i peggiori strozzini di una volta, li hanno salassati. Vogliono mettere uomini loro, o a loro vicini, a capo dei governi, com’è accaduto nel Belpaese. Se un ladro mi entra in casa, chiamo lui per svolgere le indagini? Una similitudine forte, che aiuta però a capire. Per la finanza internazionale siamo numeri sacrificabili, formiche senza personalità da schiacciare. A chi interessa delle vostre storie, dei vostri amori, delle vostre famiglie, dei vostri dolori e delle vostre gioie? Non certo a chi, arroccato dietro una ricchezza e un potere senza pari, vi dice che dovreste essere felici di passare la vita a cercarvi ogni volta un mestiere diverso, rischiando di mandare allo sfascio matrimoni, senza potervi permettere un mutuo per la casa e chiedendovi magari a cosa siano serviti gli anni spesi per laurearvi.

Guardatevi da chi senza più ritegno alcuno vi fa la ramanzina dall’alto di uno scranno, parlando di “lavoro” quando intende dire “licenziamenti”, che da dietro cattedre dorate (per sé e per i propri figli, ovvio) col sorriso sulle labbra vi sta dicendo che il vostro posto è in mezzo a una strada, che solo voi dovrete sacrificarvi. Da tagliare e abbattere non sono i posti nelle amministrazioni pubbliche, semmai sono gli eccessi quelli che vanno stroncati, e certo anche lì ve ne sono e anche lì andranno ridotti. Ma la maggior parte sono persone che prendono buste paga che già sono inferiori ai nostri vicini francesi o tedeschi, perciò non è assecondando una manovra contro queste categorie che risolverete i vostri guai. Sono gli stipendi, le pensioni e le liquidazioni milionarie che devono cessare; anche le imprese private devono dare di più ai loro dipendenti e meno agli amministratori uscenti. Qualcuno dirà: ma sono società private, possono fare ciò che vogliono. Chi dice che ciò sia giusto? E la Costituzione, in cui è scritto chiaramente che «l’iniziativa economica privata è libera» purché non contrasti con «l’utilità sociale», dove la mettiamo? La prima utilità sociale non è forse quella di dare un lavoro a chi non ce l’ha? Serve una politica in cui lo Stato torni a fare gli interessi della gente, metta paletti a mega aziende, gigantobanche e speculatori jene. La Nazione deve essere protetta, da fuori e da dentro. Prendetene atto o accettate di essere trattati come un conto corrente, controllato e gestito non certo da voi, che quando non servirà più verrà chiuso e dimenticato. Con buona pace di tutti i vostri progetti per il futuro.

Mauro Scacchi

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