L’ultra-conservatore che amava i gatti. Pubblicati due saggi significativi su Lovecraft.

Posted on maggio 13, 2012

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L’ultra-conservatore che amava i gatti   sulla rivista mensile Area, aprile 2012

«Sono un ultra-conservatore, socialmente, artisticamente e politicamente, ma anche un estremo progressista, nonostante i miei trentanove anni, riguardo tutte le questioni di scienza pura e filosofia. Amando la libertà illusoria del mito e del sogno, sono devoto alla letteratura d’evasione; ma amando in egual misura il tangibile ancoraggio del passato, tingo tutti i miei pensieri delle sfumature dell’antichità». Così si descriveva lo stesso Howard Phillips Lovecraft nel 1929, in una lettera a un corrispondente sconosciuto, e aggiungeva: «Il mio periodo moderno favorito è il diciottesimo secolo; il mio periodo antico favorito è il virile mondo dell’incontaminata Roma repubblicana. Non riesco a interessarmi al Medioevo».

Il modo migliore per comprendere le opere di narrativa è quello di risalire direttamente alla loro fonte, cioè al pensiero dell’autore e alla sua vita. A questo proposito, a occuparsi del “solitario di Providence” è il recente Parola di Lovecraft (Società Editrice La Torre; San Marco Evangelista – CE, 2012) a cura di S.T. Joshi e, per l’edizione italiana, di Pietro Guarriello, con presentazione di Gianfranco de Turris.

Il libro riporta tutte le note autobiografiche, più o meno brevi, di HPL. Leggendo le sue stesse parole si scopre un Lovecraft conservatore ed esteta, aristocratico solitario e antimoderno, un pagano avverso all’ortodossia cristiana e infine un materialista cinico e scettico. Insomma, il padre di Cthulhu e di Yog-Sothot aveva una visione del mondo complessa, intrisa di nostalgia per tutto ciò che può definirsi antico, che si riflette nello stile e nel linguaggio adottati in tutte le sue opere. Giova far riferimento, ancora una volta, alle sue stesse dichiarazioni, al fine di comprendere meglio la sua personale Weltanschauung.

«Sono per natura uno scettico e un analizzatore, ponendomi fin da giovane nella mia attuale posizione di cinico materialista», asseriva infatti nel 1922, all’età di 32 anni, su The Liberal, nel saggio Confessioni di un uomo privo di fede. Da bambino provò una forte attrazione per il mondo islamico, tanto che coniò per sé lo pseudonimo di Abdul Alhazred, che riutilizzò in seguito attribuendo all’omonimo personaggio la compilazione dello pseudobiblium Necronomicon, come Lovecraft scriverà in Alcune notazioni su una Non-entità, breve autobiografia tratta da un documento datato 1933. Nello stesso testo si legge, inoltre: «Niente mi ha mai affascinato tanto quanto l’idea di qualche singolare interruzione delle prosaiche leggi della natura, o di qualche mostruosa intrusione nel nostro mondo familiare di creature sconosciute provenienti da insondabili abissi esterni». La passione per le profondità abissali del cosmo è un tratto caratteristico di HPL, fin da bambino amante dell’astronomia (fondò addirittura una rivista specialistica sulla materia a soli 13 anni, The Rhode Island Journal of Astronomy). Lovecraft preferiva passare il tempo in luoghi isolati e immersi nella natura, come il lago di Quinsnicket a circa 10 miglia a nord-ovest di Providence, nei pressi del quale soleva scrivere seduto su una grossa roccia affiorante dall’acqua. Del paganesimo lovecraftiano va detto, però, che egli lo abbandonò presto, pur continuando ad amarne il classicismo estetico. Scrive, infatti, nella stessa lettera da cui la citazione iniziale di questo articolo: «Quando fui costretto dal ragionamento scientifico a sbarazzarmi del mio paganesimo infantile, fu per divenire un assoluto ateo e materialista… e non ho trovato alcuna valida ragione per credere in qualsiasi forma del cosiddetto “spirituale” o “sovrannaturale”». Quest’ultima affermazione colpisce molto, in considerazione del fatto che tutti i suoi lavori letterari sono incentrati sul sovrannaturale! Ancora una volta, però, è Lovecraft stesso a illuminarci: «Nell’arte, niente m’interessa quanto l’idea di una strana sospensione delle leggi naturali: bizzarri scorci di mondi tremendamente antichi e dimensioni anomale… Penso che questo genere di cose mi affascini tanto più che non credo a una sola parola di esse!». In Parola di Lovecraft si trovano molte altre “rivelazioni”, cui il popolo di Nyarlathotep porrà sicuramente la massima attenzione.

Un altro libro utile per conoscere il Lovecraft uomo, oltreché inventore di storie, è Il libro dei gatti (Il Cerchio Editore; Rimini, 2012), a cura di Gianfranco de Turris e Claudio De Nardi, con la collaborazione di Pietro Guarriello. In apertura, la Presentazione Una sera d’estate, un micio nero… di Marina Alberghini, Presidente dell’Accademia dei Gatti Magici, cui segue l’approfondita Apologia del gatto filosofico del de Turris. In chiusura, La duplice nemesi dei gatti di Ulthar, un pregevole saggio di Massimo Berruti. Rispetto alla prima edizione (1996) i contenuti sono quasi raddoppiati. Si tratta di un’opera molto particolare in cui vengono riuniti tutti gli scritti di Lovecraft che riguardano i gatti, animali da lui amatissimi tanto che si definiva «un ailurofilo impenitente». Oltre al racconto I gatti di Ulthar e al brano L’armata dei gatti (estratto dal famoso Alla ricerca del misterioso Kadath) sono presenti varie poesie, un ricco epistolario e due saggi di HPL, di cui uno davvero notevole, Gatti e Cani. Soprattutto da quest’ultimo emerge netta la supremazia del gatto secondo Lovecraft, per il quale «Il cane , ma il gatto è», frase che, come osserva bene il de Turris, è una «definizione lapidaria, il maggior omaggio che sia mai stato fatto alla razza felina».

L’erede di Poe sa essere convincente nell’esporre le differenze tra cani e gatti. «Possediamo un cane… Ma ospitiamo un gatto», e riguardo a quest’ultimo: «Come l’uomo superiore, sa stare solo ed essere felice» e, ancora, esso è «sprezzante, invitto, misterioso, raffinato… patrizio». Il gatto è creatura del mito, il cane della più prosaica realtà. «Il cane è un contadino e il gatto un gentiluomo» e dunque «è per l’aristocratico, …, per l’uomo che apprezza la bellezza come una forza viva in un universo insensato e privo di scopo». Il gatto può assurgere perciò a creatura divinizzata (si pensi alla dea egizia Bastet). Forse è vero quel che scrive Lovecraft ne L’armata dei gatti: «ci sono luoghi segreti e frequentati soltanto da quelle bestiole… È sulla faccia nascosta della Luna che vanno a rifugiarsi, per conversare con le ombre». Speriamo che ci mettano una buona parola per il genere umano.

Mauro Scacchi

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Le copertine de Il libro dei gatti e Parola di Lovecraft

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