La città. Da faro di civiltà a teatro del disordine.

Posted on marzo 31, 2011

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Da faro di civiltà a teatro del disordine   Area, marzo 2011

Fin dal più remoto passato gli esseri umani hanno eretto città. Centro radiante d’ogni potere, temporale e spirituale, la città era il fulcro di tutta la comunità. I terreni agricoli la circondavano, ma il commercio era situato al suo interno, così come l’amministrazione burocratica e militare. In posizione sopraelevata venivano costruiti i templi delle divinità. In origine a guidare il popolo era colui attraverso il quale si esprimeva la volontà di un dio. Il governo era esercitato dal re (il Rex romano, ma ancor prima il Faraone egizio e l’Ensi sumero – come il mitico Gilgameš, re di Uruk), che rifletteva sul piano materiale l’ordine del mondo sovrasensibile. Potere temporale e spirituale, azione e contemplazione, iniziarono a distinguersi l’uno dall’altro già in epoca greca. Nella polis di Atene i monumenti religiosi erano posti nell’acropoli. L’agorà era invece luogo di mercato ma soprattutto sede della boulè, organo chiave della politica tra i cui compiti v’era l’organizzazione dell’ecclesia, l’assemblea del popolo. L’agorà come il Foro Romano, la boulè come il Senato che si riuniva nella Curia Iulia. Anche a Roma la sfera divina venne separata da quella terrena: non era certo nel capitolium, dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva) che si decidevano le sorti della città. Dei punti di congiunzione tra le due sfere rimasero, anche in epoca medioevale (si pensi ai re, consacrati tali dall’autorità religiosa) ma la distinzione tra queste era ormai avvenuta. Ciò che conta, però, è che nelle città il popolo si riconosceva, in esse ravvisava tutti quegli elementi che, assieme, formavano la sua identità. Nella città tutto quanto, dall’architettura agli schemi urbanistici, dalle strutture sociali a quelle culturali (come le università), rispecchiava in certa misura gli usi e i costumi degli abitanti. Pur se nei secoli variarono le forme di governo, sempre entro i suoi confini evolveva la civiltà (da civitas, città). Faro ed emblema dell’umano ingegno, segno tangibile della potenza dell’uomo, le città hanno iniziato, in tempi relativamente recenti, ad espandersi oltre misura. Sono stati coniati nuovi termini per definirle: grandi città, metropoli, megalopoli. Centri urbani fusi tra loro a costituire giganteschi complessi antropizzati con decine di milioni di abitanti (come la Grande Tokyo in Giappone). Lungi dal realizzare l’utopica Civitas Solis di Campanella, l’umanità, nella sua irresponsabile corsa verso la «grandezza a tutti i costi», ha «disumanizzato» la sua creazione migliore, ha reso le città coaguli di «non luoghi», luoghi cioè di passaggio caratterizzati, secondo l’antropologo Marc Augé, dalla circolazione accelerata delle persone e dei beni, specchio d’una cultura non più localizzata nel tempo e nello spazio. Da cui: perdita di punti di riferimento, caduta libera di tutto ciò che è sacro e superiore. La costruzione di una città un tempo aveva forte valore simbolico. Era il mezzo per rendere coeso un gruppo d’individui. Oggi, per colpa di un «orgasmo industrialistico, i mezzi divengono fine», come scrisse Evola in Cavalcare la Tigre (Mediterranee, 2009), e così le megalopoli appaiono più come mostri ciechi creati dall’uomo, aberrazioni svuotate di senso che infine si ciberanno del suo stesso creatore, piuttosto che l’espressione massima della civiltà.

Mauro Scacchi – AREA n.166 Marzo 2011

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