Le età del genere umano all’interno dei cicli cosmici, secondo l’Induismo e presso il popolo dei Maya

Posted on aprile 30, 2011

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Le età del genere umano all’interno dei cicli cosmici nell’Induismo e nel popolo dei Maya   Vie della Tradizione, n. 157 gennaio-aprile 2011

Introduzione

In questo breve scritto è nostra intenzione comparare la concezione dei cicli cosmici dell’Induismo con quella del popolo Maya. L’esigenza di tale accostamento, peraltro ardito, nasce dalla necessità di riabilitare agli occhi dell’intellettuale occidentale la tradizione Maya che di recente è stata fatta oggetto di speculazioni sovente rocambolesche e fuorvianti ad opera del pensiero new age. L’indiscussa profondità del pensiero induista testimonierà perciò, attraverso le equivalenze che qui ci proponiamo di rilevare, della profondità del pensiero dei Maya.

Premessa

La nostra è una posizione, anche geografica, privilegiata. La nostra formazione culturale, per quanto differente da individuo a individuo, ha una base comune che deriva dall’antichità greco-romana. Non sarà dunque errato, prima di guardare all’India e poi all’America Centrale, rivolgere un momento l’attenzione all’opera del poeta greco Esiodo, Le opere e i giorni (fine VIII – inizio VII sec a.C.). In questo poema è presente il mito delle Cinque Età nelle quali vissero gli uomini dalla loro origine fino al presente. L’Età dell’Oro è la prima, in cui gli uomini rimangono giovani, non hanno bisogno di lavorare e muoiono senza soffrire diventando spiriti protettori. Seguono l’Età dell’Argento, in cui gli uomini cessano di venerare gli dei e Zeus li trasforma in demoni inferiori, l’Età del Bronzo in cui gli uomini hanno l’unico fine di farsi la guerra a vicenda e periscono uccidendosi l’un l’altro, l’Età degli Eroi (l’unica a non essere designata col nome di un metallo) in cui vivono semidei e uomini giusti poi portati da Zeus nelle Isole dei Beati come premio per il loro valore e infine l’Età del Ferro caratterizzata dalla sofferenza e dall’ingiustizia, in cui l’unica possibilità per mantenere una certa dignità risiede nel lavorare con fatica ed umiltà. L’Età del Ferro è l’età attuale.

Come si vede, tranne la curiosa parentesi dell’Età degli Eroi, per Esiodo il passaggio da un’età ad un’altra segna ogni volta una maggiore degenerazione del genere umano, più debole e povero di spirito rispetto all’età precedente. In origine l’uomo era perfetto, ma allontanandosi dall’origine esso è divenuto piccolo e simile ad uno schiavo.

Questa premessa, richiamandoci alla mente parte della nostra tradizione, serve per meglio tentare di comprendere le tradizioni che più sotto andremo ad esplorare, poiché per quanto dissimili queste possano essere dalla nostra e lontane da noi nel tempo e nello spazio, pure non sarà arduo riconoscere in tutte le tradizioni un substrato comune e altrimenti non potrebbe essere, derivando ogni tradizione dalla Tradizione Primordiale come a più riprese Renè Guénon asserisce nei suoi testi.

I Cicli Cosmici nell’Induismo.

Il Surya Siddhanta è un trattato astronomico dell’induismo di oltre 1500 anni fa. Di particolare rilievo per ciò che qui ci interessa discutere, in tale trattato vengono spiegati i cicli temporali o cicli cosmici. Il periodo detto Kalpa, equivalente a un giorno della vita di Brahma, dura 4.320.000.000 di anni. Ogni Kalpa è ulteriormente suddiviso in 14 parti denominate Manvantara (epoche di Manu). Ogni Manvantara dura 308.448.000 anni. A sua volta ogni Manvantara è formato da 71 sotto parti dette Maha-Yuga (o Chatur-Yuga), ognuna della quali dura 4.320.000 anni. Infine ogni Maha-Yuga viene suddiviso in quattro ere o Yuga. Attualmente viviamo nel quarto Yuga del settimo Manvantara (dunque a metà di un Kalpa). L’Umanità, passando da uno Yuga al successivo, si indebolisce e si allontana sempre più dal trascendente, divenendo stolta e materialista.

Dei periodi suddetti gli unici che realmente ci interessano in questa sede sono quelli detti Yuga, e  facciamo notare che essi sono quattro come le Età di Esiodo (se escludiamo l’Età degli Eroi, come già accennato rimanendo questa estranea al processo generale di decadimento della razza umana presente nelle restanti età).

La prima era è detta Krita-Yuga e dura 1.728.000 anni, la seconda Treta-Yuga e dura 1.296.000 anni, la terza Dvapara-Yuga e la sua durata è di 864.000 anni ed infine la quarta era è denominata Kali-Yuga della durata di 432.000 anni. Il Kali-Yuga è l’epoca in cui noi viviamo. “Alle diminuzioni progressive della durata di ogni nuovo Yuga corrisponde, sul piano umano, una diminuzione della durata della vita, accompagnata da un rilassamento dei costumi e da un declino dell’intelligenza. Questa decadenza continua su tutti i piani – biologico, intellettuale, etico, sociale, ecc. -, acquista più particolarmente rilievo nei testi puranici”, così Mircea Eliade[1].

Per meglio comprendere il significato nascosto dietro il concetto degli Yuga e della loro durata, riportiamo qui il pensiero del noto tradizionalista Renè Guénon, da lui stesso espresso nell’articolo Alcune considerazioni sulla dottrina dei cicli cosmici[2].

La fonte primaria del Guènon è il Vishnu Purana[3]. I Purana appartengono al corpus mitologico del Brahmanesimo ed in particolare il Vishnu Purana tratta ampiamente dei Manvantara e del Kali-Yuga. Innanzitutto bisogna dire che secondo la tradizione induista visnuista (quella che vede in Vishnu la divinità principale, più importante anche di Brahma e di Shiva con i quali forma la Trimurti) il Kali-Yuga è iniziato con la morte/ascensione in cielo di Krishna, ottavo avatara di Vishnu, nel 3102 a.C.[4] e terminerà con la venuta di Kalkin, decimo ed ultimo avatara di Vishnu dal corpo di uomo e la testa di cavallo, il quale compirà la dissoluzione del mondo (come riportato nel Bhagavata Purana). Alla fine del Bhagavad-gita (compreso nel Mahabarata) Krishna muore colpito al tallone, unico punto vulnerabile del suo corpo, e ciò segnerà l’inizio del Kali-Yuga. La somiglianza con Achille è evidente e abbiamo voluto evidenziarla poiché non sarà mai un male insistere sul fatto che tutte le tradizioni sono in qualche misura collegate tra loro.

Fatta questa precisazione, subito è d’obbligo procedere con un’altra considerazione, stavolta strettamente afferente al Guénon: nell’articolo sopra citato egli suddivide un Manvantara in quattro Yuga, operando così un’equiparazione tra Manvantara e Maha-Yuga più affine alla tradizione dei Purana che non a quella del Surya Siddhanta. Il Guénoninfatti attribuisce al Manvantara una durata basata sul numero 4.320 (cioè i 4.320.000 del Maha-Yuga esclusi i tre zeri finali “destinati soprattutto a trarre in inganno coloro che volessero dedicarsi a certi calcoli”). Analogamente egli assegna al Krita-Yuga il numero 1.728, al Treta il 1.296, al Dvapara l’864 ed al Kali il 432. Fa notare inoltre che i vari Yuga stanno al Manvantara secondo la regola inversa della Tetraktys pitagorica, dunque secondo la regola per cui 10 (Manvantara) = 4 (Krita) + 3 (Treta) + 2 (Dvapara) + 1 (Kali). Il Kali-Yuga dura un decimo dell’intero Manvantara e la durata di ogni Yuga, discendendo da uno all’altro, si accorcia. Ma torniamo ai numeri che Guénon attribuisce ad ogni Yuga. Come poterli trasformare in anni umani, per noi reali e comprensibili? E’ a questo punto che il tradizionalista chiama in causa la “precessione degli equinozi” (fenomeno astronomico per cui ogni anno il Sole occupa la posizione equinoziale un poco prima rispetto all’anno precedente; ciò è dovuto al fatto che la terra ruota attorno al proprio asse ma pure, solidalmente con questo, opera una rotazione conica simile a quella di una trottola quando inizia a perdere velocità). L’asse di rotazione della Terra ruota dunque a sua volta descrivendo un cerchio immaginario completo in 25.920 anni. Ogni 72 anni lo spostamento su questo cerchio è pari a un grado (infatti 72 x 360 = 25.920). La metà del periodo della precessione equivale al “grande anno” di Platone, cioè a 12.960 anni. Quanti “grandi anni” formano un Manvantara? Guénon da un lato identifica il regno del caldeo Xisuthros, durato 64.800 anni, con quello di Vaivaswata (il Manu dell’era attuale, dell’attuale Manvantara), dall’altro fa notare che gli elementi del mondo sensibile sono 5 (i Pancha Mahabhutas che sono Akasha, Vayu, Agni, Ap e Prithvi, rispettivamente l’essenza base di ogni cosa nel mondo materiale – il quinto elemento o quintessenza -, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra), pervenendo alla conclusione che in un Manvantara stanno esattamente 5 “grandi anni”, esistendo una relazione tra i 5 elementi e gli stessi “grandi anni”. Infine, per correlare tali “grandi anni” con la base numerica propria degli Yuga, egli opera dei rapporti semplici per cui il Krita conterrà 2 “grandi anni”, il Treta 1½, il Dvapara 1 ed il Kali ½. I quattro Yuga dureranno allora rispettivamente 25.920, 19.440, 12.960 e 6.480 anni (basta osservare questa durata del Kali-Yuga per riconoscervi un decimo della durata del Manvantara, confermando l’inverso della Tetraktys). “Queste cifre”, osserva il Guénon “si mantengono in limiti perfettamente verosimili”.

Di tutto ciò che finora qui è stato riportato vogliamo evidenziare il richiamo alla precessione degli equinozi che il Guénon ha ritenuto di dover effettuare per meglio interpretare la teoria induista dei cicli. Come si vedrà, la precessione equinoziale avrà un suo posto anche nel calcolo del tempo presso il popolo Maya. Ma gli elementi di raffronto non terminano qui. A proposito dei 5 Bhutas, Guénon scrive “nelle antiche tradizioni dell’America Centrale si trova una evidente connessione fra gli elementi e particolari periodi ciclici; è questo però un argomento che richiederebbe una disamina più approfondita”. E’ proprio tale disamina che qui ci proponiamo di effettuare.

I Cicli Cosmici nella cultura Maya

Non avendo il presente saggio come scopo quello di descrivere la civiltà Maya, si ometteranno indicazioni approfondite sul periodo storico in cui i Maya vissero e sulle città meravigliose che edificarono. Tutte queste informazioni d’altronde sono reperibili ormai ovunque. Basti dire che essi regnarono su un territorio che copriva lo Yucatan, il Guatemala e l’Honduras indicativamente dal 1500 a.C. fino al 1500 d.C.

Ci interessa invece qui la visione che i Maya avevano del tempo, in particolare la suddivisione mitica delle ere che essi operarono perfettamente in accordo con le maggiori tradizioni del mondo.

Per lo studio del mito fondamentale delle Età (anche detto “dei Soli”) vi è un’enorme quantità di fonti. L’idea che presiede al mito è che il mondo in cui viviamo non è il primo né, probabilmente, l’ultimo. Le fonti si dividono sostanzialmente in due: quelle secondo cui le Età sono state 4 e quelle che narrano di 5 Età. Alla prima categoria appartengono il Popol Vuh o Libro della Comunità, redatto nella sua ultima versione nel XVI sec. d.C., e il Chilam Balam di Chumayel ritrovato nel 1860. Alla seconda appartengono soprattutto i miti riportati nelle relazioni scritte dai preti al seguito dei conquistatori spagnoli[5], le rappresentazioni pittografiche presenti su vari Codici Maya (trattasi di testi religiosi per lo più in pessimo stato di conservazione) e le raffigurazioni monumentali.

Il mito delle 4 Età incluso nel Popol Vuh (che per inciso è il libro sacro dei Quiché, odierni discendenti dei Maya) racconta che nella prima era gli dei crearono gli animali, ma quelli non erano in grado di lodare i loro creatori poiché non sapevano parlare e perciò furono distrutti, nella seconda era vennero creati esseri di fango che si disfacevano con l’acqua e non erano né intelligenti né forti, nella terza gli dei diedero vita a uomini e donne di legno[6] privi di espressione i quali non riconoscevano i propri creatori. Gli dei scatenarono un diluvio ma i Pinocchi sopravvissero. Giaguari e aquile iniziarono a divorare gli esseri di legno e i pochi scampati alla distruzione furono i progenitori delle scimmie. Infine gli dei crearono l’Umanità come noi la conosciamo.

Tra una creazione e l’altra vi è sempre la distruzione totale o parziale degli esseri viventi, ma ciò che maggiormente desta il nostro interesse è che man mano che si procede a nuove creazioni vi è una migliorìa degli esseri che vengono creati. Prima di creare uomini e donne che fossero in grado di lodarli[7], gli dei dovettero passare attraverso vari fallimenti.

Nel mito dei 5 Soli propriamente detto vi sono cinque epoche intervallate da cataclismi ognuna retta da un Sole. Il primo è il Sole Giaguaro o Testa Nera, il dio Tetzcatlipoca. Il secondo è il Sole di Vento o Testa Gialla, il dio Quetzalcoatl. Il terzo è il Sole di Pioggia di Fuoco o Testa Rossa, il dio Tlaloc (altrove dio della pioggia, ma ciò non deve stupire in quanto la duplice natura o funzione degli dei è un tratto comune a moltissime religioni). Il quarto è il Sole di Acqua o Testa Bianca, la dea Chalchiuhtlicue. Il quinto e ultimo è il Sole di Movimento che presiede all’era degli uomini, quella attuale[8].

Le suddette ere vengono anche indicate, dalla prima alla quinta, rispettivamente come Età della Terra, dell’Aria, del Fuoco, dell’Acqua e dell’Oro.

A proposito dell’ultima era il Chilam Balam di Chumayel riporta che verrà nel mondo Kukulkan, essere divino, per iniziare di nuovo l’intero ciclo.

La durata delle Età varia nei diversi miti, pertanto l’unico modo per determinarne l’effettiva estensione è quello di dedurla dal calcolo utilizzato dai Maya per il loro calendario.

Il calendario Maya è estremamente complesso e addentrarsi ora troppo nei dettagli e nelle simbologie che lo riguardano, seppur di estremo interesse, ci porterebbe lontano dallo scopo di questo breve scritto. Basti qui menzionare che esistevano vari cicli tra loro interconnessi. Vi era un ciclo, detto Tzolkin, in cui una serie di venti segni, numerati da 1 a 13, rappresentavano i giorni (dopo il numero 13 si ricominciava da 1 associato però al quattordicesimo segno) complessivamente in numero di 260. Era un calendario religioso, affiancato al quale ve ne era uno civile, detto Haab, costituito da 18 mesi da venti giorni ciascuno per un totale di 360 giorni, cui se ne aggiungevano cinque accorpati in una specie di piccolo mese detto Uayeb. Questi cinque giorni erano considerati sfortunati. Le date dei due cicli corrispondevano tra loro esattamente ogni 18.980 giorni, cioè ogni 52 anni. Vi era poi un terzo ciclo detto “lungo computo”, che attraverso cinque cifre poteva esprimere qualsiasi data. Ora, la data indicata dai Maya come “anno zero” (quello che per gli occidentali può essere la nascita di Cristo) corrisponde al nostro 11 o 13 agosto 3114 a.C., anche se taluni studiosi propendono per il 3111 a.C. o per il 3113 a.C[9]. Il ciclo completo del lungo computo dura 1.872.000 giorni, cioè circa 5.125 anni. Stando alle teorie oggi più diffuse, l’attuale ciclo dovrà perciò concludersi il 21 dicembre 2012. In tale data avverranno due cose notevoli da un punto di vista astronomico. Primo: la Terra terminerà un intero giro precessionale intorno al proprio asse, iniziato 25.920 anni prima. Secondo: il Sole sarà allineato con il centro della Via Lattea, evento che si verifica ogni 25.625 anni, dunque ogni cinque cicli di “lungo computo”. Solo per deduzione possiamo azzardare l’ipotesi che le 5 Età più sopra descritte durino ognuna 5.125 anni, e che attualmente ci troviamo sul finire della quinta Età.

Nel citato in nota libro di Von Hagen ci viene riferito che, nonostante i Maya avessero indicato una “data zero” ed una finale per il loro calendario, pure essi avevano tutta una serie di segni che indicavano periodi di tempo molto più lunghi di quelli fin qui riscontrati, addirittura estesi a centinaia di milioni di anni. L’unità di tempo più piccola utilizzata nel calendario era Kin, un giorno, la più grande era Alautun, pari a 23 miliardi e quaranta milioni di giorni. Questi periodi così grandi mostrano la capacità dei Maya di superare le frontiere dell’immediato e di ragionare in termini astronomci, cosmici. Nel IX sec.d.C. uno dei pionieri dell’America centrale, J. L. Stephens, ipotizzò che i Maya discendessero dal popolo di Atlantide. Per quanto questa teoria a certuni possa apparire puerile e fantasiosa, essa spiegherebbe molte cose. Come giustamente fa notare C. W. Ceram in Civiltà Sepolte (1949; Einaudi 1968), in merito ai Maya “analogie con l’Egitto sono evidenti, nelle pitture murali, negli affreschi… le ceramiche fanno pensare agli etruschi, i bassorilievi all’India e le grandi scalinate dei templi a piramide fanno pensare ad Angkor. Se non hanno ricevuto questi modelli dall’estero, allora il loro cervello era tale da esser ripassato per le stesse forme di espressione artistica di tutti i grandi popoli antichi d’Europa e d’Asia”. La filiazione dalla Tradizione Primordiale, che sia diretta o indiretta, porta seco i tratti distintivi della stessa e presso i Maya sembra, semplicemente, che tali tratti siano evidenti in ogni loro testimonianza.

Convergenze e divergenze

La cultura induista, specie quella visnuista, tiene in grande considerazione il calcolo del tempo. Lo stesso può dirsi per il popolo Maya. In entrambi i casi in questo breve saggio ci siamo limitati a sfiorare la superficie di sistemi numerici tutt’altro che agevoli.

Cerchiamo ora eventuali corrispondenze tra i quattro Yuga e il Mito delle Età (siano esse 4 o 5).

I quattro Yuga dell’induismo hanno durate sempre minori scendendo dal primo al quarto. Le Età descritte dai testi Maya non mostrano tale differenziazione, anzi si può supporre per ognuna di esse la durata di 5.125 anni (equivalente al Lungo Computo).

Passando da uno Yuga al successivo l’umanità degenera, s’indebolisce, in una parola peggiora. Nella tradizione Maya accade il contrario, ad ogni Età che succede alla precedente l’essere umano si sviluppa ulteriormente in senso positivo, migliora.

Alla fine di un intero ciclo, sia esso il Manvantara o l’insieme delle Età dei miti Maya, una creatura divina scenderà sulla Terra per dare inizio ad un nuovo ciclo. Secondo la dottrina visnuista questo essere sarà Kalkin, decimo avatara di Vishnu, secondo la tradizione Maya sarà Kukulkan.

Entrambe le tradizioni hanno inserita nei loro calcoli la precessione degli equinozi, pertanto  fondono il sapere astronomico con le conoscenze trasmesse attraverso i miti.

Gli elementi sensibili quali il fuoco, l’acqua, ecc sono inclusi in entrambe le tradizioni ma questo non deve sorprendere. Infatti anche noi conosciamo, a partire dalla tradizione greca, i quattro elemeti classici, citati prima da Anassimene di Mileto (VI sec. a.C.) e poi da Empedocle (nato ad Agrigento, 450 a.C.), ai quali Aristotele intorno al 350 a.C. aggiunse un quinto elemento, l’etere, che altro non era che la quintessenza, l’Akasha induista.

Periodi di tempo superiori ai cicli sopra considerati erano studiati e utilizzati sia nell’induismo che dai Maya per descrivere fatti cosmici addirittura antecedenti tanto il Manvantara quanto l’epoca dei 5 Soli, la genesi delle divinità e i miti che a queste facevano riferimento. L’esagerata estensione di tempo di tali periodi serviva a conferire grandezza e antichità alla propria tradizione particolare, fornendole eventualmente l’anzianità necessaria per identificarsi, almeno sotto certi aspetti, con la Tradizione Primordiale.

Sarebbe interessante operare un confronto anche tra questi periodi di maggiore durata, pur se difficilmente riteniamo si possano scoprire analogie più significative di quelle fin qui rilevate.

I Maya, comunque più recenti degli Indo-Arii, potrebbero aver assimilato saperi provenienti da molteplici tradizioni secondarie oppure averli appresi davvero dagli atlantidi, dei quali era propria una tradizione secondaria ma più direttamente discendente da quella Primordiale.

Ad ogni modo possiamo concludere affermando che il motivo sicuramente comune alle due tradizioni qui studiate è quello di legare a concezioni temporali complesse, riflesso d’una cultura astronomica notevole, i miti della creazione del mondo e dunque delle ere in cui è vissuta, e sta attualmente vivendo, l’umanità.

Mauro Scacchi


[1]    Il mito dell’eterno ritorno (Ed. Boria, 1968 Bologna).

[2]    Articolo pubblicato prima sul Journal of the Indian Society of Oriental Art (numero di giugno-dicembre 1937), poi in Etudes Traditionelles (ottobre 1938), ora reperibile in Forme tradizionali e cicli cosmici (Ed. Mediterranee, 2001).

[3]    Scritto intorno al 300 d.C. secondo quanto riportato nell’opera di Raj Kumar Pruthi, I Purana (Ed. Mediterranee, 2009).

[4]    Come riporta giustamente anche l’enciclopedia Le Grandi Religioni, vol. 5 (Rizzoli, 1963 Milano).

[5]    In primis Fra Bernardino de Sahagùn, giunto in Messico nel 1529, che scrisse la Historia General de las cosas de Nueva España e, a seguire, Don Diego de Landa che nel 1566 scrisse la Relación de las cosas de Yucatan.

[6]    In pratica erano dei “Pinocchi”, per usare l’espressione felice di Thompson nel suo lavoro La civiltà Maya (1954; Einaudi 1994).

[7]    Come ci viene spiegato da Raphael Girard ne La bibbia dei Maya (1972; Jaca Book 1998, Milano), “la preoccupazione degli dei era creare esseri che sapessero celebrare culti in loro onore, riconoscerli come superiori, nutrirli e offrire loro tributi obbligatori”.

[8]    Da Storia delle Religioni, vol. 11, a cura di Giovanni Filoramo (ed. Laterza, 2005).

[9]    Per la prima data Victor Von Hagen (Il mondo dei Maya, 1960; Fratelli Melita, 1985), per la seconda Thompson (La civiltà Maya, 1954; Einaudi 1994).

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