Il mondo sta cambiando

Posted on maggio 31, 2011

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Il mondo sta cambiando  Il Borghese, Maggio 2011

Il mondo sta cambiando. L’idea di rimanere spettatori di fronte ai mutamenti che la scena politica nazionale ed internazionale ci pone sotto gli occhi ogni giorno non è un’idea che si possa sostenere. Tutti opinionisti, tutti commentatori da bar, gli italiani enunciano nel privato e nelle sedi istituzionali giudizi alla stregua di quelli che, in maniera accorata, vengono dati durante una partita di calcio. Quando la televisione si spegne, il giornale è riposto sul tavolo e la quotidianità reclama l’assenza di volontà, ogni spinta interiore verso una superiore giustizia, verso un miglioramento della società e dell’individuo, cessa di agire e ci si ritrova a compiere gesti consueti scanditi da ritmi automatici. Dentro di noi un bisbiglio di voci suggerirebbe di approfondire la radice e la natura del malcontento, la fonte di tante aspirazioni e promesse fatte a noi stessi e poi tradite, eppure con sguardo vacuo subiamo la routine, perché in fondo non possiamo credere che il mondo e le sue certezze stiano vacillando.

Se un siffatto atteggiamento è comprensibile, ma non giustificabile, in persone adulte assuefatte alla narcotizzazione delle coscienze, tale comportamento non è ammissibile nei giovani. Le intricate strade della realtà sono spesso celate agli occhi, e finché continueranno ad esistere problemi di natura contingente, come la difficoltà di ottenere un lavoro duraturo, dignitoso e ben pagato, ai giovani sarà preclusa una visione d’insieme sugli scenari mondiali. L’intelligenza e la perseveranza nello studio non bastano a garantire la consapevolezza necessaria a far comprendere come, da fatti distanti nel tempo e nello spazio, possano discendere, per influenza più o meno diretta, quelle stesse difficoltà contingenti che le nuove generazioni si trovano a dover affrontare. La mancanza di consapevolezza trascende ogni titolo acquisito: come non notare i molti, troppi laureati che non sanno nemmeno scrivere o parlare con cognizione di causa? Inoltre, la «cultura generale» viene oggi barattata per qualche specializzazione che ottunde la coscienza critica verso ogni argomento che non sia di stretta competenza al settore studiato. Generazioni che dovrebbero portare l’umanità a livelli di consapevolezza superiori sembrano in maggioranza stupefatte e inermi quando s’accorgono che su questa terra nulla viene regalato. Ci rivolgiamo a coloro che ancora sognano la possibilità d’un riscatto, di un ritrovato senso d’appartenenza ad una comunità di persone unite dal voler essere realmente protagoniste delle proprie esistenze, un insieme di spiriti, perché no, eletti, affini tra loro per un retroterra culturale simile quando non del tutto uguale, le cui fondamenta poggiano su nodi di convergenza storica che nei millenni hanno costituito la gente italica, la nostra Nazione. Ed è pertanto a loro, e soprattutto ai giovani, che va il preciso messaggio di estraniarsi, per quanto possibile, da tutti quei fenomeni esteriori della modernità che annichiliscono la capacità di giudizio, che obnubilano il cervello e impediscono di assumere fermezza di carattere di fronte ai mutamenti in corso nel tempo attuale.

La fibrillazione degli stati a matrice islamica è una questione aperta che rischia di far breccia nel nostro Stato, debole e insicuro.

Alle porte d’Italia, Saturnia Tellus, battono con ferocia tempi poco inclini al negoziato, al salottiero discettare di teorie sociali che paiono trarre linfa ed alimento solo dalla tenzone ciarliera tra ideologie, o meglio delle loro interpretazioni, financo a quella confusa delle «ideologie sì, ideologie no».

Serve un’alzata di scudi, decisa, immediata. Discutere della paternità e sul significato di termini come Patria, Identità, Unità è interessante ma manca il bersaglio. Vi sono momenti per fare filosofia, altri per seguire i dettami dello spirito ed agire. Come chi, avendo fame, cerca il cibo senza soffermarsi a studiare l’apparato digerente, così ora è il momento di vivere una condizione dettata dall’istinto, dalla percezione, un momento che il troppo rimuginare su questioni intellettuali potrebbe far perdere. Cogliere l’essenziale, intuire quali radici hanno fornito sostanza al nostro essere italiani, questo si deve. Le radici del nostro sangue, della nostra tradizione, non si possono insegnare, semmai si devono ricordare; altro non necessita a chi si risveglia come da un letargo della propria coscienza. Ma intanto bisogna agire. Lancia in resta, non si gioca a scacchi.

Se il vortice islamico spazza verso le nostre amate coste miriadi di disperati in fuga, costoro altro non possono fare che proseguire nella loro corsa fin sull’uscio di casa nostra. Cosa faremo allora, manderemo i nostri figli in cantina per accogliere i figli altrui? Non è, questo, cinismo senza umanità. Presto o tardi la casa, anche fosse un castello, sarà gremita e senza più spazio. Cedere il posto per bontà, per strumentalizzare un discorso politico interno o per idiozia, di fatto consentirà allo straniero, un giorno, di dare un nome nuovo ai luoghi che ci appartengono.

Non si vuole propugnare la violenza contro gli extracomunitari, gente disperata, istigare i giovani allo scontro ed all’intolleranza bieca e senza scopo. Una riflessione, però, s’impone. Non è possibile difendere la casa interiore e l’onore dei padri e delle madri che questa bella terra irrigarono con sudore e sangue , se neppure s’ama più la casa esteriore; se non si è in grado di proteggere il nostro suolo, la nostra identità, la nostra Cultura, come si può pensare di difendere la nostra anima immortale? All’interno del Belpaese vi sono troppi personalismi e particolarismi, come quando Ministri della Res Publica s’alzano indignati e se ne vanno ogni volta che si parla dell’Italia come di una Nazione, una Patria unita, uno Stato Nazionale. A rappresentare ai più alti livelli gli italiani, ad amministrarne i bisogni in seno al Governo, al Parlamento e nelle Regioni, vi sono troppi urlatori il cui scopo è spaccare la coscienza nazionale, da cui la disaffezione verso la politica. Divisi in Patria, si diventa disattenti verso ciò che avviene attorno al nostro mare, così come ai confini d’Europa. Questo è il rischio. Professarsi tolleranti per nascondere l’incapacità di giudicare il prossimo senza paura d’esser tacciati di presunzione, cinismo o addirittura razzismo. Un’incapacità che mina le nostre difese.

Per questioni economiche e demografiche alcuni popoli stranieri si sono fatti intraprendenti, sfrontati sono subentrati nel nostro tessuto esistenziale. E seguitano a farlo. Altri, in fuga da teatri di guerra, nulla hanno da perdere e tutto da guadagnare nel venire in Italia. Gli italiani confondono con troppa leggerezza concetti quali tolleranza e solidarietà con altri, meno lusinghieri, come quelli di condiscendenza e dabbenaggine. Il dare diviene privazione in un momento in cui non ci si può permettere d’esser privati di nulla, l’aiutare diviene aprire le porte di case e città che già sono vuote di offerte per i nostri stessi figli. Tergiversare ha fatto il suo tempo. Far leva su sedicenti sentimenti è da stolti: è ingannevole il pensiero di poter essere contemporaneamente sia deboli, prede della crisi economica ed incapaci di far intravedere un futuro di certezze ai nostri figli, che forti abbastanza da sorreggere il prossimo.

Dall’interno e dall’esterno si è assediati. Le coscienze dei giovani vanno indirizzate e protette, troppo sottile la scorza che ne difende l’integrità, sempre sotto l’assalto mediatico imbonitore di quanti vorrebbero rammollirle, mentre l’«italianità» viene inghiottita dal primo venuto che, al contrario, ignorante dell’insegnamento democratico, ogni cosa afferra e trattiene per sé, compresa la nostra dignità. La morte della coscienza è forse l’elemento più fosco che caratterizza gli occidentali, italiani compresi. Per il timore di sbagliare, di fare brutta figura, gli italiani si sono infiacchiti dimenticandosi che la grinta e la spinta all’espansione, sia essa interiore o nel mondo materiale, è sempre preferibile al chiacchiericcio snobdi chi, sentendosi superiore, infine è costretto a ripiegare innanzi al mulinare selvaggio della spada dell’uomo d’azione. A lame sguainate, ignorare il duello non è saggezza, bensì solo l’opposto dell’eroismo.

Mauro Scacchi – Il Borghese, Maggio 2011

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