Il cammino spirituale nella Tradizione

Posted on dicembre 1, 2011

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Il cammino spirituale nella Tradizione   Antarès, n. 1/2011

Il «cammino spirituale» nella Tradizione. L’ascesi trascendente come Grande Opera.

Il verbo «camminare» desta subito l’idea di movimento, dello spostamento fisico da un luogo ad un altro effettuato per mezzo delle proprie gambe. La radice sanscrita gam richiama più genericamente il concetto di «movimento», di «andare da qualche parte»[1]. È in questa sua accezione più ampia che il termine «camminare» è stato da sempre utilizzato nei molteplici campi di studio in cui l’elemento d’interesse non fosse propriamente di natura fisica, concreta, quanto piuttosto di natura, per così dire, spirituale. Si dice infatti il «cammino dello spirito», e partendo dalle medesime posizioni altre espressioni similari, altrimenti associabili al vero e proprio deambulare, si ritrovano in ogni tradizione. Valga per tutte il giapponese Budo, o «Via che conduce alla pace», in cui l’ideogramma che si pronuncia do ha esattamente il significato di percorso, di «via» in senso spirituale. Non ci soffermeremo ancora a lungo su questo ordine di idee, tranne che per evidenziare come ogni parola che faccia riferimento, anche indiretto, al camminare, si trova perfettamente a suo agio anche nel descrivere stati e situazioni che rientrano nella sfera del non fisico, del non visibile. Ecco dunque che termini come strada, via, sentiero, salita, discesa, scala, ecc. trovano agevole utilizzo nel trattare argomenti correlati alla incorporeità. Si noti, infatti, che non solo è possibile traslare dal campo terreno a quello sovraterreno verbi atti a comunicare un comportamento, bensì pure vocaboli che nell’uso quotidiano indicano tutti quegli oggetti con i quali il corpo fisico viene a trovarsi in contatto e con i quali interagisce. Proseguiremo ancora su questo crinale, lasciando però sempre più indietro il versante tipicamente terricolo, volgendo lo sguardo principalmente a quello privo della vile materia. Si potranno continuare a notare, comunque, somiglianze di significato tra le due sfere per nulla accidentali.

Innanzitutto il «camminare», come s’è detto, presuppone uno spostamento, dunque una «azione». A sua volta questa azione deve, per necessità, presupporre una volontà di azione e, di poi, una attitudine all’azione. Devo prima volere, poi potere, e solo in seguito sarò in grado di compiere lo spostamento voluto. La volontà, di per sé, a sua volta altro non è che una manifestazione impalpabile della coscienza che, già desta, esprime come per mezzo di un «comando» il desiderio di movimento. In altre parole la volontà è il catalizzatore, il giunto cardanico attraverso cui si connettono due mondi, quello visibile e quello non visibile, entrambi naturali, cioè dello stesso ordine, come si spiegherà in seguito. Ma è pure elemento di connessione tra l’Io individuale, inteso come riconoscimento di sé stessi operato dal pensiero cosciente (cioè dal processo logico-razionale che si svolge nella nostra mente), ed il Sé (Selbst), inteso come la parte primigenia e nucleo non oltre valicabile del nostro essere. Ci soffermiamo così a lungo sulla volontà poiché è fondamentale comprendere che essa può agire tanto internamente quanto all’esterno. E onde evitare fraintendimenti, sia l’azione esterna sia quella interna possono egualmente compiersi tanto al livello fisico quanto su quello non fisico, appartenendo entrambi i livelli allo stesso ordine. Con stesso ordine intendiamo dire che trattasi sempre e comunque di possibilità «a portata di mano» della natura umana. In tal senso non sono soprannaturali, anche se così potrebbe apparire a un meno attento indagatore. Nel campo fisico, la volontà spinge il corpo ad interagire con ciò che lo circonda, ma certuni possono allo stesso modo costringere il cuore a rallentare i propri battiti, cosicché l’interazione avviene internamente. Nel campo non fisico, la trattazione richiede maggiori dettagli.

Andiamo ad esplorare perciò, più dappresso, il «cammino dello spirito».

Lo «spirito», citando Evola, è «termine vago e indifferenziato, dato che spiritus etimologicamente esprime il soffio, rimanda ai termini ào, aeni, soffiare, ad ànemos, che sta alla base tanto di animus che di anima, antecedendo, per così dire, la precisa differenziazione dei due»[2]. L’anima, a dispetto di quel che si crede a causa dell’utilizzo romantico e filosofico che ormai di tal vocabolo viene fatto, rappresenta l’impulso vitale, l’istinto, la passione, le emozioni in genere, tra cui la rabbia, la frustrazione, l’invidia, la gelosia, ecc. insomma tutte quelle pulsioni che ci legano alla terra e che ci fanno bramare cose terrene. In questo senso l’anima è connessa all’«inferiore»[3]. L’animus è ciò che, promanando da noi stessi, esorta e smuove la volontà e dunque l’azione conscia, è ciò che, a cavallo tra interiore ed esteriore, dà impulso agli ordini e consente ogni movimento consapevole. Il «cammino dello spirito» ha come meta finale l’ascesi, cioè la «comunione mistica» (o «matrimonio», secondo la dicitura alchemica) tra anima e animus, in cui però la prima deve, per così dire, soggiacere al secondo, pena la perdita di controllo e l’incapacità di procedere con successive evoluzioni. Tra la volontà e l’azione vera e propria, sia quella muscolare fisica che quella spirituale, è posta una «scintilla di attivazione» che può assumere nel mondo manifestato il sembiante di trasmissione nervosa, e in quello non manifestato (nel senso, qui, di non fisico) di vibrazione o di altre sensazioni temporanee sintomo di un qualche passaggio di stato. Si noti che la volontà, come comunemente la si intende, è un «connettore» che risiede nella parte più superficiale della coscienza. Ma il luogo da cui la stessa volontà scaturisce è invero il nucleo senziente della persona, il suo Sé. Da lì proviene la volontà, la quale per proiezione ci appare scaturire dal pensiero razionale più esterno, quando invece è un’emanazione del nostro essere più vero. Ciò è possibile, come s’è detto, grazie all’intervento dell’animus che «invoglia» l’emanazione della volontà. Ecco dunque che la volontà può spronare tanto un’azione rivolta all’esterno che una volta all’interno, e nel caso corporeo e in quello incorporeo. La volontà, ormai è chiaro, è la prima leva attraverso la quale a tutti i livelli l’essere umano interagisce con altro da Sé, sia questo «altro» intelligibile o meno.

Conviene subito specificare la distinzione tra ciò che è mistico, ciò che è psichico e ciò che è iniziazione[4]. Il primo stato, tipico delle estasi di molte donne sante del Cristianesimo, ma non solo, richiede per esser raggiunto un atteggiamento passivo della coscienza[5]. Epperò mantiene un certo grado d’interesse e di rispetto da parte nostra. Invece lo «psichico» è l’utilizzo di una facoltà comunque naturale, anche se non di facile assimilazione. Questo, al pari della magia (unica differenza è che il primo opera in assenza di strumenti, la magia – «alta magia» in primis – invece vuole opportune cerimonie, riti e Strumenti dell’Arte[6]), rientra nelle possibilità umane ed agisce nel mondo umano, perciò non produce mai innalzamento a livelli spirituali superiori[7].

È interessante, sotto diversi punti di vista, approfondire un poco alla volta il tema del «viaggio astrale»[8], osteggiato tanto dal Guénon[9]. L’«uscita da sé» mistica, di cui pure parla il Guénon, differisce dal viaggio astrale principalmente nella modalità di accesso, poiché lì dove a questa si accede per via passiva per tramite di un indebolimento della coscienza, al secondo si accede per mezzo di una sempre vigile attività della coscienza (e dunque, in linea di principio, essa è più meritevole delle nostre attenzioni). In entrambi i casi l’operatore, salvo eccezioni di eccellenza, non potrà mai esser del tutto sicuro, nonostante ciò che potrebbe raccontare a sé stesso, di aver davvero «viaggiato» fuori da sé anziché dentro di sé[10]. I richiami in molti testi al «dentro» o «interno» non devono comunque ingannare. Questo è un campo dove lo spazio come lo conosciamo noi cessa di esistere, per quanto possa assomigliare ad esso. Per tal motivo concentrarsi su sé stessi cercando il centro originario del proprio essere può essere il modo per uscire da sé stessi, cioè dall’involucro fisico, tanto quanto il pensare con tutte le forze di uscire dal corpo potrebbe in realtà catapultare l’improvvido all’interno di un incubo privato, i cui limiti effettivi non varcano le soglie della mente fisica. Nulla è certo se non che esperienza, istinto e conoscenza garantiscono margini di maggior successo e comprensione del fenomeno sperimentato.

Fatta questa necessaria premessa, va tenuta in serissima considerazione la distinzione tra Tradizione, Antitradizione e Controtradizione[11]. Solo la prima ha l’apporto o l’influenza di un’entità trascendente[12], e consente di trascendere la condizione umana. Lì dove pure vi fossero rapporti con entità sovrannaturali ma lo scopo fosse di natura terrena e materiale, non più di Tradizione si tratterebbe ma anzi di Controtradizione (come nel Satanismo e in ogni altra contraffazione dell’idea tradizionale). L’Antitradizione è tutto ciò che nega il trascendente. Il Neospiritualismo e la New Age in generale sono forme particolari di Controtradizione. Esse infatti il più delle volte promettono metodi per elevarsi spiritualmente, e in questo processo non negano, anzi spesso auspicano, rapporti con entità altre, ma l’eccesivo sincretismo, la faciloneria e l’ignoranza che permeano queste dottrine sono indici di una degenerazione della Tradizione. Ciò avviene quando il vero sapere si è perduto e dunque si colgono frammenti sparsi della conoscenza antica di modo che, coniugandoli tra loro, essi assumano una loro intrinseca validità, che però è sempre di natura differente da quella che si crede. Lo Spiritismo ne è un valido esempio. Allan Kardek, ma prima di lui Emanuel Swedenborg in certa misura, parlava con gli spiriti, o così asseriva, ma nessuna Tradizione può esplicitamente indicarci la vera natura di quegli esseri invocati (tanto meno se evocati); pertanto ciò che gli spiritisti in genere presuppongono di sapere altro non è che una loro ipotesi affatto personale. Queste nuove correnti di pseudo religiosità, che tali sono specialmente quando si arricchiscono di cerimonie, riti e simboli mutuati da organizzazioni regolari con alle spalle però, queste ultime, secoli di esperienza, ebbene questi nuovi spiritualismi confondono in maniera esasperante ogni insegnamento degno di questo nome, alterandone e sovvertendone i significati tradizionali. Il dramma reale, in ciò, è che spesso queste nuove dottrine sono spiegate in termini all’apparenza logici: per quanto astruse possano essere esse si fondano sui più disparati ragionamenti e su descrizioni talmente evocative che è difficile per l’uomo comune coglierne l’inganno. Più facilmente l’uomo medio farà di «tutta un’erba un fascio» bollando come idiozie tanto i neospiritualismi quanto gli insegnamenti davvero tradizionali. Si vede bene, allora, come tra i presunti insegnamenti di queste nuove religioni, di questi nuovi spiritualismi, vi siano mischiate conoscenze proprie della Tradizione, la cui portata è però compromessa dallo stesso calderone di nozioni in cui sono immerse. Ecco che, in questo senso, il «viaggio in astrale» non può che essere criticato dal Guénon. Infatti, l’esperienza che con esso si avrebbe, non differirebbe in sostanza da quella vissuta al termine di percorsi e vie davvero tradizionali, ma in quel caso ci si arriverebbe per gradi, sostenuti da una vera conoscenza preparatoria e da una giusta predisposizione spirituale. Fa rabbia, in parole povere, pensare che chiunque possa illudersi, per mezzo di soli esercizi reiterati nel tempo e magari letti su un libro new age, di compiere balzi improvvisi coprendo distanze spirituali che la Tradizione insegna volerci anni e tutto un cammino articolato di conoscenza per arrivarvi. La strada lunga e quella corta, quella irta di pericoli e quella erroneamente ritenuta facile, la porta stretta e la porta larga. Di questo si tratta. Della via umida e della via secca, qualcuno direbbe a ragione. Tanto che, infine, i pericoli da cui lo stesso Guénon mette in guardia sono tanto più veri quanto più si semplifica il processo di elevazione spirituale, poiché esso si compirebbe in fretta e furia senza l’adeguata preparazione. Invece bisogna procedere «pazientemente, tenacemente e sottilmente»[13].

Inoltre, quello che giustamente i tradizionalisti contestano a queste pseudo religioni, è l’elemento di fascinazione attraverso cui esse fanno proseliti, poiché il loro scopo è vendere libri e promesse a caro prezzo il quale, peraltro, viene puntualmente pagato. Su queste basi si fondano le sette (le psicosette in particolare), i nuovi movimenti religiosi e insomma tutti quegli apparati il cui scopo esteriore risulta quello di arricchirsi sulle speranze altrui, a scapito di uomini e donne che sognano di divenire santi, acquisire poteri, sentirsi speciali in un mondo che non ha saputo valorizzarli abbastanza. Il campo, qui, è psicologico, in quanto trattasi di soggetti il più delle volte disturbati. Nel campo della Tradizione, come bene osserva Evola, «il processo iniziatico parte invece da un tipo umano normale e sano, per condurlo di là dalla condizione umana, avendo dunque per mero punto di partenza ciò che per la psicanalisi è punto di arrivo e meta faticosa da raggiungere, dati i “soggetti” con cui essa ha a che fare»[14]. L’elevazione spirituale deve perciò partire da un tipo umano che stia bene, la cui coscienza sia pronta e reattiva, senza alcun genere di devianza.

Al di là dei termini usati, senza entrare nei meccanismi di procedura né sondare se provengano da insegnamenti regolarmente trasmessi da un’organizzazione depositaria della Tradizione (cosa cui tiene molto il Guénon), vediamo in cosa consiste il «cammino spirituale». Cammino spirituale che, in ultimo, deve condurre al Corpo di Luce, altrimenti detto Corpo Mistico o di Gloria o Bardo[15]. Si dovrà pervenire cioè alla integrazione reale dell’inferiore col superiore, ma non solo in termini di coscienza (animus più anima) quanto addirittura del corpo fisico, poiché tutti questi elementi a un ordine più alto si fondono e non necessitano di separazione alcuna, essendo ognuno una singola manifestazione di un aspetto dell’unità che nell’integrazione si raggiunge[16]. In questo senso l’alchemico «solve et coagula» viene spiegato. Per comprendere quali siano le sovrastrutture dell’essenza di noi stessi, bisogna individuare tutte le convenzioni, le convinzioni ed i sentimentalismi ai quali di solito ci appoggiamo nel quotidiano per poi spogliarcene, e ciò che rimarrà, che più non potrà esser grattato via, sarà il nucleo, il Sé. A questo punto ogni cosa, anche intangibile come le emozioni, che su di esso si deciderà di riporre, sarà, appunto, un’aggiunta, anche se non meno vera del nucleo, o almeno non meno vera nel mondo della manifestazione in cui si sceglierà (o si dovrà, secondo il concetto induista di Samsāra) di abitare, ad esempio quello corporeo (questa potrebbe definirsi anche «via di perfezionamento del carattere»). I vari corpi saranno fatti su misura per abitare l’ambiente in cui il nucleo verrà a trovarsi. Il cammino spirituale è dunque duplice. In primo luogo è un percorso che, grazie ad adeguate conoscenze, porta il nostro nucleo ad acquisire, o riacquistare, consapevolezza di sé per poi imparare dunque a spogliarsi delle illusioni che lo rivestono (ciò potrebbe visualizzarsi come il nucleo che abbandona l’illusione piuttosto che come l’illusione che scivola via dal nucleo, ma sono solo variazioni di prospettiva, la sostanza del discorso non cambia). In secondo luogo il cammino sarà un vero spostamento del nucleo, uno spostarsi che potremmo per analogia definire spaziale sulle tre dimensioni, effettuandosi però tale movimento per un numero di dimensioni difficilmente calcolabile, per quanto quasi tutte le tradizioni e molti studiosi vi abbiano a più riprese tentato (si pensi ai sistemi religiosi che parlano di un certo numero di cieli, un certo numero di inferni o di gironi di uno stesso inferno, ecc.).

Appare chiaro come tutto il discorso fatto fin qui abbia avuto lo scopo di risvegliare quanto meno l’interesse del lettore a riaccostarsi ad alcune tematiche che oggidì l’essere umano scansa come scempiaggini ma che dovrebbero invece costituire l’obiettivo principe delle proprie ricerche, il primo obiettivo provvisto di senso della propria esistenza.

Il cammino è azione. Vi è una via da percorrere, non sarà una strada asfaltata o un sentiero montano ma è comunque una strada. Infatti, si procede per passi, cioè l’azione è costituita da più azioni minori e va indirizzata, nel senso che deve avere direzione e verso. L’obiettivo deve esser chiaro e gli sforzi vanno in quella direzione; il verso dipende dallo scopo. L’obiettivo è la conoscenza e la direzione è quella dell’asse verticale della Croce[17]. Lo scopo è conoscere sé stessi o conoscere quello che c’è fuori, intorno al Sé, in un intorno chiaramente non fisico e non visibile per le normali leggi ottiche. Anche nel secondo caso, si conoscerà comunque sé stessi più di quanto non possa mai avvenire mediante le nostre normali esperienze terrene. Lo scopo richiede un percorso di «ascesi» e perciò tendente verso l’alto.

Una questione che spesso si sottovaluta è che, se è vero ciò che la tavola smeraldina asserisce («Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso»), deve essere pure vero che, in certa misura, quel che vale per il mondo della manifestazione fisica deve valere anche per altre manifestazioni.

Ciò detto, il non visibile potrà esser “visto” davvero da organi non visibili, in modo similare di come il visibile viene visto dagli occhi. Le Tradizioni fanno cenno ad esperienze particolari che oggi si definiscono «viaggio astrale»[18], pur suonando questo nome ai nostri orecchi non proprio esatto e comunque retaggio di pericolosi neospiritualismi, ché di esso si sono appropriati come fosse parte di un programma scolastico piuttosto che come parte di un percorso tradizionale.

L’iniziazione, come asserisce il Guénon[19], abbisogna di una struttura regolare in grado di trasmettere, per eredità secolare, la conoscenza; tra i poteri psichici che Guénon espressamente attacca non vi è però il viaggio astrale, che invece mette in relazione solo con l’uscita da sé propria del misticismo. Ciò vuol dire che il tradizionalista, pur contestando il viaggio astrale poiché preteso appannaggio di fanatici occultisti del suo tempo (ed oggi, la situazione non può dirsi migliorata), riconosce implicitamente di non poterlo includere tra i poteri psichici propriamente detti, dato che non può nemmeno negargli, tutto sommato, un posto nella Tradizione, seppur con nomi differenti lì di volta in volta viene menzionato. Tra i poteri lui distingue quelli imparati per allenamento da quelli spontanei. I secondi più dei primi dovrebbero far capire a chi li possiede di non essere, egli, un iniziato, tanto più che da nessuno avrebbe ricevuto insegnamento. In entrambi i casi tali poteri sono deleteri perché di fatto si applicano ai fenomeni, cioè al mondo fisico manifestato e allontanano ancor più dall’elevazione spirituale, riempiendo di inutile e anzi pericoloso orgoglio chi li ha, con il rischio che ci si bei d’avere proseliti e seguaci ignoranti, rapiti in adorazione per il presunto manifestarsi di «miracoli». Ma tra i poteri, spontanei o ottenuti mediante allenamento, quello del «viaggio astrale» dove lo collochiamo? Anch’esso, come i poteri psichici, è in effetti una «facoltà», accessibile per vie naturali. Eppure, a differenza di questi, non presentando un’applicazione (almeno immediata) nel mondo fisico, e potendo usufruire di «guide spirituali» (sorta di maestri dell’aldilà, testimoniati anche da molte esperienze di pre-morte), in esso l’elemento trascendente compare sia nel mezzo che nel fine. Certo non può trattarsi di Controtradizione, sempre che non si presenti il caso di deviazioni d’intenti in corso d’opera. Tanto meno trattasi di Antitradizione. Potrebbe considerarsi un procedimento controtradizionale qualora non provenga da insegnamenti ricevuti da chi direttamente li abbia ereditati, e serbati attraverso un’organizzazione all’uopo preposta. Ma si torna qui al discorso della forma e non della sostanza. Vero è però che se la forma manca di una trasmissione tradizionale, il fenomeno stesso esperito potrebbe risultare distorto, corrotto, malato, e perciò sfociare di fatto nella Controtradizione. Il pericolo è un elemento che va tenuto presente ogni qual volta non vi sia un’organizzazione, garante di insegnamenti regolarmente esperiti nell’arco di secoli o millenni. Ma poniamo il caso che, per capacità o per fortuna o per un connubio delle due cose, il pericolo sia scongiurato, che l’esperienza non sia dentro la testa del «viaggiatore» bensì di fatto reale. E poniamo che non s’incontrino ostacoli, né Guardiani di alcuna Soglia (la letteratura ermetica accenna a queste figure quasi mitiche, ben descritte in alcuni romanzi esoterico-iniziatici[20]) o che, se incontrati, essi vengano superati. Ciò che vogliamo dire è che, se mettiamo da parte i possibili pericoli, come quelli che avrebbe un uomo mai andato per nave che d’improvviso si ritrovi a navigare su di un’imbarcazione in alto mare, magari con la tempesta, ebbene se mettiamo per un momento via la «forma» che l’esperienza può prendere (dunque il procedimento adottato), la «sostanza» non rimarrebbe forse la medesima che se l’esperienza fosse giunta per gradi, dopo un percorso di certo migliore e più sicuro, tradizionale? Noi pensiamo di sì. Il «viaggio astrale», dunque, pur quando non appreso mediante specifica iniziazione, risulta ad ogni modo tradizionale nella sostanza, essendo in lui presenti tanto l’elemento trascendente quanto l’elemento fisico di partenza. Inoltre, questo è forse l’unico caso in cui l’«autoiniziazione», pur pericolosa, non deve essere demonizzata a priori. Volendo prendere a prestito l’Iperuranio del Fedro platonico, forse già troppo romantico per certuni ma di più facile comprensione per tutti, chi dice che una Tradizione non si possa indebolire durante la sua trasmissione, mentre la stessa Tradizione non possa riaffiorare in certi tipi umani predisposti ad accogliere in sé idee e concetti proprio dall’Iperuranio? Questi Uomini, a ragion veduta e per questo specifico motivo, sono stati detti «differenziati»[21] rispetto agli altri. Con ciò non stiamo qui a dire fesserie, come chi pretende che chiunque possa fare certe esperienze. Non crediamo nell’uguaglianza delle possibilità tra gli individui, almeno non in questa vita in cui alcuni sono più evoluti rispetto ad altri, spiritualmente parlando. Vero è, comunque, che in genere l’evoluzione spirituale della razza umana nel suo complesso, a questo stadio del suo ciclo, è pressoché la stessa per tutti gli individui, anche se pur lievi fluttuazioni parrebbero agli occhi dell’uomo medio come estremi ragguardevoli, da un lato il demente ritardato, dall’altro il santo o mago o semidio.

Perciò non è mai privo d’interesse ricercare quale cammino gli spiriti possano fare per giungere a quel che può dirsi una «reintegrazione degli esseri»[22], lì dove per spirito s’intende per convenienza il Sé, oltre cui non si è in grado di descrivere ulteriormente il nucleo originario di una persona. Lasciamo fuori da questo breve saggio termini come Spirito del Mondo, Spirito Santo, ecc. che più propriamente si potrebbero assimilare all’Iperuranio già menzionato o all’Egregore[23], ma con gli opportuni distinguo che eventualmente in altro momento affronteremo.

In poche parole, peccando di brevità e di necessaria incompletezza, possiamo dire che, come nella Grande Opera alchemica lo Zolfo dei Filosofi, volatile, deve fissarsi con il sale del bagno mercuriale posto al di sopra, così anima e animus devono ricongiungersi integrandosi infine nello «spirito», nucleo del Sé. Questo matrimonio mistico[24] consentirebbe di avere la piena consapevolezza del Sé e di conseguenza la capacità di interagire su diversi piani mediante la sola volontà. Per trasmutare sé stessi nella nuova forma, assunta dopo le suddette «nozze», bisogna operare con pazienza e rigore durante tutto il processo[25]. Il cosiddetto Corpo di Luce è proprio il Sé completamente reintegrato, cosciente di sé stesso e in grado di agire in ogni piano manifestato, e dunque trasversalmente lungo ogni punto dell’ascesi spirituale, simboleggiata dall’asse verticale della Croce[26]. Vi è allora un cambio di ordine, l’ingresso del sovrannaturale propriamente detto ad opera di sé stessi senza nemmeno interferenze di entità altre. Sarà dunque possibile addirittura prendere nuovamente possesso del corpo fisico trascinandolo su piani differenti: ciò che il Cristianesimo chiama Resurrezione, in cui spirito e corpo insieme possono viaggiare altrove. Anche se, a quel punto, il corpo come noi lo intendiamo non servirà più. E proprio perché non occorrerà più, lo si potrà dissolvere e ricomporre a piacimento, in quanto il Sé riunirà ogni propria manifestazione in un unico essere, circondato da tutti i suoi corpi e da nessuno.

Il procedimento preciso e le tecniche di ascesi «alchemico-spirituale», noti entrambi, come s’è visto, a molte tradizioni (indiana, giudaico-cristiana, altaico-sciamanica ed altre ancora), non possono rientrare in questo studio che, ad ogni modo, si spera possa servire come indicazione di massima per l’approccio a discipline tutt’altro che futili; quelli che sono indotti a ritenerle tali, se non addirittura sciocchezze senza senso, sono coloro il cui «cammino spirituale» è lungi anche solo dall’iniziare ed al più vanno perciò compatiti, quando non scansati come la peste.


[1] Deducibile già nel Vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani (Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati, Roma – Milano 1907), ora disponibile in internet, alla voce «cammìno».

[2] Julius Evola, Animus e Anima (da Il Regime Fascista, martedì 2 novembre 1937 – Anno XVI).

[3] Sempre Evola in Animus e Anima cit.: «La romanità conobbe il detto: sapimus animo, fruimur anima; sine animo anima est debilis. Ciò significa riconnettere all’animus, che viene evidentemente considerato come il vero centro dell’essere umano, la conoscenza in senso superiore, e all’anima, invece, l’affettività, l’appetire, il godere, il patire. Sine animo anima debilis – cioè: nell’animus sta la vera forza dell’uomo».

[4] Per una trattazione esaustiva di questi argomenti si rimanda a René Guénon, Considerazioni sulla Via Iniziatica (1949; Gherardo Casini Editore, Lavis – TN, 2010).

[5] Simile atteggiamento si ha nella regressione della coscienza richiesta da alcune tecniche psicanalitiche, e non è dunque fuori luogo citare qui Evola (Spiritualismo d’oggi – Psicanalisi in L’Italia Letteraria, 16 agosto 1931 – IX): «Nei riguardi del soggetto, la cosa si riduce invece all’allenamento di una facoltà di détente e di “regressione” che, acquisita, costituisce una condizione esattamente opposta a quella dell’innalzamento “ascetico” della coscienza in supercoscienza». In L’Esoterismo, L’Inconscio, La Psicanalisi (da Introduzione alla Magia, Edizioni Mediterranee, Roma 1971, Vol. III, pp. 383-407), il Barone critica il «processo di individuazione» teorizzato dallo Jung. Così Evola definisce il processo suddetto: «quel che gli archetipi in via ordinaria vogliono, è che la persona cosciente riconosca l’inconscio vitale, ne accetti i contenuti e, inserendoli nella sua vita individuale, si “integri” con essi. A questo sviluppo lo Jung dà il nome di processo di individuazione». L’Io, però, al termine del processo, non si fonde con il Sé bensì gli ruota attorno, il Sé rimanendo un «ente indefinibile», come lo Jung stesso afferma in L’Io e l’inconscio (1948; Bollati Boringhieri, Torino 1985).Evola trae perciò la logica conclusione:«è ben evidente non esservi nemmeno una analogia di riflesso con quanto è proprio delle realizzazioni metafisiche ed iniziatiche, queste avendo notoriamente per caratteristica l’identità e la centralità. Invece nel termine finale di ciò che dovrebbe essere un processo di integrazione, come si è visto, il dualismo sussiste». Abbiamo insistito su questo punto perché oggi più di ieri tanto la psicanalisi quanto altre tecniche neospiritualiste continuano a non centrare l’obiettivo che esse stesse dicono di prefiggersi, e pertanto bisogna riporre la massima attenzione di fronte ad ogni pretesa metafisica da parte di chi, invece, di Tradizione, Iniziazione e Metafisica non se ne intende minimamente.

[6] Come si trova indicato nella Clavicula Salomonis; per un suo approfondito studio: La Chiave di Salomone a cura di Sebastiano Fusco, Venexia, Roma 2006.

[7] Anche nella cosiddetta «alta magia», il fatto che entri in gioco l’intervento di entità non umane non deve distrarre dal suo scopo principale, ch’è sempre quello di acquisire poteri e conoscenze utili a dominare cose terrene.

[8] Molti riferimenti ad esperienze assimilabili al «viaggio astrale» si trovano in tutti i testi delle maggiori religioni, nonché in quelle scuole di metafisica orientale quali, tra le altre, il Tantrismo ed il Taoismo. Basti qui citare un passo della Bibbia tratto da Qohèlet 12,6 (La Bibbia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo – MI – 1997), che esplicitamente richiama la cosiddetta «Corda d’argento», organo “eterico” di congiunzione tra corpo fisico e corpo astrale, cioè il corpo più denso tra i corpi non fisici: «Pensa al tuo Creatore… prima che si tronchi il filo d’argento». Finché il filo non si rompe, si rimane in vita.

[9] René Guénon, Considerazioni sulla Via Iniziatica, cit. In particolare si veda la nota n. 21 a pag. 17: «Del resto, s’intende che questa “uscita da sé” non ha assolutamente nulla in comune con la pretesa “uscita in astrale” che rappresenta una parte così importante nelle fantasticherie occultistiche». L’«uscita da sé» cui fa riferimento è quella dell’estasi mistica.

[10] Va chiarito subito che «dentro di sé», in questo caso come in altri, significa limitare l’esperienza entro i limiti del proprio cervello o comunque di una sfera del tutto personale. Altrove, ma sarà chiaro dal contesto, potrà trovarsi analoga definizione col significato però differente di ricercare il proprio Sé, il proprio nucleo, estraniandosi del tutto dalle illusioni e dalle circostanze fisiche del momento. In tal caso, pur volgendosi dentro di sé, di fatto si starà cercando di «vedere la verità di ciò che sta fuori». I due termini spesso possono confondere, l’importante è che sia chiaro l’obiettivo: scardinare dalla mente i costrutti materiali per sorpassarli e andare così oltre di essi.

[11] I testi di riferimento sono molti, qui basti citare: René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi (1945; Adelphi, Milano 2009); Julius Evola, Rivolta contro il Mondo Moderno (1934; Mediterranee, Roma 2006); per una sintesi, Piero di Vona, Evola Guénon De Giorgio (SeaR Edizioni, Borzano – RE – 1993).

[12] Si veda pure in Guénon, Considerazioni sulla Via Iniziatica, cit.

[13] J. Evola in La Tradizione Ermetica (1931; Mediterranee, Roma 2009) nella parte Le operazioni ermetiche – La prova del vuoto. Si veda pure, per un consiglio analogo, Tommaso d’Aquino, Trattato intorno all’arte dell’alchimia (nel volumetto Della pietra filosofale – Dell’alchimia, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 1997). Il «cammino dello spirito» è propriamente la Grande Opera alchemica.

[14] Evola, L’Esoterismo, L’Inconscio, La Psicanalisi, cit.

[15] Come descritto nel lamaico Bardo Tödol, meglio noto come Libro tibetano dei morti.

[16] Non si può non citare la Tabula Smaragdina, famoso documento incluso nell’Amphiteatrum Sapientiae Aeternae di Khunrath, risalente al 1610: «Et sicut omnes res fuerunt ab uno, mediatione unius, sic omnes res natae fuerunt ab hac una re, adaptatione» (Trad.: «E poiché tutte le cose sono e provengono da una, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento»). La Tavola è detta «di Smeraldo» in quanto la Tradizione vuole che il testo sia stato in origine inciso su una lastra di smeraldo in caratteri fenici, trovata in una caverna e tenuta in mano dalla salma di Ermete Trismegisto. Lo smeraldo, di colore verde intenso, rappresenta per la Tradizione l’Anima Universale. Da notare la parola «adattamento», che bene spiega il motivo per cui il Sé, a seconda del grado di elevazione spirituale posseduto, sia costretto per interagire con il mondo manifestato a lui più vicino, cioè per lui più comprensibile, a “indossare” corpi inferiori.

[17] René Guénon, Il simbolismo della Croce (1931; Luni Editrice, Firenze – Milano 2006). A questo simbolismo si possono affiancare altre simboliche, come il «terzo volto di Giano», l’asse centrale della scure bicuspide o quello del fascio littorio. In ogni caso il significato è quello di una progressione di stati in grado di congiungere il superiore con l’inferiore, la sfera celeste con quella terrestre, per accedere all’«eterno presente», luogo mistico sede della conoscenza pura. I tre simboli su richiamati sono tutti spiegati da Evola nei suoi articoli raccolti nell’antologia Simboli della tradizione occidentale (1977; Arktos Oggero Editore, Carmagnola – TO – 1988).

[18] Come già accennato (nota n. 8), si può asserire che ogni tradizione che risalga, per vie più o meno dirette, alla cosiddetta Tradizione Primordiale, ha conosciuto e conosce il «viaggio astrale», variamente denominato, come parte essenziale dei propri insegnamenti. Si può senza tema individuare, in esso, il mezzo tramite il quale sono state ricevute, sin dai tempi più antichi, rivelazioni, visioni e quant’altro proveniente dalla sfera propriamente trascendente, come testimoniano tutte le grandi religioni del Mondo.

[19] René Guénon, Considerazioni sulla Via Iniziatica, cit.

[20] Edward Bulwer Lytton, Zanoni (1842; Tea, Milano 2006); Gustav Meyrink, L’angelo della finestra d’Occidente (1927; Adelphi, Milano 2005); per la convincente descrizione del «viaggio astrale» Jack London, Il vagabondo delle stelle (1915; Adelphi, Milano 2009).

[21] Julius Evola, Cavalcare la Tigre (1961; Mediterranee, Roma 2009).

[22] Val la pena ricordare che questo è anche il titolo della maggiore opera di Martinès de Pasqually, Trattato sulla reintegrazione degli esseri (1899; Editore Libreria Chiari, Firenze 2003).

[23] L’Egregore, in esoterismo, può definirsi come «una forza di ordine sottile costituita in qualche modo dagli apporti di tutti i suoi membri [della collettività] passati e presenti, e che in conseguenza è tanto più considerevole e suscettibile di produrre effetti più intensi quanto più la collettività è antica e si compone di un più gran numero di membri». La citazione è tratta da René Guénon, Considerazioni sulla Via Iniziatica, cit. Da notare che gli Egregori (dal greco εγρεγοριευ, vegliare) sono pure gli «angeli caduti» della tradizione enochiana, il che porterebbe a riflessioni ulteriori che, però, esulano dal presente studio. Il significato più sopra riportato, inteso come «psichismo collettivo», appartiene alla tradizione rosacrociana.

[24] I procedimenti per addivenirvi sono propri a insegnamenti molto antichi, si pensi al Rasāyana della tradizione indiana o al Neidan di quella cinese, entrambe «alchimie spirituali» che precedettero nel tempo quelle di laboratorio, comunque pregne di elementi trascendenti a differenza della «spagirìa», vera pre-chimica moderna. Per approfondire questi temi, Mircea Eliade, L’alchimia asiatica (1935; nel volumetto Il mito dell’alchimia seguito da L’alchimia asiatica, Bollati Boringhieri, Torino 2001).

[25] Come già accennato in precedenza. Si veda in proposito la nota n. 13 e la parte del testo ad essa relativa.

[26] René Guénon, Il simbolismo della Croce, cit. (vedi nota n. 17).

La pagina della rivista Antarès, della casa editrice Bietti, si trova in:

http://www.antaresrivista.it/download_b.html

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