Punti di contatto. Tradizione e Conservatorismo.

Posted on novembre 15, 2010

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il Borghese novembre 2010_Copertina

Punti di contatto. Tradizione e Conservatorismo.  Il Borghese, Novembre 2010 – Terza Pagina.

Alcuni ritengono il conservatorismo inconciliabile con la Tradizione, i conservatori non avendo nulla a che fare con i tradizionalisti.

E’ giunto il momento di analizzare, seppur brevemente e, per necessità, ad un livello superficiale ma non per questo meno valido, quanto ci sia di vero e quanto no nella presunta antitesi sopra richiamata.

Innanzitutto è d’uopo operare una distinzione all’interno della corrente tradizionalista, che per semplicità scinderemo in due, la prima area riconducendola al modo di pensare del Guénon, la seconda a quello di Evola, essendo questi due autori esponenti e seguaci indiscussi della Tradizione.

Guénon prediligeva la contemplazione all’azione, il “sacerdotale” al “regale”, al contrario Evola anteponeva il secondo al primo. Più precisamente Evola scrisse in Rivolta contro il Mondo Moderno (1934; Mediterranee 2006) che la “funzione regale” ha in sé “un potere superiore di conoscenza”, cioè le appartiene anche l’aspetto sacerdotale, nella misura in cui il sacro, il trascendente, è un requisito della stessa regalità. La storia, anche quella abbastanza recente, è piena di re e imperatori consacrati tali da un’autorità religiosa, ma volendo andare ancora più indietro nel tempo troviamo l’era dei re-sacerdoti. A Roma il Rex era Pontifex, ponte tra cielo e terra, e così per i monarchi egizi e sumeri. La stessa figura di Melkizedek, re di Salem, cara a molti studiosi tradizionalisti, rappresenta “sia la sacra regalità che il sacro sacerdozio” – come scrive Mike Plato, firma prestigiosa della rivista «Fenix» di A. Forgione, sul proprio blog -, assumendo dunque i contorni, citando nuovamente Evola in Rivolta, del “sovrano universale”, che oltre ad essere “signore di pace” è pure “signore della giustizia”. Dunque, lì ove vi sia un uomo che voglia guidare altri uomini sulla via della giustizia, tale uomo dovrà necessariamente essere un uomo d’azione, che vive e opera nel mondo, ma pure un uomo sapiente, desideroso di condurre il suo seguito per una strada illuminata da luci superiori. In fondo si tratta di pensare a un capo che invece di volgere gli occhi a terra, sulle sole opportunità politiche, economiche e carnali, abbia come scopo quello di reinsegnare al proprio popolo a guardare in alto, essendo egli, in ciò, un esempio.

Un uomo del genere, fosse pure l’”uomo differenziato” evoliano, trovandosi a ricoprire funzione di condottiero, governatore o re, mantenendo dentro di sé i valori della Tradizione (che è sempre  “puramente metafisica nella sua essenza”, come il Guénon mirabilmente spiega ne Introduzione generale allo studio delle dottrine indù – 1921; Adelphi 2005), sarà la persona adatta ad assumere il compito e la responsabilità di trasmettere quanto più può della stessa Tradizione nelle dinamiche, pur corrotte e decadenti, del mondo moderno. Non potrà fare ciò integralmente e subito, ma tenterà, col suo esempio e tramite quello di altri come lui. Un uomo del genere potrà, almeno in parte, indossare le vesti del conservatore, poiché il conservatore meglio di altri può rispecchiare l’atteggiamento che un tradizionalista dovrebbe assumere quando in contatto con il mondo materiale, quando costretto a scontrarsi con problemi di natura terrena. Questo concetto è importante poiché gli esseri umani possono solo tentare di calare sul loro piano i concetti della Tradizione, necessariamente interpretandola, restringendola, osservandone quando un particolare e quando un altro. Il conservatore, perciò, può essere quanto meno il portavoce di istanze tradizionali, sicuramente di quelle proprie all’uomo d’azione delineato da Evola, di quell’uomo che, in fin dei conti, dovrebbe emulare gli antichi “Re di Giustizia”. Un uomo collocato in una posizione tale da poter condizionare gli eventi, o almeno tale da avere la possibilità di far sentire forte la propria voce, pur essendo un uomo di questi tempi ciò non toglie che possa essere nell’animo un tradizionalista, un seguace del sacro inteso come trascendente, ancor prima che come sfondo di una religione istituzionalizzata, fatta di dogmi e riti di cui s’è perduto il senso originario. Ecco allora che il sacro potrà essere accolto anche da chi fa del laicismo il proprio cavallo di battaglia, riferendosi con tale termine più ad una propensione dello spirito umano ad interessarsi verso tutto ciò che è trascendente, piuttosto che ad una forma esteriore di devozione religiosa.

Roger Scruton, filosofo britannico difensore del conservatorismo, nel suo Manifesto dei conservatori (Raffaello Cortina Editore, 2007), citando il saggio Tradizione e talento individuale di T. S. Eliot(inserito nella raccolta di scritti Il Bosco Sacro – 1928; Bompiani, 2010)scrive che «la vera originalità è possibile solo all’interno di una tradizione e che ogni tradizione deve essere ricostruita dall’artista mentre crea qualcosa di nuovo. La tradizione è qualcosa che vive e, proprio come ogni scrittore viene valutato paragonandolo a chi lo ha preceduto, così il significato della tradizione cambia man mano che vi vengono aggiunte nuove opere». E ancora «Eliot ha colto una distinzione tra una nostalgia volta al passato – che non è altro che un’altra forma di sentimentalità moderna – e una tradizione genuina che ci dà il coraggio e l’ottica giusta con i quali vivere nel mondo moderno».

Ma già prima di Scruton, il nostro Giuseppe Prezzolini nel suo Manifesto dei Conservatori (1972; Rusconi, 1994) scrisse: «il Vero Conservatore intende “continuare mantenendo”, e non tornare indietro e rifare esperienze fallite. Il Vero Conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principi permanenti». E sono proprio questi “principi permanenti” il nesso tra “ideale conservatore” (di cui l’”ideologia conservatrice” è solamente l’aspetto più esteriore) e Tradizione. Certo, qualcuno obietterà che lo stesso Prezzolini, sempre nel Manifesto, scrisse pure che il «Vero Conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, i tradizionalisti, i nostalgici», ma qui non vogliamo asserire un’identità, quanto piuttosto evidenziare i punti di contatto tra Tradizione e Conservatorismo. Intanto, i tradizionalisti non sono reazionari, retrogradi o nostalgici. Potrebbero esserlo nella stessa misura in cui, invece, potrebbero essere dei conservatori, e ciò in base a quanto più sopra spiegato, cioè al fatto che un tradizionalista, la cui cerca è tesa verso l’alto, dovendo poi necessariamente calarsi nel mondo profano adotterà l’ideologia che meglio crede possa rappresentarlo, che meglio ritenga possa trasferire sul piano terreno, “umano”, concetti metafisici propri della Tradizione. Noi riteniamo che un “uomo della Tradizione” possa scegliere, trovandosi a suo agio, di vestire i panni di un “conservatore”.

Un’altra affermazione di Prezzolini ci conferma questa convinzione: «Il Vero Conservatore sa che la fonte maggiore del rispetto sociale è l’autorità, che l’esempio vale più dei discorsi; e quindi cercherà di essere un campione, insieme con la propria famiglia, delle virtù che fanno generalmente guadagnare l’autorità: ossia il compimento dei propri doveri, l’onestà personale, la capacità di giudizio non partigiano, il mantenimento della parola data, la specchiatezza dei costumi, la coerenza dell’azione con il pensiero, la modestia nella vita sociale».

Le virtù sopra elencate, a rigor di logica, dovrebbero trovare d’accordo ogni tradizionalista.

Mauro Scacchi

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