De Felice, Pansa e Sternhell. C’è chi non teme di confrontarsi con la verità storica.

Posted on maggio 31, 2011

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Ma c’è una sinistra che non ha paura della storia   Area, maggio 2011

Zeev Sternhell, storico israeliano, professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme e militante del movimento pacifista Peace Now, certamente non un simpatizzante del Fascismo, così scriveva nel suo saggio La terza via fascista pubblicato sulla rivista di cultura e politica il Mulino nel numero di luglio-agosto 1990: «Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo», spiegando poi che eminenti uomini della cultura europea furono attratti dal Fascismo poiché «trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale».

In un articolo apparso su Il Corriere della Sera il 16 aprile 1993, Giovanni Sabbatucci, professore di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, così commentava l’opera di Sternhell Nascita dell’ideologia fascista (1989; Dalai Editore, 2008): «Sternhell non solo definisce il fascismo come un’ideologia della rivoluzione, ma documenta l’apporto poderoso fornito a questa ideologia da diverse componenti della sinistra».

Forse sono proprio queste inconfessabili componenti che la sinistra attuale teme e che la portano a non voler riconoscere come il Fascismo fu l’unico tentativo di andare oltre sia al materialismo marxista che al capitalismo sfrenato; è in questo senso che il Fascismo può ancora esercitare una notevole attrattiva in coloro che nella politica cercano contemporaneamente risposte sia alla perdita d’ogni elemento trascendente nella vita sociale che ad un’economia disumana, di cui il mercato globale, senza volto e senza spirito, è una sorta di Arconte inafferrabile.

«È la tattica collaudata in un quasi Ventennio. Con una mano, esibita al pubblico plaudente, ti porgo il ramoscello d’ulivo. Con l’altra mano, nascosta dietro la schiena, mi preparo a colpirti col bastone». Così scriveva Giannini solo il 30 marzo scorso su La Repubblica, parlando del Premier e delle sue vicende giudiziarie. «Ventennio», «bastone», termini con i quali si vuol designare l’avventura politica di Berlusconi come un novello Fascismo, ed il presidente del Consiglio suo nuovo Duce. Si vogliono creare parallelismi che incutono timore, ma è lecito chiedersi se l’uso di certi vocaboli, piuttosto, non nasca dalla preoccupazione di chi li scrive di essere in un certo senso defraudato di principi di cui le sinistre hanno reclamato la paternità da più di sessant’anni. Basti pensare alla Carta del Lavoro del 1927 (che rese obbligatorio il contratto collettivo di lavoro) inserita nel Codice Civile nel 1942, o all’Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale (INFPS, l’attuale INPS), per comprendere come il Fascismo ebbe a cuore alcuni diritti ritenuti oggi fondamentali, tutt’altro, quindi, che prerogativa delle ideologie da cui è scaturito l’attuale centrosinistra.

Il Fascismo, inteso come categoria dello spirito, dura tuttora e durerà in futuro, più dei fascisti e degli antifascisti. Pietra di paragone per alcuni positiva, per altri negativa, anzi maledetta, ma sempre attuale come riferimento imprescindibile in ogni seria discussione, sia che si tratti di economia e industria (Corporativismo sì, Corporativismo no), sia che si tratti di politica estera, giustizia, agricoltura, sistema previdenziale, pubblico impiego, relazioni sindacali… insomma ogni tematica, oggi, deve confrontarsi con il modo in cui era stata affrontata durante il periodo fascista.

Alcuni vorrebbero cancellare per sempre la parentesi storica del Ventennio, ma poi gli stessi non fanno che richiamarla alla mente, citandone i momenti più bui come per esorcizzarne la memoria e così, di fatto, volenti o nolenti, la chiamano in causa creando interesse e curiosità sull’argomento. E succede che si riscoprono allora proprio quegli elementi che vorrebbero esser taciuti, e cioè che in quel periodo numerose furono le innovazioni in ogni campo e l’Italia, anche di fronte alla comunità internazionale, era rispettata e tenuta in serissima considerazione.

Sul sito della rivista mensile Storia in rete, uno dei link preferiti dal blog di Dino Messina del Corriere della Sera, Fabio Andriola mantiene attivo il sondaggio «Vota i super italiani!», ed alla data del 12 aprile di quest’anno Benito Mussolini appariva ancora al secondo posto, preceduto da Leonardo da Vinci e seguito da Galileo Galilei. Sarebbe facile minimizzare, scherzarci sopra o obiettare che il sito di Andriola è visitato principalmente da gente di destra. Si tratta comunque di un dato interessante, che andrebbe analizzato allo stesso modo di come vengono analizzati i vari sondaggi che ci vengono illustrati sulle reti televisive, su La7 piuttosto che su un canale differente.

Sul Fascismo tutti vogliono dire la loro. Il 22 novembre dello scorso anno Gad Lerner, in una puntata de L’Infedele ha trattato dei “Diari di Mussolini”, ed in quella occasione è stata ascoltata un’intervista a Giorgio Bocca a cui è stato chiesto cosa ne pensasse del tentativo di rivalutare la figura di Mussolini. Secondo Bocca «gli italiani in gran parte sono fascisti», il Fascismo risponde alla loro psicologia, aggiungendo poi che il Duce era «molto berlusconiano in anticipo», poiché amava apparire come una persona simpatica e buona. Parlando del Premier, afferma che Berlusconi è «un piccolo Duce in potenza nato in un’epoca in cui non ci sono più le condizioni per rifare un altro Fascismo».

Ma la fissazione di accostare Berlusconi al Duce travalica le nostre frontiere nazionali. Il primo di ottobre, più di un mese prima della trasmissione di Lerner, il sito internet del Partito Democratico riportava la seguente frase dell’Economist: «E’ dai tempi di Mussolini che un governo italiano non interferiva sui media in maniera così eclatante e preoccupante». Il tutto riferito al fatto che il Premier non sembrava accettare, standosene zitto e buono, i continui attacchi portati contro di lui da programmi televisivi e da giornalisti di estrazione politica opposta alla sua, fin troppo liberi di attaccarlo in continuazione con ogni pretesto.

In tale clima, chi ha cercato di “dare a Cesare quel che è di Cesare”, di dare testimonianza delle atrocità commesse anche dai partigiani durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stato emarginato e offeso a più riprese dalla intellighenzia rossa, come è accaduto per Gianpaolo Pansa. Il Fascismo è tabù, anche studiarlo con giusta critica non va bene, soprattutto quando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi deve esser demonizzato accostandolo a Benito Mussolini.

Denunciare le malefatte dei vincitori, dei partigiani, ancora non è reato, ma a farlo si viene messi alla berlina, marchiati. Eppure vi è sempre stato chi non è indietreggiato di fronte alla sfida di voler far luce su come stavano realmente le cose. Come non ricordare Giorgio Pisanò, che per Rusconi negli anni Sessanta raccolse prove fotografiche inoppugnabili di queste malefatte, che fondò il settimanale Secolo XX in cui pubblicò inchieste scottanti, che rifondò il Candido, settimanale che fu di Giovannino Guareschi, in cui espresse considerazioni controcorrente come quando, dati alla mano, in un numero del 1986 dimostrò che le Leggi Razziali del novembre 1938 furono un atto più che altro obbligato nei confronti dell’alleanza con la Germania piuttosto che reale espressione d’odio verso il popolo ebraico? Pisanò citò, in quell’occasione, precise fonti normative che, di fatto, quasi azzeravano la possibilità d’intervenire contro gli ebrei, molti dei quali in precedenza, và detto, erano iscritti al Partito Nazionale Fascista.

In un’atmosfera sempre colma di astio per chi non si allinea col pensiero, osiamo dire, filocomunista, il 27 maggio del 2010 Berlusconi, citando i diari del Duce, in una conferenza stampa a Parigi così si espresse: «dicono che ho potere, non è vero, forse ce l’hanno i gerarchi». Ne scaturì un putiferio. Bastò menzionare Mussolini per provocare indignazione e malelingue, a dimostrazione che il Fascismo suscita ancora sentimenti contrapposti di amore-odio, per cui scherzarci su è male come lo è studiarne coscienziosamente i molteplici aspetti. Ma tutti ne parlano, tanto che addirittura ben sei Senatori (cinque del Pdl ed uno di Fli) il 29 marzo scorso hanno presentato un disegno di legge per abolire la norma transitoria della Costituzione che vieta «la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista». Lo scopo, a detta dei Senatori, era abolire una norma che, appunto, doveva essere transitoria per volontà stessa dei padri costituenti.

La proposta è stata subito bollata come grave ed offensiva per la storia del Paese e della Repubblica dall’opposizione, che ritiene tale norma transitoria sulla carta ma permanente a tutti gli effetti.

Non è scopo di questo articolo tifare pro o contro l’ideale fascista: di certo è inopinabile, ormai, che tale ideale (che fu poi ideologia, movimento, partito) non potrà scomparire dai cuori e dallo spirito di molti italiani solo perché così vorrebbero imporlo i “vincitori” ai “vinti”. Dopo interi decenni la memoria di quel che è accaduto non deve scomparire, vero, e dunque non deve scomparire neppure quella parte della memoria collettiva in cui si possono ancora ritrovare, oggi, legittimi elementi di pensiero in cui le nostre anime di italiani potrebbero comunque riconoscersi. Accostare infine Mussolini a Berlusconi, come scrive Francesco Lamendola sul sito di ariannaeditrice l’8 ottobre 2009, è tentare «un paragone sbagliato e insopportabile», anche perché «non è possibile stabilire un confronto diretto fra un dittatore e un capo di governo democratico liberamente eletto».

Mauro Scacchi

 

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