Quando gli estremi si toccano. La Tecnica e il Nichilismo in Evola e Galimberti.

Posted on aprile 30, 2010

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La Tecnica e il Nichilismo in Evola e Galimberti   Vie della Tradizione, n. 154 gennaio-aprile 2010

Parlare di tecnica, in questa nostra epoca di tecnologia spinta in cui la scienza sconfina nella fantascienza, potrebbe sembrare ad alcuni scontato e banale, ad altri storia vecchia da far risalire alla fine dell’ottocento. Eppure è proprio la rapidità con la quale oramai accettiamo ogni forma di innovazione nel campo delle scienze applicate che ci obbliga a riflessioni che, pur affondando le proprie radici nel secolo scorso, tornano oggi più attuali che mai. Temi scottanti, la tecnica e l’industria, che prendono le mosse da una ricerca sempre più avanzata stimolata da un’economia impaziente di fagocitare ogni aspetto della vita umana.

Noi “siamo soliti considerare la tecnica come uno strumento a disposizione dell’uomo, quando invece la tecnica oggi è diventata il vero soggetto della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati”; “si svolgono processi distruttivi, ritorcendosi quasi contro di lui lo strumento che l’uomo aveva creato per dominare la natura, la tecnica, a guisa di un Golem”.

La prima frase è di Umberto Galimberti, filosofo e psicologo di sinistra, dal testo La morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica, la seconda è di Julius Evola, filosofo tradizionalista di destra, da L’Operaio nel pensiero di Ernst Yunger.

Le differenti ideologie politiche non impediscono l’esistenza di opinioni comuni a entrambi gli autori. Gli estremi si toccano quando con onestà intellettuale si analizza e interpreta la realtà.

Galimberti cita spesso Marx e Heidegger, ma ciò è più che altro un atto dovuto alla propria estrazione culturale, non influisce minimamente sulla coincidentia oppositorum da noi ravvisata.

Marx sul denaro diceva che esso, divenendo la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno, non era più un mezzo ma il principale fine in funzione del quale tutto dipendeva. Galimberti trasla questa affermazione sulla tecnica e finisce così per dire le stesse cose che Evola asseriva mezzo secolo prima di lui.

In Cavalcare la Tigre Evola critica l’Esistenzialismo di Heidegger da lui ritenuto incapace di proporre soluzioni convincenti in merito a tematiche squisitamente filosofiche quali l’essere e l’esserci. Ma sul piano della tecnica Heidegger rileva che “l’umanità non è ancora in grado di reggere un confronto adeguato con ciò che sta emergendo nella nostra epoca”, e come si vedrà il pensiero di Evola, in tale contesto, è esattamente lo stesso.

Sia Galimberti che Evola affermano che la tecnica da mezzo per migliorare le condizioni dell’uomo è divenuta il fine principale verso cui tutto tende. L’industria e la scienza applicata sembrano avere come unico scopo il proprio autopotenziamento e l’essere umano non è più in grado di gestire le proprie creazioni avendo sostituito l’agire (che comporta piena consapevolezza) con il fare (atto che richiede solo una capacità operativa senza assunzione di responsabilità né necessità di comprendere la totalità del processo produttivo), in conseguenza di una “febbre d’azione” (Evola) che ha condotto ad un sovvertimento dei ruoli, dove è sempre più evidente che non è la tecnica a lavorare per l’umanità bensì l’umanità a lavorare per incrementare senza sosta la tecnica.

Ne Gli uomini e le rovine Evola scrive che “gli aspetti esteriori del progresso tecnico-industriale dipendono dal carattere involutivo della civiltà contemporanea” e ancora, in Quelli della contestazione globale (Il Borghese, 1968) “I processi automatizzati hanno preso la mano all’uomo che non riesce a stare al passo con le sue stesse creature”. Come non vedere analogie con quanto Galimberti asserisce, cioè che “la tecnica è l’ambiente all’interno del quale anche l’uomo subisce una modificazione”?

Per entrambi i filosofi l’economia ancora condiziona la tecnica, nella misura in cui attraverso di essa si presume di poter ottenere maggiori profitti. Ma presto sarà il contrario perché, come giustamente ci ricorda Galimberti citando Hegel, la ricchezza non è più determinata dai beni bensì dagli strumenti, i primi potendosi consumare, i secondi potendo costruire nuovi beni. Perciò non più strumenti per produrre beni per produrre ricchezza, ma strumenti essi stessi simbolo di ricchezza, il cui possesso illuderà il genere umano di detenere un potere superiore quando invece sarà esso stesso schiavo del suo nuovo padrone, gli strumenti appunto, per i quali egli dedicherà ogni fibra di energia. Entrambi gli autori stimano che la tecnica sia nata con il pensiero giudaico-cristiano, dove Dio ha dato all’uomo il dominio sulla natura. E per dominare c’è bisogno di mezzi, cioè di tecnica. E’ l’abuso della tecnica che sta portando l’uomo a considerarla lo scopo principe della sua esistenza, l’obiettivo primario. Una vera ossessione di fronte alla quale l’uomo si svuota, perde la propria stabilità e ne rimane soggiogato.

Gli autori riportano gli esempi di Prometeo e di Epimeteo, simboli della tecnica ingannatrice che promette conoscenza ma che in realtà allontana l’umanità da Zeus (dai valori olimpici) il primo, e della tecnica stupida che non sa capire gli effetti del proprio agire il secondo. Galimberti ci ricorda che a non capire gli effetti del proprio agire è l’uomo di oggi, che è da considerarsi bravo nel suo lavoro quando lo compia tecnicamente bene, al di là d’ogni giudizio morale. Galimberti si pone il problema della morale esattamente come faceva Evola quando affermava che “la macchina è immorale perché può rendere potente un individuo senza farlo superiore”!

Per Galimberti la tecnica può uccidere la democrazia. Infatti in un mondo retto da super specialisti  come può esistere la democrazia? Dovremmo essere tutti specialisti di tutto per poter esprimere democraticamente con competenza il nostro parere su ogni argomento! Evola prospettava un esito analogo a quello paventato da Galimberti, pur se a differenza di questo non vedeva nel cadere della democrazia necessariamente un male, qualora l’umanità ne avesse approfittato per riconoscere gli inganni insiti in essa.

Inoltre, mentre Galimberti ci delinea un futuro nero senza proporci soluzioni decisive, Evola qualche consiglio in più ce lo dà: qualunque cosa riservi il futuro, l’uomo non dovrà più essere atomo-particella di un sistema aberrante, in cui ad un’economia del necessario si è sostituita un’economia del superfluo, ma dovrà essere un uomo in grado di infrangere il circolo chiuso della “demonìa economica”, riconoscendo che il fattore economico non è quello decisivo, che va voluto e esaltato (ciò che invece accade sia nel marxismo che nel capitalismo). L’uomo deve tornare ad agire, non essere passivo, tornare ad avere in sé “quel principio che un’antica filosofia chiamò il “Sovrano Interiore”, l’Egemonikon (Intervista di G. de Turris a Evola in L’Italiano, novembre 1970).

Appare evidente però che l’abuso della tecnica, da solo, non spiega in maniera esaustiva l’atmosfera che si respira attualmente nel mondo, per lo meno in quella sua parte che è l’Occidente. La tecnica è un particolare rilevante di un problema generale che va sotto il nome di Nichilismo.

Il significato di Nichilismo, come noi oggi lo intendiamo, proviene principalmente da Nietzsche, e sta ad indicare la decadenza della civiltà occidentale. Lo svanire dei valori e degli idoli “con i piedi d’argilla” che hanno caratterizzato la storia dell’Occidente è un passo necessario per il riconoscimento non solo di quegli stessi valori in via di estinzione ma pure di tutti quelli appartenenti al più lontano passato. Il Nichilismo, come ci ricorda Evola in Cavalcare la Tigre citando il filosofo tedesco, è però anche un segno di forza perché “è una misura del grado di volontà, sapere fino a che punto si può fare a meno di un senso delle cose, fino a che punto si sopporta di vivere in un mondo che non ha senso: perché allora se ne organizzerà una parte”.

Oswald Spengler, che ne Il Tramonto dell’Occidente distingueva tra Kultur (termine che indica un ethos culturale caratterizzante una specifica civiltà, dunque la Civiltà propriamente detta) e Zivilisation (Civilizzazione, intesa come fase ultima della civiltà dell’Occidente), a proposito della Civilizzazione precisa che essa non è un “nichilismo debole” segno solo di decadenza, piuttosto una fase necessaria e obbligatoria posta al termine di ogni Kultur; la possibilità di osservare consapevolmente questa fase finale della storia occidentale è anzi consentita solo all’epoca della Zivilisation, in quanto solo in tale epoca dove nulla ha più senso si è in grado di comparare presente e passato nell’ottica di un relativismo storico.

Il Nichilismo è perciò un’età oscura in cui si svuotano di senso ideali e valori, ma nel contempo è un’età possibilista, dove chi è dotato della giusta sensibilità può riscoprire sotto le macerie del mondo moderno e delle sue sovrastrutture ingannatrici il mondo della Tradizione. La Tradizione in quest’ottica non indica il passato, è piuttosto un modo di intendere la vita, un modo alternativo a quello che ci viene proposto dal mondo borghese.

Il primo capitolo de L’ospite inquietante di Galimberti, opera che tratta di nichilismo e di giovani, ha per titolo Il nichilismo e la svalutazione di tutti i valori. Evola in Cavalcare la Tigre si esprimeva, già mezzo secolo prima di Galimberti, nel medesimo modo, scrivendo che il nichilismo, “la morte di Dio”, è “il principio del crollo di tutti i valori”.

Sia Evola prima che Galimberti dopo citano sovente Heidegger (Galimberti cita anche Junger, di certo più affine ad un pensiero di destra). In Cavalcare la Tigre Evola ricorda che per Heidegger “l’esistere autentico si annuncia quando si sente il nulla quale sottofondo di un’esistenza e si è richiamati al problema del proprio essere più profondo”. Galimberti ne L’ospite inquietante scomoda Heidegger per dirci che il nichilismo “è il processo fondamentale della storia dell’Occidente, e l’interna logica di questa storia”.

Nella stessa opera il Galimberti scrive che il nichilismo “può segnalare che a giustificare l’esistenza … … è l’arte del vivere come dicevano i Greci, che consiste nel riconoscere le proprie capacità”. Evola, quasi ottanta anni prima, scriveva in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo (1932) che “è un ritorno alla visione ellenico-classica della vita, che si impone”!.

Da più di un secolo il termine nichilismo indica una visione pessimista dell’epoca in cui si vive. Già allora le cause della decadenza si ravvisavano nello spregiudicato progresso della tecnica e nella crisi dei valori spirituali che fino a quel momento erano stati un saldo punto di riferimento per l’umanità occidentale. Le conseguenze di tale crisi sono molteplici e oggi più di ieri i sintomi del nichilismo sono sotto gli occhi di tutti. Sulla Tecnica già si è detto, e la predominanza che questa ha nel nostro tempo spiega perché il nichilismo sia oggi un tema più che mai attuale.

Per Galimberti l’atmosfera nichilista che pervade il nostro tempo “diffonde un disagio non psicologico ma culturale”. Il disagio del singolo esiste solo nella misura in cui il singolo è “vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi”. Dunque la psicologia è inadatta a curare questo disagio. Analogamente Evola denuncia il fatto che “la psicanalisi è caratterizzata dal guidare in modo ossessivo l’attenzione unicamente sui bassifondi psichici” pretendendo di operare “una deduzione del superiore dall’inferiore” (L’infezione psicoanalitica, Il Conciliatore, 1970). Dunque già in passato Evola aveva chiarito che la psicanalisi non è in grado di risolvere quei problemi che situano la propria origine al di fuori del singolo individuo. Se per Galimberti poi tale origine va ravvisata nella cultura (o meglio assenza della stessa – e qui viene in mente Spengler e il passaggio dalla Kultur alla Zivilisation -) Evola va oltre, poiché per lui il problema culturale esiste proprio a cagione di un abbandono della sfera superiore, spirituale, da parte dell’umanità. La Tecnica e la “demonia dell’economia”, più sopra trattati, sono allora solo aspetti esteriori di un nichilismo interiore che nasce dall’accettare “di buon animo la condizione di essere senza appoggi e senza radici” e solo in seconda battuta, agli albori del post-nichilismo, tali aspetti tornano all’uomo come un boomerang incrementando in esso il senso di vuoto esistenziale.

Per Evola il nichilismo è una “frattura a carattere ontologico: con essa scompare nella vita umana ogni riferimento reale alla trascendenza”. E ancora, “venuta meno la relazione dell’uomo con un mondo superiore, la morale cessa di avere un invulnerabile fondamento; la critica ha presto ragione di essa”. Evola riconosce che “buona parte dell’umanità occidentale considera come cosa naturale che l’esistenza sia priva di ogni vero significato e non debba essere ordinata a nessun principio superiore”, da cui si ha “una vita interiore sempre più ridotta, informe, labile e sfuggente, una crescente dissoluzione di ogni qualità di carattere”.

Questo vuoto è stato denunciato prima dal romanticismo, poi dal dadaismo e dal surrealismo. Pian piano la reazione al non senso dell’esistenza si è estesa a gruppi quali teddy boys, Halbstarken tedeschi, holigani slavi, hipsters (dove frequenti erano la droga, l’alcool e le azioni dal carattere di crimini gratuiti) e membri della beat generation in America. Tutti gruppi che operarono una “rivolta irrazionale senza bandiera”. Evola prosegue, in Cavalcare la Tigre: “Non più atteggiamenti intellettualistici ma posizioni esistenziali vissute da giovani. Disidentificazione dall’ambiente, rifiuto ad avere un posto definito nella società” e “Un tratto importante qui è l’assenza di ogni istanza rivoluzionario-sociale, il non credere che un’azione organizzata possa cambiare le cose”. Henry Miller ed Hermann Hesse nei loro scritti si fanno portavoci di questo stato dell’essere, condannando “la disciplina dell’uomo mediocre, normale, dozzinale” cioè l’uomo del mondo borghese. Ed Evola si associa al loro pensiero quando, come riportato ne L’arco e la clava (1968), rileva che “Si vive alla giornata, in modo tutto sommato stupido. Donde in qualche raro momento di presa di coscienza, disgusto e noia. Mancanza di veri capi all’esterno, nell’organismo dello Stato, e mancanza di una forma interiore nei singoli: l’una cosa è solidale con l’altra”.

Galimberti, sempre ne L’ospite inquietante, elenca i sintomi del nichilismo nel nostro tempo: la scuola e l’errore di identificare l’educazione con l’istruzione, l’analfabetismo emotivo dei giovani d’oggi, la pubblicizzazione dell’intimità, la droga, i ragazzi del cavalcavia, gli squatter e la violenza da stadio (violenza “nichilista perché assurda” – ci arriva di nuovo l’eco di Evola che scriveva: “La fase nichilista ha come tema dominante il senso dell’assurdo”), la musica-grido (musica ritmata come fosse ferma sempre al presente, riflesso dell’incapacità di vedere un futuro che non sia solo minaccia ma anche promessa) e le restanti generazioni nichiliste (i terroristi, gli indifferenti, i sociopatici e gli psicopatici). Sintomi che, mutati solo nel nome, sono gli stessi che Evola riconosceva nella società del suo tempo. Egli rilevava i tratti del nichilismo in alcune forme dell’arte e della musica, nell’uso delle droghe, nella crisi del sentimento di Patria, nel matrimonio e nella famiglia i cui valori si stavano perdendo, nella relazione tra i sessi svuotata di qualsiasi elemento sacrale e nel neospiritualismo (sembra che Evola avesse previsto con largo anticipo il movimento new age!).

Il nichilismo sta portando ad una “contestazione globale del sistema che, non disponendo di principi superiori, si appella a minoranze squallide di outsiders. La contestazione contemporanea riflette il carattere nichilista della nostra epoca, non essendo più contestazione di singoli individui di livello intellettuale elevato bensì di gruppi estesi di vespe impazzite chiuse in un recinto di vetro che sbattono furiosamente contro le pareti di esso”. Parole che descrivono degnamente ciò che accade nel 2010 ma che furono sempre scritte da Evola quasi sessanta anni fa.

Galimberti ipotizza un superamento del nichilismo giovanile per mezzo della speranza e dell’espansività, intesa come pienezza e potenza, proprie degli anni della crescita. Noi non possiamo che condividere il pensiero dell’erede di Severino, ma ci chiediamo se per avere speranza, pienezza e potenza non si debba tornare ad avere in sé l’anelito per tutto ciò che è interiormente superiore, per ascendere a gradi dell’essere ormai quasi del tutto dimenticati ma che sono sempre lì, a disposizione di coloro che vogliano sul serio tornare ad essere artefici del proprio destino. E su questa strada, nonostante sugli scaffali delle librerie vincano le opere di Galimberti, i testi di Evola sapranno certamente meglio guidarci.

Mauro Scacchi

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