Quando gli estremi si toccano. La Tecnica in Evola e Galimberti.

Posted on aprile 30, 2010

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Quando gli estremi si toccano Evola e Galimberti

Quando gli estremi si toccano. La Tecnica in Evola e Galimberti.  Il Borghese, Aprile 2010

La scienza e la tecnica, l’industria e l’economia.

Il mondo di oggi. Per noi che ci viviamo è d’obbligo una riflessione che parta dal constatare che “siamo soliti considerare la tecnica come uno strumento a disposizione dell’uomo, quando invece la tecnica oggi è diventata il vero soggetto della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati”, e che “si svolgono processi distruttivi, ritorcendosi quasi contro di lui lo strumento che l’uomo aveva creato per dominare la natura, la tecnica, a guisa di un Golem”.

La prima frase è di Umberto Galimberti, dal testo “La morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica”, la seconda è di Julius Evola, da “L’Operaio nel pensiero di Ernst Yunger”.

Il primo, filosofo e psicologo, non certo di destra. Il secondo, filosofo, esoterista e pittore, non certo di sinistra. Nonostante le differenti ideologie politiche è impossibile non ravvisare tratti comuni a entrambi gli autori.

I continui richiami a Marx e Heidegger da parte di Galimberti non inficiano la convergenza di vedute tra lui ed Evola che qui si vogliono evidenziare.

Marx sul denaro diceva che esso, divenendo la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno, non era più un mezzo ma il principale fine in funzione del quale tutto dipendeva. Galimberti trasla questa affermazione sulla tecnica, e finché si rimane in tale ambito le opinioni di Marx non stridono con quelle di Evola.

In Cavalcare la Tigre Evola critica l’Esistenzialismo di Heidegger da lui ritenuto incapace di proporre soluzioni convincenti in merito a tematiche squisitamente filosofiche quali l’essere e l’esserci. Ma sul piano della tecnica Heidegger rileva che “l’umanità non è ancora in grado di reggere un confronto adeguato con ciò che sta emergendo nella nostra epoca”, e come si vedrà il pensiero di Evola, in tale contesto, è pressoché il medesimo.

Indipendentemente dalla propria estrazione culturale, Galimberti ed Evola sono entrambi convinti che l’agire umano, che porta seco il senso di responsabilità, è oggi divenuto mero fare. La “febbre d’azione” (Evola) è quella che ha condotto ad un sovvertimento dei ruoli, in cui la “tecno-scienza non ha altro scopo che non sia il suo massimo autopotenziamento”, dove “la tecnica non è più un mezzo ma diventa il vero fine” (Galimberti), in una società in cui ad opera di un “orgasmo industrialistico, i mezzi divengono fine” (Evola).

Ne “Gli uomini e le rovine” Evola scrive che “gli aspetti esteriori del progresso tecnico-industriale dipendono dal carattere involutivo della civiltà contemporanea” e ancora, in “Quelli della contestazione globale” (Il Borghese, 1968) egli scrive “I processi automatizzati hanno preso la mano all’uomo che, per così dire, non riesce a stare al passo con le sue stesse creature”. Come non vedere analogie con quanto Galimberti asserisce, cioè che “la tecnica è l’ambiente all’interno del quale anche l’uomo subisce una modificazione”?

Per entrambi i filosofi l’economia condiziona la tecnica. Ma presto sarà il contrario perché, come giustamente ci ricorda Galimberti citando Hegel, la ricchezza non è più determinata dai beni bensì dagli strumenti, i primi potendosi consumare, i secondi potendo costruire nuovi beni.

Per Evola “la scienza nelle sue applicazioni (la tecnica) va al di là del dominio dei semplici mezzi”, e in ciò Galimberti non potrà che trovarsi d’accordo.

Entrambi gli autori stimano che la tecnica sia nata con il pensiero giudaico-cristiano, dove Dio ha dato all’uomo il dominio sulla natura. E per dominare c’è bisogno di mezzi, cioè di tecnica. E’ l’abuso della tecnica che sta portando l’uomo a considerarla lo scopo principe della sua esistenza, l’obiettivo primario. Una vera ossessione di fronte alla quale l’uomo si svuota, perde la propria stabilità e ne rimane soggiogato.

Gli autori riportano gli esempi di Prometeo e di Epimeteo, simboli della tecnica ingannatrice che promette conoscenza ma che in realtà allontana l’umanità da Zeus (dai valori olimpici) il primo, e della tecnica stupida che non sa capire gli effetti del proprio agire il secondo. Galimberti ci ricorda che a non capire gli effetti del proprio agire è l’uomo di oggi, che è da considerarsi bravo nel suo lavoro quando lo compia tecnicamente bene, al di là d’ogni giudizio morale. Ed è Galimberti stesso a porsi il problema della morale esattamente come faceva Evola quando affermava che “la macchina è immorale perché può rendere potente un individuo senza farlo superiore”! e “Potenza senza superiorità diventa prevaricazione sciocca perché si ritorce sull’uomo danneggiandolo spiritualmente”.

Per Galimberti la tecnica può uccidere la democrazia. Infatti, in un mondo retto da super specialisti  come può esistere la democrazia? Dovremmo essere tutti specialisti di tutto per poter esprimere democraticamente con competenza il nostro parere su ogni argomento! Evola non dissentirebbe. Cada pure la democrazia. Non è detto che tutti la amino (anche se Galimberti è sicuro del contrario).

Però, mentre Galimberti ci delinea un futuro nero senza proporci soluzioni decisive, Evola qualche consiglio in più ce lo dà: qualunque cosa riservi il futuro, l’uomo non dovrà più essere atomo-particella di un sistema aberrante, in cui ad un’economia del necessario si è sostituita un’economia del superfluo, ma dovrà essere un uomo in grado di infrangere il circolo chiuso della “demonìa economica”, riconoscendo che il fattore economico non è quello decisivo, che va voluto e esaltato (ciò che invece accade sia nel marxismo che nel capitalismo). L’uomo deve tornare ad agire, non essere passivo, tornare ad avere in sé “quel principio che un’antica filosofia chiamò il “Sovrano Interiore”, l’Egemonikon (Intervista di G. de Turris a Evola in L’Italiano, novembre 1970).

Mauro Scacchi

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