Giano, padre degli Dei

Posted on aprile 30, 2011

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Giano padre degli Dei  Il Borghese, Aprile 2011

La lettura dei simboli presenti nelle raffigurazioni di Giano, antico dio romano-italico per eccellenza, consente un’interpretazione della realtà attuale profonda e capace di superare ogni particolarismo. Giano è innanzitutto Janus bifrons, bifronte, poiché veniva rappresentato già nell’«asse repubblicano» (antica moneta bronzea romana) con due volti rivolti uno a destra e l’altro a sinistra. In modo analogo i due volti compaiono nel busto che lo ritrae, conservato presso i Musei Vaticani. Giano era il dio delle porte (ianuae), custodiva ogni ingresso ed ogni uscita ed altri suoi elementi caratteristici erano la chiave ed il bastone («Ille tenens baculum dextra clavemque sinistra», riporta Ovidio nei Fasti), strumenti tipici del lavoro degli Ianitores (portinai). Il più antico santuario di Giano, ormai scomparso, era lo Ianus Geminus, posto nel Foro Romano lungo la via Argiletum ed era in realtà un passaggio coperto con due ingressi alle estremità, con la statua della divinità collocata nel centro. Svetonio scrive che il tempio veniva chiuso in tempo di pace, di contro era aperto in caso di guerra. Altri templi, i cui resti sono ancora visibili, erano invece situati presso il Foro Olitorio (sotto al Campidoglio) ed il Foro Boario (Ianus Quadrifrons ‒ arco a quattro ingressi ‒ tra il Campidoglio e il Tevere).

Giano, come sapientemente illustra Evola nell’articolo Spiritualità ariano-romana: Giano, apparso il 28 agosto 1938 sul quotidiano cremonese Il Regime Fascista, prima che dio della porta è «dio creatore» del mondo, in tal modo a lui riferendosi Varrone e Macrobio, nonché «signore del cominciamento». Ecco dunque che le porte stanno a significare l’inizio e la fine di un percorso iniziatico, quest’ultimo simboleggiato anche dalla nave ‒ viaggio per mare ‒ raffigurata sul retro della moneta sopra citata. Il viaggio non è tanto nello spazio, quanto e soprattutto nel tempo. Inizio e fine come passato e futuro. Come giustamente rileva il Guénon in Simboli della Scienza sacra (1962; Adelphi 2006), Giano è «Signore del triplice tempo» poiché tra il passato ed il futuro vi è il presente, istante inafferrabile, «il futuro che non è ancora e il passato che non è più». Ma «se ci si eleva al di sopra del manifesto e del contingente, il presente contiene ogni realtà». Il presente, perciò, è il vero volto di Giano e raffigura «il senso dell’eternità». In questa accezione assumono valore anche la chiave e lo scettro, altri emblemi del dio. Infatti se di eternità si tratta, il viaggio (propriamente eroico, dal che l’apertura delle porte del tempio in tempo di guerra) non può che compiersi lungo un asse verticale, che traduce quello temporale in termini di ascesa e discesa, dal mondo umano, terreno, a quello sovra-umano, divino. La chiave allora servirà ad aprire la porta celeste, la Janua Coeli (collegata ai Grandi Misteri dell’antichità classica ed al solstizio d’inverno ‒ quando il sole, all’apparenza ancora sconfitto dalle tenebre, ha invece già iniziato a riconquistare il cielo), mentre il bastone, o scettro, dovrà essere messo in relazione con la porta terrena, la Janua Inferni (collegata ai Piccoli Misteri ed al solstizio d’estate).

Va rilevato subito che studiosi come Guénon, seguito dal De Giorgio (nel suo La Tradizione Romana, 1973; Ed. Mediterranee 1989 a cura di G. de Turris), ed Evola sono incorsi, e ciò pare ormai accertato (si veda Renato del Ponte, Dei e Miti italici. Archeotipi e forme della sacralità romano-italica, E.C.I.G. 1986), nell’errore di attribuire a Giano due chiavi, una d’oro e l’altra d’argento. L’attribuzione delle doppie chiavi, oltre a rendere più immediato il senso simbolico dell’accesso alle sfere umana e divina ed alle porte solstiziali, permise di ipotizzare il passaggio di parte della tradizione romana, pagana, a quella cristiana, in quanto è noto che simboli di S. Pietro sono proprio le due chiavi. Senza proseguire oltre ad esaminare questo aspetto della questione, che pure è di grandissimo interesse, basti dire che la funzione della chiave d’argento è pressoché la medesima di quella dello scettro. Ed in tal senso non viene meno neppure il richiamo al De Monarchia di Dante, che Guénon opera in Autorità spirituale e Potere temporale (Luni Editrice, 2005) per correlare la chiave d’oro al Papato e la chiave d’argento all’Impero (cioè l’una al potere spirituale e l’altra a quello temporale).

Giano è il traghettatore della Tradizione che dal passato giunge sino a noi e che sempre esisterà in futuro, indipendentemente dal fatto che il genere umano ne sia consapevole o meno. Se i due volti, così come la chiave e lo scettro, rappresentano rispettivamente potere spirituale, sacerdotale e potere temporale, regale, l’invisibile terzo volto sta a rappresentare l’unico vero potere, che è sacerdotale e regale assieme. Nell’antica Roma il Rex era anche Pontifex Maximus, e solo più tardi il Rex Sacrorum assorbì molte delle funzioni sacerdotali del Rex, da quello distinguendosi.

Di tutti i significati racchiusi nella simbolica di Janus, quello afferente ai due poteri, sacerdotale e regale, è di gran lunga il più illuminante. Guénon, in Autorità spirituale, pone il primo nella sfera «metafisica» ed il secondo nella sfera «fisica». Il sacerdote è diretto testimone del sacro. La funzione sacerdotale conserva e trasmette la dottrina tradizionale, è sinonimo di conoscenza dei principi «indipendentemente da qualsiasi applicazione contingente» e, di conseguenza, legittima la funzione regale. I re, responsabili del «governo» terreno propriamente detto, sono tali solo se consacrati da un sacerdote.

Per Guénon i due volti di Giano, pur essendo raffigurati alla stessa altezza, non sono in realtà posti sullo stesso livello. Il sacerdote attinge direttamente dalla sfera divina, il re invece dal sacerdote e quindi solo indirettamente dalla sfera metafisica. Evola, diversamente, in Rivolta contro il Mondo Moderno (1934; Mediterranee 2006) scrive: «Mentre nell’ascesi contemplativa si tratta di un processo soprattutto interiore, nel secondo caso ‒ la via dell’azione ‒ si tratta di un processo immanente, volto a destare le forze più profonde dell’entità umana e a portarle a superare sé stesse, a far sì che, in un’intensità-limite, dalla vita stessa si liberi l’apice della supervita. Tale è la via eroica», e ancora «La natura di una tale realizzazione fa sì che essa presenti simultaneamente un aspetto esteriore e uno interiore, uno visibile e uno invisibile». Per Evola la contemplazione (funzione sacerdotale) e l’azione (funzione regale) sono al più considerate alla pari, ma il guerriero sacro, l’eroe, il campione dell’azione ha già in sé una propria spiritualità, distinta da quella dell’asceta, puro contemplativo. L’interpretazione di Evola è la più calzante. Infatti anche quando un sacerdote consacra e legittima un re, ciò serve più a fini rituali essoterici che non sostanziali. In questi termini, anzi, il sacerdote appare quasi come uno strumento del re, utile al raggiungimento di un obiettivo (la consacrazione di fronte ai dignitari ed al popolo), come la spada è utile al cavaliere.

Dal terzo volto di Giano promanano i suoi due aspetti, che si possono anche definire come Misericordia (la chiave) e Giustizia (lo scettro). Il primo prega, il secondo combatte. Che ci si trovi d’accordo con Guénon o con Evola, è palese come l’assenza di uno dei due poteri determini uno squilibrio di non poco peso. I tempi attuali, e ciò è sotto gli occhi di tutti, vedono una preponderanza assoluta della funzione regale priva di ogni elemento sacrale, pertanto ridotta ad esercizio esteriore del potere temporale. La funzione sacerdotale è in larga parte assente financo all’interno delle stesse istituzioni religiose. Di Giano non si scorge più di un volto e anch’esso appare grigio e distorto. Bisogna assolutamente ripristinare il sacro, ritrovare il senso eroico del vivere, sia nell’individuo che nella società, poiché è l’unico modo per risalire la china dell’asse centrale tra i due volti, con meta finale l’eternità.

Mauro Scacchi – Il Borghese, Aprile 2011

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