Il profumo della civiltà

Posted on aprile 30, 2011

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Il profumo della civiltà   Area, aprile 2011

Sono, questi, tempi indubbiamente complessi. Tutto il mondo appare in subbuglio. Ecco perché urge chiamare gli animi tutti ad un comune sentire, ad una coscienza condivisa. Traguardare con sollecitudine le nebbie che impediscono alla consapevolezza di emergere, e di operare l’idoneo processo interiore in tutti coloro che sognano ancora un’Italia forte e fiera, è oggi più che mai necessario.

Serve, nei tempi attuali, una visione che ispiri grandezza, che unifichi tutto il popolo d’Italia allo scopo di raggiungere obiettivi significativi. Una visione che può trarre senz’altro linfa da Roma, per ciò che simboleggia e per tutto quello che da lei è derivato. Il lascito di Roma antica non sono solo monumenti e rovine, testimoni di un’epoca eccezionale ma lontana. L’eredità di Roma pulsa viva in tutta la Penisola e gli stessi suoi odierni detrattori basano alcune loro affermazioni su assunti culturali a loro volta figli di Roma. Il desiderio d’indipendenza portato alla ribalta da alcune correnti politiche attuali manca di substrato ragionevole, in quanto chi ambisce all’indipendenza solitamente ha tradizione, lingua, costumi e diritto, o almeno uno di tali elementi, differenti rispetto al gruppo sociale da cui vuole scindersi. Non è sbagliato, perciò, evidenziare l’effimera consistenza di certe pretese secessioniste iniziando proprio dal diritto, eccellente specchio del modo di pensare d’un popolo.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, né gli Ostrogoti prima, né i Longobardi poi, crearono qualcosa di veramente nuovo e diverso dal diritto romano. Il Re degli Ostrogoti, Teodorico, nel 500 d.C. emanò l’Edictum Theodorici Regis, composto da articoli il cui spirito derivava direttamente da quello romano, tanto nelle norme che regolavano le cause civili quanto in quelle che trattavano i comportamenti in ambito militare. Nel 643 d.C. il Re Rotari dei Longobardi promulgò l’editto che porta il suo nome. Per quanto esso sia ricco di termini longobardi e non privo di norme mutuate da altre prese dalle tribù germaniche, è per lo più scritto in latino e la struttura portante dei postulati lì raccolti è d’indubbia radice romana. La discendenza da popolazioni miste celtico-germaniche, rivendicata oggi da molti sotto l’arco alpino, di per sé non comporta, dunque, una diversa concezione della dottrina giuridica. Questo significa che i processi mentali atti a definire un sistema giudicante i comportamenti umani, sono alla base gli stessi tanto a Milano che a Roma. Allo stesso modo le differenze linguistiche presenti nella nostra Penisola afferiscono per lo più alla sfera dei dialetti, che qui non è il caso di approfondire, poiché il fondamento della lingua italiana è sempre stato ed è il latino (come si può notare dal titolo stesso del corpus di leggi di Teodorico). Ciò perché, evidentemente, a parte l’esportazione di questa lingua dovuta alle conquiste romane, esso solo con la ricchezza dei suoi termini e dei concetti ivi racchiusi, poteva esprimere lo spirito identitario di un unico popolo italico che nei secoli è andato vieppiù affinandosi. Negare questa verità di fatto non la cambia, potendo soltanto distorcerla mediante l’invenzione di parentele linguistiche tanto poco suffragate dalla Storia quanto pure dal buonsenso.

Ancora nel Medioevo troviamo un forte sentimento di coesione tra le genti italiche, per il quale il vero straniero era colui che intendeva invadere l’Italia piuttosto che colui che abitava una diversa porzione dell’Italia medesima. Un esempio in tal senso ci proviene dalla Battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda, presieduta da Papa Alessandro III, ricacciò l’invasore Federico Barbarossa. In questa battaglia si distinse l’eroe, comandante della Compagnia della Morte, Alberto da Giussano, la cui autenticità storica appare controversa comparendo il suo nome per la prima volta solo agli inizi del XIV sec., in una cronaca scritta dal domenicano Galvano Fiamma, cappellano di Giovanni Visconti. Dietro la Lega Lombarda stava perciò il Papato, che temeva il Sacro Romano Impero Germanico (poco romano e molto più germanico). Il Papa, sinonimo di Roma, era considerato la suprema autorità, simbolo sacro che, solo, poteva trasporre sulla terra la forza divina necessaria ad unire politicamente, o quanto meno a difendere, tutti quei popoli che, prima sotto l’Impero Romano, poi sotto la Chiesa, già intendevano riconoscersi fratelli su suolo italico. E saltando, per ovvi motivi di spazio, direttamente al Risorgimento, non si può non ricordare la figura di Carlo Cattaneo. Costui, antimonarchico e anticentralista, al contrario di Mazzini e poi anche di Garibaldi, non volle mai un’unità d’Italia trainata dai Savoia e perciò dal Piemonte. Egli immaginava un’Italia formata da tanti piccoli Stati (più o meno corrispondenti alle odierne Regioni) largamente autonomi, collegati tra loro da una struttura politica che riconoscesse comunque un vertice, un organo superiore che li legittimasse e che dettasse loro quella che potrebbe agevolmente definirsi una comune politica estera. Il federalismo, oggi sovente associato, erroneamente, a termini quali indipendenza e secessione, non era altro che questo: unire l’Italia attraverso un sistema di autonomie regionali. Con ciò Cattaneo intendeva salvaguardare maggiormente le specificità culturali dei vari territori, non già negare la Tradizione comune che invero esisteva e che portava alla necessità di unificare il Belpaese. Fu poi l’idea centralista di Mazzini a prevalere e ad adombrare, in parte, il Cattaneo. Relegato un poco all’angolo dalla Storia, esso è ora considerato dalla Lega Nord uno dei Padri fondatori ideali del movimento leghista, allo stesso modo di Alberto da Giussano. L’ignoranza delle masse relativa a questi personaggi ha permesso ad alcuni storici e sedicenti storici revisionisti d’interpretare in modo antinazionale il sentimento nazionale che albergava nei due. In particolare Cattaneo, quando organizzò l’insurrezione di Milano contro il dominio austriaco durante le famose Cinque Giornate del marzo 1848, stava difendendo sì un preciso luogo geografico ma soprattutto l’intera Italia ed il concetto stesso d’italianità. Concetto che, come s’è visto, senza Roma non sarebbe mai potuto esistere.

Mauro Scacchi – AREA n. 167 Aprile 2011

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