Vademecum per i giovani. La LAUREA ed il suo VALORE

Posted on aprile 1, 2012

0



Il Borghese aprile 2012_La laurea e il suo valore 1-2_SCACCHI Il Borghese aprile 2012_La laurea e il suo valore 2-2_SCACCHI

La laurea e il suo valore   Il Borghese, aprile 2012

Vademecum per i giovani. La LAUREA ed il suo VALORE

Non se ne può davvero più. Chi non si laurea entro i 28 anni è uno sfigato, chi spera in un posto fisso è noioso, chi ha sacrificato anni di sforzi per una laurea rischia di vedersi declassato in un concorso pubblico solo perché non è un “bocconiano”. Quest’ultima sgradevole possibilità necessita di un minimo approfondimento, di una riflessione ragionata in cui far convergere buon senso e un po’ di giustizia sociale.

La proposta del Governo, che a singhiozzo torna alla ribalta e che vede tanto adesioni quanto corrucciamenti trasversali un po’ in tutti i partiti, prevede l’abolizione del valore legale del titolo di laurea o un suo ridimensionamento. Che significa? Perché questa iniziativa è tale da destare preoccupazione tra i laureati e i laureandi del Belpaese? Lo scopo di questa iniziativa sembrerebbe, di primo acchito, razionale e sensato: evitare che vi siano laureati in università facili e veloci che escano con il massimo dei voti, e che poi si lascino alle spalle, nella polvere, laureati presso università più severe e formative, solitamente più lunghe e che tipicamente danno voti più bassi. Come raggiungere lo scopo, in prima battuta? Togliere importanza al voto di laurea nella circostanza in cui si partecipi ad un concorso pubblico. Facendo ciò, si avrebbe restaurato un certo equilibrio, ma già sorge una perplessità. Nelle università, innanzitutto, dovrebbero scomparire certi “professoroni” che hanno il vizietto di dire «il mio 23 è come un 30», abbassando la media dell’alunno sventurato solo per una presunta superiorità del professore in questione, che mostra ovviamente disprezzo per colleghi da lui ritenuti troppo buoni. Non deve esistere, all’interno di una Facoltà, la possibilità che ogni docente possegga il proprio metro di valutazione. Infatti, chi se ne importa se per questo o quel signore, che magari ha accasato pure qualche familiare, il suo voto “vale più degli altri”. Il voto è un numero e la media è un concetto matematico in cui non trovano posto personalismi atti solo a rovinare una carriera universitaria. Se si evitassero queste spiacevoli situazioni, forse anche nelle università considerate più prestigiose vi sarebbero più laureati “presto e bene”.

Senza considerare il voto di laurea in occasione di un concorso pubblico, varrà solo l’effettiva preparazione, da dimostrare alle prove concorsuali. Fin qui, ad ogni modo, non si scorge motivo di preoccupazione, anzi bisogna riconoscere la bontà del ragionamento. Inoltre, e non è poco, a fronte di lauree conseguite presso differenti facoltà (umanistiche o scientifiche) si potrebbe partecipare indistintamente alla gran parte dei concorsi, sempre per l’assunto che il concorrente deve dimostrare la sua bravura durante le prove, e non esibirla attraverso pezzi di carta. Il titolo di laurea, perciò, sarebbe solo uno strumento per accedere a più concorsi, nei quali solo i più competenti prevarrebbero sugli altri. Anche questa idea non è male, bisogna riconoscerlo. Chiaramente per mestieri più “tecnici” si continuerebbe a richiedere lauree specifiche, come per es. in Medicina.

Ma dov’è, allora, che nasce il cosiddetto inghippo? Cosa spaventa, e non a torto, di questa proposta che alcuni vorrebbero rivoluzionaria (ma, diciamolo una buona volta, non lo è)?

La laurea serve per avere un’istruzione superiore in una determinata disciplina. Il valore legale indica che lo Stato italiano garantisce che una certa laurea, presa in qualsiasi università italiana, testimonia uguale formazione, uguale bagaglio conoscitivo dato agli studenti, riflesso nel voto attribuito loro al termine degli studi.

Perciò, prima di decidere qual è l’università migliore, il Governo dovrebbe adoperarsi per rendere l’insegnamento universitario il più possibile standard sul territorio nazionale. Ai fini di un concorso pubblico, allora, varrebbero i minimi standard adottati da tutti gli atenei.

La proposta, che pure sembra avere i suoi pregi, almeno per tamponare una situazione attuale in cui, va detto, non è vero che ogni università equivale ad un’altra, nasconde un inganno. Infatti a fronte dell’assenza di voto tra i titoli valutabili in sede di concorso, pare che il Governo sia dell’avviso di voler operare un discrimine tra un ateneo e l’altro, dando un certo punteggio a chi si è laureato nell’università considerata “migliore”, ed uno inferiore a chi ha studiato nell’università “peggiore”. Il 20 gennaio scorso Monti ha incaricato l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) di stilare un elenco delle università italiane, da cui poter separare quelle idonee a vedersi riconosciuto un elevato punteggio da quelle che potremmo dire “di seconda categoria”. Tra queste ultime probabilmente troveranno posto molte università del Mezzogiorno e quasi certamente quelle telematiche.

Immaginiamoci lo scenario. Il laureato alla Bocconi avrà, in un concorso pubblico, un punteggio che non terrà conto del voto di laurea ma derivante dall’ateneo, e perciò molto elevato. Intanto, analogo laureato alla Bocconi, ma con voto superiore, potrebbe anche infastidirsi. Infatti due laureati presso la stessa università avranno lo stesso punteggio. Si potrebbe anche introdurre il criterio degli anni che ci sono voluti per prendere la laurea, ma ciò causerebbe altri grattacapi (il bocconiano impiega più tempo a laurearsi rispetto alla piccola università “X” del Mezzogiorno, ma non si può condannarlo per questo: la sua formazione non è forse superiore?). Subito risulta evidente che il ragazzo nato da umile famiglia, con pochi soldi e che magari abita nel luogo sbagliato, perderà in partenza la competizione. Per non parlare dello studente-padre-lavoratore che non avrà di certo tempo e risorse necessarie. Questi due ultimi casi sono da punire? Certamente no, anzi al contrario in essi va elogiata la forza di volontà di colui che, pur non avendo alle spalle una famiglia danarosa e una situazione fortunata, si mette in gioco per conseguire, tra mille sacrifici (economici in primis) la laurea. Il ragazzo nato da una famiglia abbiente, invece, che già sa che cosa farà da grande (probabilmente una brillante carriera, nell’azienda paterna o in un posto fisso ultra pagato grazie alle raccomandazioni d’alto livello), non avrà alcun problema, per lui la strada è già spianata fin dal principio. Oltre ad apparire in certa misura iniqua, questa proposta è anche anacronistica nonché contraddittoria. Il futuro, come si sa, è la rete, internet. Non a caso una circolare (la 12/2011) della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rivolta alle Pubbliche Amministrazioni, ha ricordato che la stessa Ue ha indicato nell’insegnamento a distanza, e quindi nelle università telematiche, nuovi metodi validi di apprendimento. Le università telematiche che rispondono a determinati requisiti sono abilitate a rilasciare titoli accademici. Perciò, se da un lato l’Ue preme per nuove forme di apprendimento che l’Italia fino a ieri ha accolto con favore, oggi si vuol viaggiare in controtendenza. Il pericolo della proposta, serissimo, è di tagliare le opportunità a chi una laurea l’ha conseguita fidando nella coerenza del Governo italiano, a fronte di ingenti spese e comunque di sforzi intellettuali non privi di merito. Piuttosto, il Governo si assicuri che le università telematiche diano una formazione equivalente allo standard che tutte le università italiane dovrebbero garantire.

Per concludere, la proposta di togliere il valore legale alla laurea, o comunque di modificarne l’utilizzo ai fini di pubblici concorsi, sembra nascere dalla volontà di suddividere sempre di più la nostra Patria in due: chi tanto ha, sempre di più avrà, chi ha meno, avrà sempre meno.

Non è così che si abbattono le “caste”, ed è interessante notare come un’iniziativa tanto discriminatoria possa trovare l’appoggio di molti esponenti del centrosinistra, che popolari, evidentemente, non lo sono stati mai.

Mauro Scacchi

Annunci
Posted in: IL BORGHESE