Il “corpo sottile”, dalle iniziazioni sciamaniche e tradizionali fino alla Next Age. Approcci allo stato sottile.

Posted on agosto 31, 2011

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Approcci allo “stato sottile”   Vie della Tradizione, n. 158 maggio-agosto 2011

Il «corpo sottile», dalle iniziazioni sciamaniche e tradizionali fino alla Next Age. Approcci allo stato sottile.

Introduzione

L’oggetto di questo breve saggio è il «corpo sottile». Le speculazioni su cosa esso sia e sui procedimenti atti ad acquisirne il possesso si stanno, di questi tempi, moltiplicando, innescando una serie di false credenze e pie illusioni tra i cultori delle attuali forme di neospiritualismo che, in toto, si possono ricondurre al cosiddetto movimento di massa New Age o alla sua accezione più individualista nota come Next Age.

In questa sede ci ripromettiamo di fare le debite distinzioni tra concetti quali «estati mistica», di genere contemplativo, ed «estasi attiva», in cui alla contemplazione si sostituisce l’elemento determinante dell’azione da parte dell’operatore che compie l’esperienza del corpo sottile.

Passeremo in rassegna alcune delle principali tradizioni, cercandovi elementi comuni che attestino la credenza, o quanto meno la teorizzazione di dottrine che permettano di concepirne l’esistenza, del «corpo sottile».

Innanzitutto, però, dobbiamo da subito definire, seppure indirettamente, lo «stato sottile», e lo faremo seguendo il ragionamento di Ouspensky: «Immaginiamo un mondo di esseri piani che posseggano soltanto due dimensioni, lunghezza e larghezza, e che abitino una superficie piatta. Questi esseri saranno capaci di muoversi soltanto in due direzioni sul loro piano. Saranno incapaci di alzarsi al di sopra di questo piano o di abbandonarlo. Nello stesso modo saranno incapaci di vedere e sentire qualunque cosa che stia al di fuori del loro piano. Se uno di questi esseri si alzerà al di sopra del piano, trapasserà completamente dal mondo degli altri esseri a lui simili, svanirà, scomparirà – nessuno sa dove».[1] Seguiamo l’esposizione di Ouspensky, già considerando possibili analogie tra l’essere a due dimensioni ed il mondo a tre dimensioni a lui sconosciuto e la nostra realtà tridimensionale in relazione ad un’altra n-dimensionale. Questi esseri «vedranno linee che stanno sul loro piano. Tutti gli oggetti del loro mondo appariranno loro come linee. Se un cubo è posto su questo piano, [all’abitante di questo piano bidimensionale] apparirà sotto forma di quattro linee vincolanti il quadrato che tocca il suo piano. Se attraverso il suo spazio passasse un cubo multicolore, il passaggio del cubo gli apparirà come un graduale cambiamento di colore delle linee che vincolano il quadrato che giace sul suo piano. La comparsa della confusa idea di un altro piano parallelo [la terza dimensione] sarà per un essere piano il primo passo verso la corretta comprensione dell’universo. Un paesaggio montano gli apparirà come una piatta fotografia. Una volta ammessa l’ipotesi della terza dimensione, dovrà dire che il corpo reale, a differenza del corpo immaginario, deve possedere almeno una piccola terza dimensione. L’essere piano ragionerà in questo modo: “Se la terza dimensione esiste, o io sono un essere a tre dimensioni o non esisto nella realtà ma soltanto nell’immaginazione di qualcuno”».

Noi siamo come gli esseri piani che di quando in quando colgono nel loro mondo dei fenomeni inspiegabili, attribuibili a realtà dimensionali diverse dalla nostra. Accettando l’idea di altre dimensioni, anche noi, come l’essere piano, dobbiamo riconoscere di possedere in noi qualcosa di esse, altrimenti negheremmo la nostra stessa esistenza. Lo stato sottile è per noi ciò che per l’essere piano è la terza dimensione. Meglio ancora, lo stato sottile è la condizione naturale che si rende necessaria per interagire con le altre dimensioni, «sottili» rispetto alla nostra nel senso che per noi di norma rimangono invisibili ed intoccabili. Lo stato sottile è paragonabile ad uno stato mentale particolare. Per interagire nell’ambito di questo particolare stato mentale occorre un veicolo adeguato, detto «corpo sottile».

Ogni tradizione degna di questo nome ha conosciuto e conosce tecniche che mirano al raggiungimento del suddetto stato e del veicolo, o corpo, ad esso relativo.

Operiamo una prima, fondamentale distinzione, che si basa su un differente approccio all’esperienza sottile, e perciò diremo ora dell’«approccio contemplativo» e dell’«approccio attivo».

Approccio contemplativo

Questo approccio è tipico delle culture sciamaniche e delle tradizioni religiose monoteiste. Ad esso vanno ricondotti i tanti viaggi descritti da santi e profeti di confessione cristiana e musulmana, nonché quelli riportati nei racconti orali di numerosi stregoni-sciamani di ogni luogo, dalla Siberia all’America Latina, passando per gli Indiani d’America fino ai più antichi Celti della Britannia. Prima di scendere nei dettagli, in generale si può asserire che in tutti questi casi una componente essenziale è quella «mistica». Misticismo, sentimento, passività sono le tre parole che incardinano il concetto racchiuso nell’approccio contemplativo all’esperienza relativa al corpo sottile. In questo tipo di approccio l’operatore vive l’esperienza da spettatore, interagendo solo se gli viene richiesto da influenze esterne. Il suo compito è imparare dalle visioni che ottiene. Quasi sempre l’impatto emotivo è fortissimo, la tensione sentimentale immensa. Si parla di «estasi mistica» correlata ad «ascesi mistica», cioè ad una condizione di elevazione spirituale poco o nulla gestita dal soggetto interessato. Nelle tradizioni, ogni processo che miri ad un innalzamento di consapevolezza deve derivare da una iniziazione.[2] Pertanto ciò vale anche nel caso del misticismo tradizionale.

Nel saggio Lo Sciamanismo e le tecniche dell’estasi[3], l’Eliade porta numerosi esempi d’iniziazione sciamanica in cui la componente di violenza fisica è determinante. Il dolore, a volte provocato addirittura da mutilazioni, serviva agli sciamani (e ciò indipendentemente dalla tradizione particolare di appartenenza) per procurare  a sé stessi un accesso agli stati alterati di coscienza mediante un’estrema condizione emotiva e nervosa, di cui il dolore costituiva, potremmo dire, l’imprescindibile «scintilla di attivazione». Il distacco della mente dal corpo era in certo qual modo forzato e aiutato dall’esperienza dolorosa, volontariamente vissuta sul piano fisico. Altre volte la violenza fisica veniva invece sperimentata in sogno, durante il quale l’iniziato subiva qualche genere di tortura non dissimile da alcune pratiche orientali, come lo smembramento del corpo.[4]

Ad ogni modo il senso di ciò risiedeva nel liberarsi dalle costrizioni fisiche, al contempo riuscendo a rimanere vigili e svegli seppure in modo estatico, alterato, come sotto l’effetto di droghe (a volte anche realmente utilizzate).

Conseguenza delle pratiche mistiche era perciò quella di pervenire ad uno stato di coscienza superiore, oltremondana, nel quale si esperiva la sensazione (principalmente visiva, ed in successione uditiva ed olfattiva) del «viaggio», compiuto spesso attraverso il «volo» tra diversi cieli o altitudini variamente denominati. Durante questi voli, lo sciamano o il mistico cristiano osservava il dipanarsi di cortei angelici, visioni ultraterrene dal sapore profetico; la sensazione di volteggiare, di vagare per l’aere, permaneva anche quando i luoghi visitati appartenevano al mondo ctonio. Più raramente si camminava; sempre, invece, si aveva una «guida», un «maestro spirituale» con funzioni da cicerone, che poteva essere tanto un antenato, quanto un angelo o una sorta di voce fuori campo il cui possessore deteneva però le leve di comando del viaggio stesso, per cui lo sciamano visitava ciò che altri decidevano lui dovesse visitare ed imparava ciò che altri avevano deciso lui dovesse imparare. Lo stato, in questo senso passivo, dell’estasi mistica, impediva il più delle volte di avere piena consapevolezza della trasformazione accaduta alla propria essenza, cioè si ignorava in larga misura quale forma avesse assunto il proprio Sé senziente. I racconti dei mistici sono una sequela d’immagini e di metafore, che poco ci dicono sulla natura reale dell’esperienza, tanto meno del corpo sottile che, però, necessariamente fungeva da veicolo nelle peregrinazioni nella sfera trascendentale.

Approccio attivo

Diverso è il caso di quelle tradizioni che, nel tempo, hanno codificato i propri insegnamenti e sviluppato un sistema organico in grado di trasmettere la conoscenza da esse posseduta. Le «organizzazioni regolari» che si fanno carico di reclutare nuove leve, onde iniziarle ai segreti da loro custoditi, sono quelle organizzazioni che possono vantare, in linea più o meno diretta dalla Tradizione Primordiale, la giusta cognizione dei metodi da utilizzare per addivenire a stati superiori. Questo concetto trasuda da tutta l’opera del Guénon, che a più riprese mette in guardia dai movimenti che pretendono d’essere una filiazione autentica delle tradizioni propriamente dette. Analoga messa in guardia viene da Julius Evola, pressoché in tutti i suoi scritti.[5] In sintesi i movimenti antitradizionali, che negano di fatto ogni tradizione, impediscono sul nascere ogni forma di realizzazione superiore, ma a questi si accostano i ben più temibili movimenti controtradizionali i quali, parodiando la Tradizione, insegnano tutto ciò che è deviazione e sovversione, distorcendo e capovolgendo gli insegnamenti tradizionali che l’incauto presso di loro va ricercando.

Il sincretismo New Age, corrente di pensiero di massa, con il suo calderone di aneddoti e di pratiche prese in prestito, a casaccio, da autentiche tradizioni, ne è un valido esempio. Il «risveglio collettivo» tanto atteso dalla New Age ha, però, di questi tempi, lasciato il posto alla cosiddetta Next Age, in cui gli insegnamenti non più sembrano avere come scopo un ridestarsi generale del genere umano, quanto quello del singolo individuo, che nella sua solitudine tenta un qualche genere di ascesa spirituale molto «fai da te» e molto poco iniziatica. In questo contesto, i santoni del New Age ormai predicano soprattutto attraverso i loro libri, sovente accozzaglia di detti e pensieri filosofici dei più disparati, in cui con estrema nonchalance si può passare dai Rotoli del Mar Morto al Libro Tibetano dei Morti, dalla cultura dei Maya fino a quella dei Sioux, il tutto condito con un po’ di Wicca. In realtà questi movimenti sono sì controtradizionali nei metodi, epperò cercano di mantenere un’apparenza tradizionale, almeno a dar credito alle fonti che citano, non fosse per l’utilizzo che ne fanno. Il Satanismo, di contro, rimane controtradizionale fino in fondo nella sostanza, e vien da pensare che, in tal senso, sia meno ingannevole della New Age (e della Next Age). Quest’ultima infatti spaccia teorie come verità assolute tirando in causa fonti autorevoli, sviando dal retto sentiero ogni ingenuo benintenzionato; il Satanismo, perlomeno, che lo si voglia accostare ai movimenti gnostici o meno, non fa nascondimento dei propri propositi sovversivi.

Abbiamo speso spazio per dire quanto sopra perché non sarà mai sprecato lo spender due parole in proposito, soprattutto a beneficio di chi davvero ambisca ad elevarsi spiritualmente. Ciò non vuole dire che, a priori, si debbano escludere tutti i percorsi personali, da autodidatta, nel campo che qui ci interessa. Solo, sia chiaro che senza guide in grado di garantire un’iniziazione autentica, il pericolo è sempre dietro l’angolo. La Tradizione, con le sue molteplici ramificazioni, garantisce in certa misura se non la riuscita alla fine del sentiero iniziatico, almeno la certezza che lo stesso è stato percorso già da altri, che hanno potuto sperimentare, anche a fronte di insuccessi, le tecniche migliori per far procedere il nostro Sé più autentico in senso ascensionale, cioè lungo la verticale della simbolica croce.[6]

L’approccio attivo è quello che conduce a ciò che Evola definì «estati attiva»[7], per distinguerla verosimilmente da quella passiva di cui si è detto più sopra in merito all’approccio contemplativo.

Il concetto di estasi attiva sta a significare che «oltre alla difficoltà di “aprire” mantenendo la coscienza e arrestando le reazioni che ricondurrebbero al corpo animale, vi è quella di non farsi soverchiare dall’esperienza stessa, di giungere a padroneggiarla facendo uso di quel “seme” o “spirito sottile” dell’Oro, che si deve aver saputo estrarre e conservare».[8] L’esposizione di Evola, in linea con la tradizione ermetica e con la sua simbologia, non è in fondo così difficile da comprendere, lì dove l’apertura cui fa cenno inizialmente è quella contestuale al solve, cioè all’abbandono, alla morte ermetica, alla disgregazione di ogni sovrastruttura mentale che ancori il soggetto al mondo fisico, nonché al distacco che il pensiero deve, di netto, operare nei confronti del corpo materiale. Solo allora la mente, il Sé, potrà levarsi a livelli superiori, come in volo, come in estasi. Ma giunti che si è a tale stato bisogna poi «fissare» nel corpo sottile la propria anima.[9] In termini alchemici: coagula.

Bisogna cioè impedire che essa, l’anima, si perda come in un sogno, o ricada nella fisicità del corpo addormentato. Per far ciò, bisogna ancor più tenere desta la coscienza, o meglio ancora rimaner fermi nella propria al-himmah, «la forza di decisione, il desiderio d’innalzarsi sopra sé stessi, l’aspirazione spirituale»[10] secondo il Sufismo. Il desiderio, in questo caso, non è assimilabile ad un sentimento, quanto piuttosto ad una forte convinzione in merito alla meta da raggiungere. L’aspirazione spirituale, va detto, è presente tanto in questa fase di «fissazione», di «ancoraggio» al corpo sottile, quanto deve essere presente nella fase immediatamente precedente, cioè quella del solve. Ciò che più distingue le due fasi, solve et coagula, va ricercato forse più propriamente nella «forza di decisione», che dopo la liberazione dalle catene fisiche consente di permanere in quello stato di «via di mezzo» che per l’appunto è lo stato sottile veicolato dal corpo sottile: né corpo materiale, né fumo disperso nel vuoto.[11]

Appare evidente che un processo di questo genere, pur sommariamente delineato, ha nell’«azione» il vero motore necessario affinché si viva l’esperienza in modo consapevole, da protagonista anziché da spettatore. Sullo «spirito sottile» cui l’Evola si riferisce, basti qui dire che trattasi di ar-Rûh, cioè dello «spirito individuale», sostanza sottile equivalente al prâna Indù; lo spirito così inteso è in contrapposizione con an-nafs, la psiche crogiuolo delle tendenze egocentriche e dunque in tal senso negativa, come l’anima latina, e ancor più in contrapposizione con al-‘aql, l’intelletto-ragione in grado di muovere lo spirito stesso per mezzo di al-khiyâl, l’immaginazione.[12]

Il Sufismo islamico, il Tasawwuf, ha in questi tipi di processi corrispondenze con tutte le altre tradizioni, in particolare con il Rajâ-Yoga, come Burckhardt ci fa notare.[13] In altri termini, la via di elevazione spirituale suggerita dal mondo islamico non è dissimile da quella presente nel Vêdânta, di cui il Rajâ-Yoga (o Ashtanga Yoga) è espressione, o meglio modalità tecnica di realizzazione.

Il corpo sottile nel Vêdânta e nel Vajrayāna

Il Vêdânta è un insegnamento ed un percorso afferente alla metafisica pura, e per molti è la dottrina indù per antonomasia. Si fonda essenzialmente sulle Upanishad, ultima parte dei testi vedici. L’unico strumento «assolutamente indispensabile» per il raggiungimento della realizzazione spirituale è la conoscenza teorica dei processi, e dei loro significati metafisici, coinvolti nella realizzazione medesima.[14]

Senza entrare in dettagli che esulerebbero dallo scopo di questo breve scritto, qui si vogliono far emergere alcuni tratti che, presenti nel Vêdânta, ci dicono qualcosa sul corpo sottile.

Secondo questa dottrina l’Atma, l’anima individuale, si riveste di una serie di «involucri» detti kosha. Il primo è anandamaya, ed è «l’insieme di tutte le possibilità di manifestazione che Atma porta in sé». I tre successivi (vijnanamaya, manomaya e pranamaya) assieme costituiscono la «forma sottile» che più ci interessa in questa sede, detta sukshma-sharira o linga-sharira.[15]

L’ultimo involucro è lo sthula-sharira, il corpo di carne.

Nel linga-sharira è l’involucro o «veicolo» detto pranamaya che, ai nostri occhi, riveste un ruolo fondamentale. Infatti esso comprende le facoltà che procedono dal soffio vitale (prana) nonché le facoltà d’azione e di sensazione. Le modalità del soffio vitale sono le cinque funzioni o azioni vitali dette vayu (termine che esprime l’dea di vento, di movimento d’aria tanto concreto quanto metafisico). Vayu è associabile al Ruahh ebraico, pertanto allo spirito in quanto sostanza sottile in fase attiva, avente scopo. In sintesi vayu rappresenta alterne fasi di respirazione aventi per oggetto il «soffio», il prana. Queste fasi, per analogia, possono esser viste come un continuo solve et coagula, «liberazione» e «precipitazione», al termine delle quali si dovrebbe compiere la reintegrazione individuale delle energie sottili con l’individuo o Sé. Questa reintegrazione sostanzia la «forma sottile», da noi detta corpo sottile.[16] Per il Guénon il prana, nella sua radice an, è da accostare al latino anima. In questo senso, però, rimane più preciso l’Evola che semmai vi accosterebbe il greco ànemos, a sua volta origine tanto di anima che di animus, la prima pregna delle emozioni e sensazioni che tirano in basso il Sé, il secondo espressione della spinta interiore ascensionale, che poi è quella che consente la realizzazione spirituale. Infatti nel «processo di reintegrazione» l’anima viene, per così dire, sottomessa all’animus, il quale ne gestisce, controlla e coordina l’eccessiva motilità sentimentale.[17]

Si è visto come nel Vêdânta la contemplazione può, al limite, significare un atteggiamento mentale tale da consentire l’avvio di un processo metafisico che, però, ha in ogni caso nell’azione il suo sviluppo sostanziale. Questo è tanto più vero quanto la «respirazione sottile», cioè quella intangibile a livello fisico, è comunque «azione», per quanto d’ordine non corporeo. La forza di volontà, la capacità di scrollarsi di dosso ogni sovrastruttura (sensibile e mentale) che sia d’ostacolo al giusto procedimento, la fermezza necessaria a fissare successivamente la forma sottile in modo che né decada né s’involi senza controllo verso manifestazioni ancora differenti, ebbene nel suo complesso tutti questi elementi e fattori non sono altro che componenti imprescindibili dell’estasi attiva.

Del Vajrayāna tratteremo, in queste righe, davvero molto poco, giusto il minimo affinché s’intuisca come ogni tradizione autentica è correlata ad un’altra. Il Buddhismo Vajrayāna è, come scrive Filippani-Ronconi, una «sintesi estrema fra le due scuole mahayaniche, lo śūnya-vāda e il vijnāna-vada, congiunta alla pratica dei Tantra». Per Tantra si intende «insegnamento segreto conducente ad ottenere poteri magici», le cosiddette siddhi.[18]

La dottrina, sorta in India ed evolutasi sempre più in Tibet, è incentrata sul vajra-kaya, il «corpo di diamante», che corrisponde ad uno stato in cui determinante è il concetto di vajra, «diamante» ma anche, in sanscrito, «folgore», pertanto non estraneo al principio luminoso e illuminante sempre presente in ogni realizzazione spirituale e metafisica. Il vajra denota, sempre appellandoci a Filippani-Ronconi, «sia l’assoluta trasparenza del principio cosciente che l’integrità della sua esperienza, nonché», e forse è ciò che più conta, «la distruzione operata dalla gnosi, la prajnā, di ogni ostacolo psichico (āvarana), come dell’alterità inerente alla dualità di soggetto-oggetto di ogni esperienza cosciente». Insomma torniamo al solve ermetico ed alla successiva coagulazione, al matrimonio mistico tra colui che agisce, il Sé, e la materia sottile, plastica, con la quale deve fondersi per ottenere la realizzazione, la reintegrazione necessaria al possesso del veicolo di diamante, della forma sottile.

Nel lamaico Bardo Tödol, meglio noto come Libro tibetano dei morti, la forma sottile è il «corpo Bardo», veicolo luminoso attraverso cui si supera la morte fisica e si accede a stati differenti. Trovare delle assonanze tra tutti questi concetti non è sbagliato, anzi al di là dei particolarismi che emergerebbero da studi più approfonditi, non si può fare a meno di constatare l’unità di fondo di tutte le dottrine finora incontrare nella nostra dissertazione: la morte, intesa come estinzione definitiva di noi stessi, non esiste, e già in vita possiamo sperimentare la forma sottile che un giorno indosseremo per progredire nella nostra evoluzione spirituale.

Forma sottile nel Neo-Taoismo e nel Neo-Confucianesimo

Ne Il Mistero del Fiore d’Oro[19], trattato di matrice neo-taoista scritto tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX sec. d.C., facilmente reperibile in libreria, vengono spiegate delle tecniche atte a far circolare la Luce all’interno del corpo fisico, di modo che essa alla fine si cristallizzi dando origine al «Corpo-Spirito naturale»[20], sorta di embrione da cui sorge un nuovo essere. Il Fiore d’Oro è la cristallizzazione della Luce, il «Seme-Perla», la forma sottile luminosa pronta a staccarsi dal corpo grossolano di carne. Successivamente a questa «nascita», lo sguardo incontra un universo fiammeggiante, e la consapevolezza trascina il Sé fuori dai vincoli fisici.

Il trattato appartiene chiaramente alla tradizione neidan, l’alchimia interiore cinese ottimamente delineata da Mircea Eliade in una delle sue opere forse meno conosciute.[21]

Restando in contesto cinese, il Neo-Confucianesimo teorizza dei sistemi filosofici che ben si adattano ad essere presi come base per ulteriori dottrine più operative. Innanzitutto va detto che intorno all’XI sec. d.C. sorsero, ad opera di due fratelli, due scuole differenti: Ch’eng Yi, il più giovane, fondò la Scuola delle Leggi o dei Principi, nota pure come «Scuola delle idee platoniche», Ch’eng Hao, il maggiore, dette invece origine alla «Scuola dello Spirito».[22]

La Scuola delle idee platoniche afferma che esistono i Li, i Principi o Leggi, i quali si sostanziano attraverso il Ch’i. Ad esempio «il Li è lo stesso per tutti gli uomini, è il Ch’i che li fa differenti». Il Ch’i, si può dire, è la sostanza sottile individuale che recepisce il Principio individualizzato, a sua volta promanato dal Li o Principio universale. Il Ch’i, condensandosi, assume le forme corporee, concrete di questo mondo. In termini a noi più noti, il Ch’i è lo Spiritus (ermetico e rosicruciano), la Luce che sostanzia, intermediaria tra il Principio e la Forma. In tal senso anche la forma sottile si può riottenere con un procedimento inverso, risalendo verso il Li che significa e consente ogni nostra manifestazione individuale, sia essa d’ordine corporeo che d’ordine differente. Il primo passo sarà allora quello di interagire direttamente con il Ch’i, elaborandolo in una fase più prossima al nostro Li particolare.

La Scuola dello Spirito o dello Spirito Universale postula la «conoscenza intuitiva» ed ammette la coincidenza tra Li e Ch’i. In sintesi, se nella Scuola dei Principi esistono due mondi, uno astratto e l’altro manifesto, per la Scuola dello Spirito tale differenziazione è solo una convenzione, un uso verbale. Per essa, infatti, vi è un solo mondo, quello dello Spirito. Questa Scuola presenta forti similitudini con le credenze alchemiche dell’Occidente. La conoscenza intuitiva che ognuno di noi possiede non è altro che la consapevolezza di essere noi stessi ogni cosa. «Ogni qual volta noi estendiamo la nostra conoscenza intuitiva rischiariamo l’oscurità e, quand’essa è tutta rischiarata, la nostra natura originaria è restaurata e torniamo a essere parte di questo Cielo. La conoscenza intuitiva della parte è conoscenza intuitiva del tutto e quest’ultima è conoscenza intuitiva della parte. Ogni cosa è l’unico tutto».[23]

Si vede bene come, in entrambe le Scuole, sia presente la convinzione che l’essere umano non sia limitato entro vincoli fisici; superare questi vincoli è ciò che esse si ripropongono di insegnare.

Neoplatonismo

Secondo Plotino (205-270 d.C.) l’anima individuale origina da una Mente Divina e ne discende fin sulla Terra cavalcando una stella, o meglio per mezzo di un veicolo che possiamo definire «astrale», sottile e luminoso. Questo veicolo non scompare, ma permane anche durante l’esistenza fisica. Al momento della morte, tanto più esso avrà subito il peso delle cose concrete, dei sentimenti più bassi, tanto più sprofonderà e sarà ricondotto ad una nuova incarnazione. Al contrario, se nel corso della vita le influenze materiali saranno state arginate, esso sarà libero di ascendere nuovamente verso la Mente Divina. Proclo (410-485 d.C.), commentando gli Oracula Caldaica, testo del II sec. d.C., detta precise istruzioni su come distaccare i propri pensieri dalle sensazioni percepite dal corpo per restaurare il legame con i mondi superni. Non può sfuggire l’analogia con il più volte ricordato solve ermetico.

Cabala, Zoroastrismo e Druidismo

Eccoci giunti verso la conclusione. Prima, però, è utile un passaggio a volo radente tra dottrine tanto dissimili tra loro da non lasciar immaginare che, invece, tra di esse vi siano punti di contatto proprio lì dove ci interessa scovarne.

Nella Cabala giudaica il corpo sottile ha un nome preciso: Zelem. Lo zelem è «il principio d’individualità di cui è dotato ogni essere umano, la configurazione spirituale o essenza che è esclusivamente sua. In questo concetto sono combinate due nozioni: una si riferisce all’idea dell’individuazione umana e l’altra alla veste eterea dell’uomo o corpo etereo (sottile) che serve da intermediario tra il suo corpo naturale e la sua anima».[24]

Lo zelem è sempre connesso a manifestazioni di luce, e ciò non deve ormai più stupirci. Viene inoltre descritto anche come «ombra» o «immagine». Il concetto di «ombra» non deve ingannare, tanto più che un’ombra esiste solo lì dove vi sia una sorgente di luce. Per chi non sa vedere, lo zelem sarà dunque non più di un’ombra, per chi se ne rivestirà sarà invece un’immagine di luce. Fintanto che la natura spirituale dello zelem non viene svelata, esso potrà addirittura terrorizzare coloro non pronti a riconoscerne, per così dire, la santità. In questa accezione Moshe Idel, erede dello Scholem, quasi identifica zelem e golem. Il golem, infatti, non è solo una creatura artificiale vivificata da azioni magico-religiose, ma pure un’ombra spaventevole.[25]

Lo zelem è inoltre «immagine» o «doppio» luminoso di una persona. Viene in mente, dunque, la fravashi di zoroastriana memoria, un «doppio trascendente» dell’essere umano, sua anima eterna preesistente all’individuo incarnato.[26] Poiché visibile e luminosa, la fravashi non è solo un’essenza, un Sé, bensì un Sé circondato di luce che riflette le sembianze fisiche in forma spirituale.

Sorprendentemente, anche nella tradizione celtico-druidica vi era la credenza di un corpo con il quale si poteva interagire con altri mondi. L’anima, per i Druidi, era immortale ed eterna e dopo la morte proseguiva la sua esistenza in luoghi non fisici ma sempre rivestita di un corpo, necessariamente sottile nella sostanza.[27]

Conclusioni

Siamo consci che il presente lavoro non potrà che apparire lacunoso, incompleto. Come nostri altri brevi saggi anche questo, però, ha come scopo quello d’invogliare il lettore a proseguire con ulteriori approfondimenti. Oggidì la Next Age, inizialmente accennata, si mostra sugli scaffali di pressoché tutte le librerie e biblioteche con una produzione sterminata di opere. Una metà di queste non fa distinzione tra una tradizione ed un’altra: prende ciò che ritiene di dover prendere lì dove lo trova e lo riversa spesso in teorie assurde, per carità innovative ed originali, ma avventate e caratterizzate più da elementi fantastici che, al più, da un’immaginazione in grado di proseguire, seppure con nuove forme e modelli, insegnamenti comunque tradizionali. Un’altra metà di testi, invece, è del tutto impermeabile a qualsiasi discorso spirituale o religioso, come se temesse di offendere la sensibilità di qualcuno; pertanto, onde vendere il maggior numero di libri, si preferisce descrivere tecniche di meditazione alla portata di tutti, diffondendo il credo che chiunque possa essere in grado di vivere esperienze di ascesi. La letteratura suddetta è sterminata; menzioniamo qui solo William Buhlman, ottimo esempio di questa seconda tipologia di saggi. I suoi libri[28] sfiorano i temi inerenti alle dottrine tradizionali soltanto per arricchire le pagine di una qualche nozione di base, di fatto inutile. Molto spazio è dedicato infatti a «testimonianze» di esperienze vissute, in prima o terza persona, neanche fosse una vendita televisiva. Vengono snocciolate poi una serie impressionante di tecniche pratiche, finalizzate a raggiungere, sempre con un po’ di pazienza sia chiaro, l’ottenimento del «corpo astrale», con cui compiere meravigliosi «viaggi astrali», che consentirebbero di rivivere vite passate, osservare il futuro, passare attraverso i muri ed interagire con esseri di altre dimensioni, alieni inclusi. Il fascino esercitato da questi libri sulla gente comune è indiscutibile. Ognuno di noi può farsi divinità e plasmare le proprie creazioni sottili. Chi non lo vorrebbe? Mai come in questo periodo abbondano testi come quelli di Buhlman. In ciò saremmo tentati di scorgervi almeno un aspetto positivo, quello di una rinata sete di conoscenza autentica. Purtroppo siamo convinti che il più delle volte, a volgersi verso queste guide astrali tanto osannate, siano i deboli e gli sconfitti, coloro tra i quali il neospiritualismo miete il maggior numero di vittime. Ammesso e non concesso che possano esserci persone che, eseguendo tecniche peraltro prese in prestito da tradizioni autentiche (ma distorte e semplificate oltre ogni limite consentito), siano in grado di accedere allo stato sottile, chi può assicurare a queste persone che il percorso intrapreso sia sicuro, e che reali siano le manifestazioni ed i fenomeni lungo il tragitto esperiti?

La Next Age sembra, nel suo complesso, come il riassunto forzato di dottrine metafisiche; come un riassunto può risultare utile e funzionare bene per un compito in classe senza però insegnare veramente nulla della materia oggetto di studio, allo stesso modo, passatemi la similitudine, libri che spiegano tecniche su tecniche sorvolando sulla dottrina che ne è il presupposto, mai potranno sopperire alla conoscenza propria di insegnamenti trasmessi nell’arco di secoli, se non di millenni. E come diceva il Guénon, che ne sapeva più di Buhlman, la conoscenza è l’unico strumento davvero indispensabile per la realizzazione spirituale.

Mauro Scacchi


[1] P.D. OUSPENSKY, Un nuovo modello dell’universo (1938; Ed. Mediterranee, Roma 1991), capitolo La quarta dimensione, pp. 95-97.

[2] Si veda in proposito RENÉ GUÉNON, Considerazioni sulla Via Iniziatica (1949; Gherardo Casini Editore, Lavis – TN, 2010).

[3] MIRCEA ELIADE, Lo Sciamanismo e le tecniche dell’estasi (1951; Ed. Mediterranee, Roma 2005).

[4] Su queste pratiche connesse al «rope-trick», e sulla loro accezione di siddhi o «poteri miracolosi», per tutti vale il testo di MIRCEA ELIADE Mefistofele e l’Androgine (1962; Ed. Mediterranee, Roma 2011), in particolare il Cap. IV Corde e Marionette, p. 149.

[5] Per il GUÉNON si veda principalmente Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi (1945; Adelphi, Milano 2009); per EVOLA, Cavalcare la Tigre (1961; Ed. Mediterranee, Roma 2009).

[6] RENÉ GUÉNON, Il simbolismo della Croce (1931; Luni Editrice, Milano 2006), p. 30.

[7] JULIUS EVOLA, La Tradizione Ermetica (1931; Ed. Mediterranee, Roma 2009), in particolare il Cap. Il corpo di luce. Produzione dell’Argento., p. 152.

[8] JULIUS EVOLA, Ibid., Cap. Il volo del drago, p. 122.

[9] Utilizziamo questo termine perché convenzionalmente accettato e compreso dai più, ma per l’esattezza l’anima è la parte di noi stessi che ci riconduce verso il basso (è il lato Yin, femminile, volendo guardare per un momento a Oriente), a causa delle passioni e delle emozioni che porta racchiusa in sé stessa, mentre la parte del Sé che è in grado di elevarci è più propriamente l’animus, il nostro lato Yang. In proposito vale il detto latino sine animo anima est debilis, come J. EVOLA in modo brillante spiegò nell’articolo Animus e Anima (in Il Regime Fascista, martedì 2 novembre 1937).

[10] TITUS BURCKHARDT, Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam (1969; Ed. Mediterranee, Roma 1987), p. 89.

[11] Per un ulteriore approfondimento di questi concetti si consiglia la lettura di Il Buddhismo del Tibet e La chiave per la Via di Mezzo (1975; Casa Ed. Astrolabio Ubaldini Editore, 1976 Roma) di TENZIN GYATSO, Quattordicesimo Dalai Lama.

[12] TITUS BURCKHARDT, op. cit. Introduzione; per ar-Rûh e an-nafs, pp. 116, 118; per al-‘aql e al-khiyâl, pp. 87, 84.

[13] TITUS BURCKHARDT, Ibid., p. 84.

[14] RENÉ GUÉNON, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (1921; Adelphi, Milano 2005), pp- 198-199.

[15] Per gli «involucri» e la loro esauriente trattazione, RENÉ GUÉNON, L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta (1925; Adelphi, Milano 2009), Cap. Gli involucri del «Sé», pp. 69-72.

[16] Il GUÉNON preferisce evitare la denominazione di «corpo sottile», poiché solo lo sthula-sharira è d’ordine corporeo.

[17] JULIUS EVOLA, Animus e Anima, cit.

[18] PIO FILIPPANI-RONCONI, Il Buddhismo (1994; Newton Compton, Milano 2007).

[19] Lu Tsu, Il Mistero del Fiore d’Oro (1971; Ed. Mediterranee, Roma 1994).

[20] MIRCEA ELIADE, Mefistofele e l’Androgine, cit., pp. 42-44.

[21] MIRCEA ELIADE, L’alchimia asiatica (1935; nel volumetto Il mito dell’alchimia seguito da L’alchimia asiatica, Bollati Boringhieri, Torino 2001), p. 71.

[22] FUNG YU-LAN, Storia della filosofia cinese (1948; Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990), pp. 226-256.

[23] WANG SHOU-JEN (detto il Maestro di Yang-ming), Raccolta di istruzioni o Ch’uan Hsi Lu, antologia di massime attribuite al Maestro e redatte da un suo allievo.

[24] GERSHOM SCHOLEM, La Cabala (1974; Ed. Mediterranee, Roma 1992), p. 161.

[25] Magistrale, in questo senso, l’idea di golem presente nel romanzo di GUSTAV MEYRINK, Il golem (1946; Bompiani, Milano 2008).

[26] MARCO BUSSAGLI, Storia degli Angeli (Bompiani, Milano 2003), p. 31.

[27] STUART PIGGOTT, Il mistero dei Druidi (1968; Club del libro Fratelli Melita, Roma 1982), p. 93-94.

[28] WILLIAM BUHLMAN, Avventure fuori dal Corpo (1996; Macro Edizioni, Cesena – FC, 2008) e Come uscire fuori dal Corpo (2001; Macro Edizioni, Cesena – FC, 2009).